Anziano

Pellegrino Puglia

Memorie delle mie sofferenze militare
Incominciando dal 6. del 1915 di Dicembre inavanti: di Pellegrino Puglia (n.1896)

Passaggio della vita militare.

Venni sotto le armi il 6 dicembre del 1915 e mi passarono nei granatieri a Roma e vi stetti fino al 23 del corrente mese. Dopo fui trasportato a Rieti e ci restai fino al 15 aprile del 1916 e andiedai al campo a Bivola. Mi trovavo inabile e passai nella Centuria 536 il 5 maggio e mi portarono a Bladici e Peternel e resto lì fino al 26 di maggio.
Dinuovo fui trasportato a Piovene nel Trentino cioè a Rochetto. Da Rochetto andavo a lavorare a Cogollo dove i tedeschi mandavano a colazione e desinare e cena con dei sdrapani a dun dun con il contorno di palottole e granate.Lavoravo a Cogollo per tre giorni ma sempre di notte, perchè di giorno il nimico non voleva.

Anziano
Anziano

Povero Pellegrino! Dove rimasi così contento che a Cogollo trovai il mio fratello Giuseppe del 2° Montagna, ma il destino non volle e questo era il 13, ma la febbre non cessava e mi portarono a Tiene all’ospedale di riserva e questo fu il 14. La febbre continuava e mi misero nel treno ospedale che andiede a Piacenza al Morigi, ma mi dissero che era tifo. Allora fui mandato sopra un carretto al Principale del reparto infettivi e vi restai fino il 11 settembre e ebbi due mesi di convalescenza fino al 10 Novembre.
Passò la mia licenza a fianco dei miei cari genitori in Roncopianigi , ma i due mesi di libertà passarono. E il 10 novembre del 1926 mi toccò partire e lasciare la mia famiglia con pianti e addolorati. Il 16 corrente raggiunsi la centuria 536 in Vall’Arta che stava accantonata a Speccheri, dove non si poteva più resistere al freddo. Allora non mi ero ancora ristabilito dalla malattia, per cui il 17 dicembre mi rivenne la febbre. E di nuovo tornai all’ospedaletto di Schio. Resto a Schio fino al 27 del corrente mese, e poi partii col treno ospedale e fui trasportato all’ospedale Lamarmora e resto 7 giorni. Dopo fui mandato al Regina Margherita, tanto che il 26 di gennaio 1917 partii di nuovo perlamia casina con 25 giorni convalescenza e ritornai ad abbracciare la mia famiglietta. Ma il destino mi fece ripartire il 23 febbraio e restai a Reggio Emilia fino al 28 del corrente mese e fui inviato a Parma e il 1° rinviato a Roma sempre inabile, dopo fui trasferito alla 4° compagnia, ma lì non mi vollero tenere e mi rimandarono in Zona di Guerra a S.Puio di Padova, e da S.Puio partenza di nuovo il 5 maggio pel fronte.
Venendo a Cervignato a fare esercitazione di bombe a mano restai fino il 21 Maggio e il 21 arrivò l’ordine di partire e si andiede sotto una baracca a Saponti. Alle 2 dopo mezzogiorno del 23 sotto un intenso bombardamento si partì per l’assalto e appena fui in nostra linea il Colonnello Spinucci diede ordine di partire al grido di “Tanaia!”. Come già obedienti si sortì fuori e si fece molti e si fermò alle 8 della sera passate la quota 219. Alla mattina del 24 si ebbe un contrattacco di fucilieri e di bombe a mano ma la nostra valorosa brigata di Sardegna non si arrese ed ebbe ancora l’ardire di andare avanti e così si prese anche la quota 235, eglì si fece la prima linea nostra.
Si fece poi una resistenza irresistibile sotto al suo bombardamento e il nostro pure. E per abbreviare, io restai sulla quota 235 fino al 4 giugno. Alla mattina di quel giorno verso le 9 o 10 che stavo in prima linea, che quasi ero dietro addormentarmi, sentii una scheggia di Strapanel che mi tagliò il lobo dell’orecchio destro ferendomi un po anche l’osso. E io subito presi il pacchetto di medicazione e mi feci fasciare da un mio compagno detto Buongiovanni, e poi men ne partii e fuggii tra le cannonate e andiedi a casa Bonetti, e il medico mi rifasciò e mi fece il biglietto dell’ospedale e fui portato all’ospedaletto da campo n°102. Il 7 partii di nuovo per un altro ospedale di Cervignano. Di quì ancora all’ospedale di Tappa Portogruaro, e questo fu il giorno 1917.

Povero Pellegrino, il male che mi fanno sofrire alla nervicatura dell’orecchio.

Oh Vergine Santa scendi giù
dal cielo ina iuto a chi
te lo domanda. E questi
sono i giorni per me
più dolorosi e penosi
e paurosi che ho passato
all’età di 20 anni dal
23 Maggio al 4 Giugno 1917.

Da Portogruaro con la permanenza di 35 giorni ebbero il coraggio di rimandarmi al fronte in prima linea con 8 giorni di riposo. Il 23 luglio mi venne la pleurite e fui trasportato all’ospedaletto n°102 dove mi levarono un quarto d’acqua, poi all’ospedale asilo infantile n°3 Bologna via Milazzo. Resto fino il 25 agosto e convaescenza a casa per 60 giorni a causa della mia malattia e ci sono restato fino il 6 settembre 1919 e mi presentai a Reggio e poi a Roma al deposito del Celio e a Porta Furba il 25 settembre.

Il soldato Pellegrino, nei suoi momenti più tragici delle cruenti battaglie, affida la sorte della sua vita a sua madre, come al tempo dell’infanzia nel paese natio, Roncopianigi; Una figura di Madonna terrena.

Oh mamma!
Oh mamma, il dì che
unito a te trascorsi
in dolce compagnia
nella bianca chiesetta
ove la luce e
m’allevasti nella
dolce armonia di nostra
famiglietta, lo vivo
ancora nettamente impresso
come il ricordo dei
tuoi tanti amplessi.
Ricordo sempre con immenso
amore che tu mi fosti guida
al retto e buon sentiero.
Tu vegli il mio cammino
e mi proteggi contro
la sorte infida.
A te sempre ripenso
o madre mia, a te saggia,
a te forte, dolce pia.
La mente a te si volge
nel periglio, quanto più fischia
il piombo del barbaro nimico.
Ripenso a te, e da te la vita
imploro, te invoco e benedico
e fa’ che giunga a me la
cara voce quando la sera
di paurosa luce splende la
valle e i monti dei fucili
e i proiettili rabbiosi, con
me volati al fronte.
I tuoi lamenti io sento,
che barriera invisibile mi
fanno. E par che sia lontano
ogni malanno.
E quando nel mio letto
improvvisato giacevi le stanche
tue membra, e il fuoco
mi circonda.
La tua cara immagine
nel sogno di riveder
mi sembra. E il cuore
e la gioia è monda come se
fosse avvolto nel tuo velo.


La guerra è finita.

Pellegrino, seppur sofferente di una malattia, al suo definitivo ritorno a casa sente che una nuova vita lo attende: l’amore, la famiglia, perchè la storia continui.

Ritorno a casa
Campagna Emiliana
bella come la rosa
dell’alpino.
Tramonta il sole in fondo
alla pianura. Tutto rosso
tra nuvole iridate, che la
mestizia al cuore è pace
e pura alle anime ardenti
e appassionata. O campagna
dell’Emilia sconfinata,
piena di canti e armonia
infinita, come sorridi
nell’ora profumata.
Oh, come splendi nell’età
infinita.
Una forza che sprona
naturale da ferire
le cime dell’ardore.
Invano dono lo mio
grande amore. Oh cara
dono del mio cuor fatale.
Vieni fior gentile della
mia vita all’immortal giardino dell’amore,
che ti farà gioire,
nel dolore. E più dolce
dall’incubo uscito.