La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

Il terremoto del 1920

7 Settembre 1920, ore 7:56

Epicentro a Fivizzano (Garfagnana), magnitudo 6.4 gradi Richter (IX-X scala Mercalli), 171 vittime ufficiali, 650 feriti, qualche migliaio i senzatetto. L’area dei danni fu molto vasta e comprese la Riviera Ligure di levante, la Versilia, le zone montane del Parmense, del Reggiano, del Modenese, del Pistoiese e la provincia di Pisa. Sisma avvertito dalla Costa Azzurra al Friuli e, a sud, in tutta la Toscana, Umbria e Marche, e registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei. Alla scossa principale seguirono numerose repliche nelle ore e nei giorni successivi, che cessarono del tutto l’1 agosto 1921. Questi sono i numeri di una catastrofe preannunciata poche ore prima da una scossa più leggera avvertita da tutti e a seguito della quale molta gente dormì all’aperto, limitando il numero delle vittime.

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

I giornalisti de “La Nazione” furono tra i primi a giungere nelle zone colpite e a descrivere la gravità delle conseguenze della scossa, che in un primo momento furono sottovalutate: “A mano a mano che ci inoltriamo nella regione colpita, tutto conferma, purtroppo, la fondatezza delle prime notizie. I paesi che sono successivamente attraversati dalla nostra macchina, mostrano sempre più gravi gli effetti della formidabile scossa, che ha scrollato tutto il sistema montuoso che corona le valli del Serchio e dei suoi affluenti. E’ una triste teoria di rovine che mette sgomento nell’animo; un seguirsi di scene di dolore e di disperazione che ci procura una pena infinita per l’impossibilità di portare un soccorso e un aiuto, che possa lenire in parte il danno irreparabile dell’immensa rovina.” (La Nazione, 8 settembre 1920).

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920
Febbio, la chiesa di San Lorenzo e il campanile dopo il terremoto. Le due foto a sinistra provengono dalla Fototeca Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; la foto del campanile è estratta dallo studio “Disastri sismici in Italia”.

Nell’autunno del 1920 il genio civile montò una tendopoli nella parte bassa della valle, a Castiglione, in modo che le famiglie senza tetto trovassero rifugio. Nel frattempo per affrontare l’inverno furono montate baracche di legno nei paesi più colpiti dal sisma. A Riparotonda alcune famiglie ricostruirono una baracca che avevano preso al Masareto e che era stata abbandonata dai prigionieri austriaci che avevano tagliato legname nella guerra 15-18.

In numerose località le acque si intorbidarono e variarono di portata; nei pressi di Secchio si aprì una profonda spaccatura nel terreno. Dal versante nord orientale del Monte Cusna si staccò una grande frana che investì gli abitati di Asta, Case Stantini, Febbio, Roncopianigi e Riparotonda, aggravando i danni causati dal terremoto, e estendendosi in seguito per una larghezza di oltre 6 km. Nell’ottobre successivo in un avvallamento del terreno prodotto dalla frana si formò un lago.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

Dagli scritti antichi, la chiesa di “Feblum” risulta esistente già nel 1240. Nel 1426 compare ancora unita ad Asta e nel 1478 a Coriano. Nel 1664 circa fu ricostruita ex novo, ma nel 1852 una slavina la danneggiò gravemente. Nel settembre del 1856 si procedette alla ricostruzione di una nuova chiesa con il concorso pecuniario del Vescovo e dello stesso duca Francesco V.
L’attuale chiesa venne ricostruita nel 1933 in cento giorni. L’edificio si mostra eclettico, con elementi provenienti da repertori stilistici diversi. Nella sommità il fronte presenta infatti un timpano triangolare formato da uno sporto marcapiano di base sormontato da una cornice di coronamento cuspidata e sorretta da capitelli; tale modulo contraddistingue molti edifici religiosi d’epoca rinascimentale e barocca in questa area appenninica. Il rosone rappresenta invece una citazione medioevaleggiante, tema ripreso anche nel campanile, tozzo e massiccio, con una cella a trifore sormontata da una guglia a falde molto inclinate.

Sulla porta maggiore è leggibile l’iscrizione “VETUSTATIS ERGO HABENTE – ABIMO RESTAURATA IV NONAS SEPTEMBRIS- AB ORBE REDEMPTO MDCCCLVI “, in ricordo della ricostruzione della chiesa nel 1856.
L’interno è a pianta rettangolare e, come la precedente, ha tre altari.