Fuoco fatuo

Gli Strioni del Monte Urano

 

Gli “Strioni del Monte Urano” sono fenomeni luminosi che illuminano, o meglio iluminavano, interi versanti di alcune montagne della Val D’Asta soprattutto nelle notti estive.

 

Chi li ha visti li descrive come improvvisi lampi di un’ampia gamma di colori (rosa, blu o bianchi) che come ampi “mantelli di luce” ricoprivano le rupi dell’Urano (Monte Torricella, parete esposta verso Sud) e dell’Alpe di Vallestrina (parete denominata “Parigella” esposta verso Nord) o la rupe del Monte Penna (esposta verso Nord-Ovest).

 

Solitamente queste luci erano piuttosto estese, illuminando l’intera parete dell’Alpe di Vallestrina o del Monte Penna o percorrendo veloci dal basso verso l’alto l’intera esposizione della parete dell’Urano.

 

Io ricordo personalmente di aver visto gli “Strioni” a più riprese, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, nel periodo quindi che va dal 1980 al 1988 almeno.

 

Ricordo che la comparsa di queste luci non incuteva timore, ma meraviglia e stupore. Anche se i vecchi ci dicevano che si trattava degli “Strioni” (quindi spiriti  o maghi legati all’arcano e all’aldilà) per me rappresentavano invece una “presenza” buona e familiare, niente di più che la manifestazione di una forza naturale della nostra Val D’Asta. Vedere uno “Strione” mentre tornavo a casa di notte dopo una serata con gli amici o mentre eravamo in compagnia davanti al vecchio bar di Case Balocchi era una specie di “benedizione soprannaturale”.

 

Sul finire degli anni ’80 i fenomeni si erano decisamente diradati e io non posso dire di averli visti dopo il 1990-1992. Mi chiedo se siano gli Strioni ad essersene andati o io ad aver cambiato modo di vedere il mondo?

 

Non ho spiegazioni scientifiche da offrire in proposito, dal momento che né i fuochi fatui né lampi di calore mi sembrano poter spiegare gli “Strioni” in modo convincente, non dubito comunque che di fenomeno naturale si tratti seppure particolare e difficilmente spiegabile.

 

In Toscana, in alcune aree della Garfagnana, sembra ci fossero avvistamenti di Strioni ma che già negli anni ’80 gli Strioni “eran diventati lucciole” (da una intervista a una vecchietta di Giuncugnano), collegando così le luci sui monti alla presenza “magica” delle lucciole nelle notti estive.

 

Curiosità : ho dedicato un brano del mio gruppo Albireon agli Strioni dell’Urano, “La Spusa De Striun”, utilizzando il fenomeno come spunto per una “murder ballad” in cui lo “Strione dell’Urano” rapisce una giovane  ragazza della valle per farne la sua sposa, causando al contempo la pazzia nei suoi congiunti e trasformando il sentiero del fiume in “un posto dove ci si vede e ci si sente”, modo di dire che nel dialetto della val d’asta individua un luogo in cui si percepisce la presenza degli spiriti.

 

Non deve insospettire troppo il fatto che questi luoghi si trovassero spesso in prossimità delle osterie!

 

Per quanto riguarda i luoghi dai quali fotografare il Monte Urano, consiglio di cercare la migliore posizione dai paesi di Case Stantini o Castiglione (la pineta sulla destra della strada, appena entrati in Castiglione dovrebbe offrire dei punti di osservazione perfetti). La roccia può essere osservata da molto vicino appena entrati in Val D’Asta, circa 1 km dopo il ponte sul secchiello (La Gora), quando sulla destra salendo compare a poche centinaia di metri a volo d’uccello l’impressionante stratificazione flyschiode dell’Urano. Alcuni punti lungo la strada permettono la sosta e la fotografia, anche se soprattutto d’estate gli alberi possono essere d’ostacolo.

Prendendo poi il bivio per Case Stantini (sulla destra, 2 km dopo il ponte sul Secchiello), si incontra in una curva un sentiero che attraversando prima un bosco poi una pietraia di sfasciumi porta direttamente sotto la rupe dell’Urano, che può essere esplorata anche scendendo lungo il fiume Secchiello e risalendolo verso il Monte Cusna.

Per una visione più panoramica della valle e dei diversi luoghi in cui gli Strioni comparivano, posso invece consigliare lo spiazzo panoramico che si trova a ovest, poco fuori dell’abitato di Monteorsaro a circa 1300 metri, in direzione di Villa Minozzo, balcone panoramico che abbraccia tutta la valle, oppure la località Pian Del Monte, da Case Balocchi verso Civago (alt. m. 1070) dalla quale si ha un punto di vista privilegiato sulla valle.

Al mulino di Rocco

AL MULINO DI ROCCO,

UNA NOTTE, AL TEMPO DEI PARTIGIANI

(a e’ mύlin d’ Ròc, una nót, a e’ temp di ribée)

Saranno state le nove, forse le nove/nove e trenta di sera, quando Rocco e i suoi due figli, che si stavano accingendo ad andare a letto, sentirono bussare molto forte alla porta d’ingresso.

Il mulino di Rocco, quel vecchio fabbricato che stava, e sta, tra gli abitati di Febbio e Roncopianigi, per intenderci, aveva tre macine in due edifici diversi, uno susseguente all’altro: nel primo, dove abitavano, c’era anche l’osteria, e due macine. La terza macina, di riserva, era nel secondo fabbricato più a valle.

Quella sera Rocco, un po’ sorpreso, sia per l’orario, che per l’energica bussata, andò con attenzione ad aprire la porta. Dopo averla aperta si trovò di fronte tre personaggi, armati dalla testa ai piedi,  che non aveva mai visto.

In quel tempo di guerra e di resistenza, iniziava a vagare sui nostri monti e nelle vicinanze dei nostri paesi, gente quasi tutta proveniente dalla bassa, che, dopo il famoso 8 settembre, aveva deciso di resistere all’occupazione di quei signori stranieri, che, fino a poco tempo prima, erano nostri alleati. Erano i partigiani, che i nostri montanari, un po’ sottovoce perché sgomenti, chiamavano i ‘ribelli’, “i ribée”  in dialetto nostrano.

I tre inaspettati avventori, entrarono, senza presentarsi, perché il loro biglietto da visita era, innanzitutto, il loro abbigliamento: vestiti in borghese, uno aveva infilato alla cintura delle bombe e una pistola a tamburo; un altro, che indossava dei calzoni alla zuava, era addirittura avvolto dal nastro della mitragliatrice come un rivoluzionario messicano al tempo di Zapata; il terzo, con dei pantaloni grigi armato di rivoltella e dal piglio deciso, senz’altro il capo dei tre. Con il loro modo di fare, senza fronzoli e con prepotenza, sbatterono le loro armi sul tavolo, e, autoritariamente si rivolsero al mugnaio nel dialetto della nostra pianura, ordinandogli:

”Munéř, ghiv d’la farina? Perché a’ vlóm dal pan!”
(
Mugnaio, avete della farina? Perché vogliamo del pane.)

Il mugnaio era vedovo e gli era rimasto da assistere, oltre che il mulino e l’osteria, anche due figli, uno maschio e una femmina, ambedue adolescenti, che, da un po’, avevano iniziato ad aiutarlo. Questi due giovani non ebbero subito paura, perché ormai erano abituati a vedere presso la loro casa, ogni tanto, gente non del posto, ma quella sera e poi così all’improvviso e ad un orario non proprio consueto per ricevere avventori, si avvertì immediatamente che i loro occhi erano intimoriti. Forse il mugnaio avrebbe voluto che i due giovani fossero andati a letto, ma, preoccupato da quei tre tipi sinistri, non ebbe il tempo di dir loro nulla, e andò subito nella dispensa a prendere la farina.

 

 

Nel frattempo, i tre partigiani avevano spostato le loro armi dalla tavola, dove le avevano messe appena arrivati dentro, scansandole a ridosso di una parete vicino alla porta d’ingresso, e, come se niente fosse, si tirarono su le maniche della camicia, pronti per impastare la farina. Arrivato il mugnaio con una paletta colma di farina, la rovesciò sul tavolo e, mentre uno dei ‘graditi’ ospiti era andato con un secchio a prendere l’acqua, gli altri iniziarono ad impastare, come credevano di sapere. Nel mentre il capo o quello che si riteneva tale, disse a Rocco di andare ad accendere il fuoco nel forno per scaldarlo perché il pane che stavano velocemente ed impasticciatamente amalgamando, lo avrebbero subito infornato. A tal proposito, timorosamente, il nostro mugnaio, nonché osteriante febbiese, disse loro che bisognava lasciar lievitare il pane impastato tutta la notte, o meglio almeno ciò che ne rimaneva, dato che, tra una cosa e l’altra, era già arrivata l’una dopo mezzanotte e che, al mattino avrebbero potuto infornarlo. Risposero, guardandosi le mani con appiccicato quella specie di impasto che stavano ‘cercando di preparare’, che non avevano tempo da perdere e quindi di sbrigarsi a scaldare il forno perché, prima che li raggiungesse l’alba volevano partire con il pane già cotto.

Sa ghîv da guardér?, te, putost, rivolgendosi al giovane maschio,
va aiutër to pedre, a scaldér al fóren,
(Cosa avete da guardare, tu, piuttosto, rivolgendosi al giovane maschio,
va ad aiutare tuo padre,  a scaldare il forno.)

I due giovani, nonostante l’ora molto tarda, non accennavano per niente d’aver sonno e quindi di coricarsi, ma stavano impalati in un angolo di quella stanza, sempre con gli occhi sgranati a guardare tutta la scena, come fossero a teatro. Guardavano in special modo uno dei tre, dato che aveva gli occhi spiritati, forse perché la fame era un po’ che lo seguiva, lui più degli altri due.

Finché i tre partigiani riuscirono ‘in un qualche modo’ a preparare, con le loro sporche manacce, delle grosse e mal formi palle  di pasta, che a fatica  riuscivano a staccare dalle loro dita. Con l’aiuto del padrone di casa, lo infornarono non appena la volta in pietra del vecchio forno che stava sotto il portico, raggiunse la gradazione di calore che secondo loro andava bene. Quindi aspettarono seduti su di un muretto, al buio e al freddo, di fronte al forno, che il pane fosse cotto.

Alla fine, “i tri ribée” ficcarono dentro a dei sacchi che si erano portati al seguito, quella sorta di pagnotte di pane non lievitato, che si erano mostrate quando l’anziano mugnaio spostò la chiusura in ferro dalla bocca del forno, e che estrasse con la paletta di legno dal lungo manico.

Ripartirono con quelle scarpe rotte che facevano acqua da tutte le parti e con le quali lì erano arrivati, lasciando in casa quella puzza di ‘caprone’ che si erano portata dietro, che l’alba, appena, appena, stava per sorgere in fondo alla valle, laggiù dalle parti di Deusi e del sovrastante Monte Penna.

Questo breve racconto, è stato a me raccontato,
da uno de protagonisti, e  poi, in parte 
rielaborato e modificato dall'immaginazione dell’autore.
Pertanto ogni allusione agli stessi è da ritenersi 
puramente casuale.

 

 

Il centro dei servizi della Val d'Asta

Bar Mangiafuoco, una storia lunga un secolo

Il Bar Mangiafuoco ha una storia che affonda nell’Ottocento. È prima di tutto la storia dell’Osteria Rossi che nel 1927 ha la fortuna di ospitare il grande pittore Giorgio Morandi.
Nel 1950 l’osteria di Case Balocchi passa di proprietà della famiglia di Giovanni Riotti prendendo il nome di Locanda Riotti, esiste ancora un segno sulla porta del fabbricato dove operava.

Case Balocchi e Case Bagatti (Sante Borghi)
Case Balocchi e Case Bagatti viste dal deltaplano (foto Sante Borghi)

Tra il 1995 e il 1998 la Locanda si sposta dove è attualmente il distributore di benzina prendendo il nome di Bar Mangiafuoco, entrambi sotto la proprietà di Teodolinda Riotti, nota a tutti noi come la Betta.

Il centro dei servizi della Val d'Asta
Il centro della Val D’asta può essere collocato naturalmente lì dove è il centro dei servizi e il Bar Mangiafuoco.

Il 2000 la Val d’Asta, rinnovata nelle sue strade, viene attraversata dal Giro d’Italia e lascia la voglia ai cicloamatori e ai motociclisti di tornare e il nostro Bar è una meta d’obbligo.

Due o quattro ruote
Due o quattro ruote

Nel 2003 si inaugura la distesa e di lì a poco il Bar diventa teatro dell’evento estivo per eccellenza: la Corrida.

Dalla fine degli anni 2000 il corteo delle Fiat 500 “tappa tecnica” al bar di Asta.

Raduno delle Cinquecento e auto d'epoca
Raduno delle Cinquecento e auto d’epoca

Questo centro della montagna nel 2015 viene messo in sicurezza dalla installazione del defibrillatore.

Benedizione del defibrillatore in Val d'Asta (dicembre 2015)
Benedizione del defibrillatore in Val d’Asta (dicembre 2015)

 

Inaugurazione del defibrillatore in Val d'Asta (dicembre 2015)
Inaugurazione del defibrillatore in Val d’Asta (dicembre 2015)

 

Studio Medico, farmacia e defibrillatore
La farmacia e lo studio medico e il defibrillatore

Oggi fermarsi al centro della Val D’asta, lì dove c’è il Bar Mangiafuoco, è trovare la compagnia di amici con cui passare qualche minuto in simpatia. L’informazione turistica, il gentile consiglio del farmacista, l’aiuto del medico, la benzina per riprendere il viaggio.

Distributore di benzina
Distributore di benzina

 

Incrocio Febbio-Civago
Centro del crocevia di strade da cui si può deviare per Febbio, Monte Orsaro o per Rescadore; oppure da un’altra parte verso Civago fino alla montagna modenese o fin verso la Toscana; la terza via scende a valle passando da Villa Minozzo verso la città di Castelnovo monti e poi verso il Cerreto o il parmense, oppure fino a Reggio Emilia.
Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Il fascio littorio

Un cimitero della nostra vallata, a poca distanza da Gazzano, mi ha colpito per un particolare scolpito su un pilastro in pietra dell’entrata.

Ingresso cimitero di Febbio
Ingresso cimitero di Febbio

Si tratta del cimitero di…. lascio a voi indovinare, se siete degli osservatori lo capirete subito.
La scultura rappresenta il fascio Littorio, un po’ rovinata dalle intemperie, ma perfettamente riconoscibile.

Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)
Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Le origini dei “fasces lictori” risalgono agli Etruschi e i Romani li avrebbero introdotti nell’antica Roma, facendo precedere i re, dai littori ( uomini addetti a questo compito) che recavano sulle spalle un fascio di bastoni di legno, legati con strisce di cuoio intorno ad una scure.

In seguito divennero simbolo di potere e assunsero la forma di fascio cilindrico, formato da verghe di betulla bianca, legate da nastri di cuoio (f asces in latino).
Vennero poi ripresi come simbolo nell’araldica da movimenti e ideologie politiche nel ventesimo secolo, come il fascismo.

Opera funeraria dei primi anni '40
Opera funeraria dei primi anni ’40

Durante il ventennio del governo fascista, molte costruzioni pubbliche ed opere d’arte, si ispirarono allo stile romano, senza però far mancare il fascio Littorio su muri, colonne ecc…
Questo simbolo è arrivato ai giorni nostri, quasi intatto , scolpito sulla colonna del piccolo cimitero , ai piedi del Cusna! Ormai avrete capito che si tratta del cimitero di Febbio.

Don Armido Carmana

C’era una volta …

…non è una favola ma è la storia vera di un sacerdote montanaro doc, nato a Gazzano di Villa Minozzo nel 1921

Don Armido Carmana

nato da una umile famiglia che coltivava la terra ed allevava animali per il proprio sostentamento, come del resto era a quei tempi.

Don Carmana con vecchietto
don Armido con il suo Sagrestano

Il papà Carlo, per arrotondare il magro guadagno dei campi, andava con suo fratello Ilario a suonare alle feste da ballo; il giovane Armido respirando questo clima musicale in famiglia imparò le basi della musica e perfezionò gli studi musicali al seminario di Marola con lo strumento del pianoforte.

I genitori erano molto propensi ad avviare il figlio Armido alla carriera ecclesiastica, perché , a quei tempi, il sacerdozio dava la possibilità insieme sia di studiare che garantire a tutta la famiglia la sopravvivenza.
Essere portati al sacerdozio, avere una vera vocazione, non era a quei tempi il requisito più importante per decidere la strada del seminario che lui cominciò a frequentare dopo le scuole elementari.

Ordinato sacerdote, passò qualche tempo nelle parrocchie della bassa e dal 1947 fu trasferito a Febbio diventandone parroco fino alla morte, avvenuta nel 1979.

Chiesa di Febbio , navata centrale

Chiesa di Febbio , l’altare

Chiesa di Febbio

Chiesa di Febbio

La sua missione si svolse in un ambiente ostile alla religione e in particolare alla Chiesa Cattolica. E’ proprio in questo ambiente che don Carmana riuscì ad avvicinare giovani e meno giovani riempiendo la chiesa come non accadeva da tanto tempo. Nonostante la dubbia vocazione religiosa, il don aveva dalla sua parte l’affabilità, la passione per la sua gente, il rispetto e la vicinanza con tutti.

 

 

A piedi o a cavallo ogni casa del paese era una sua meta fino a raggiungere i borghi più impervi come Roncopianigi, Monte Orsaro, Case Stantini.

Il suo carisma, la sua bontà d’animo e la sua generosità affascinavano chiunque, e anche i più miscredenti e “mangiapreti” facevano capolino alle sue messe la domenica.

Don Carmana all'Organo
Era innata una timidezza che non gli permetteva di essere un affabulatore e un predicatore carismatico, ma al pianoforte o al coro si trasformava dando il meglio di sé.

I primi rudimenti musicali offerti alla gioventù di allora furono il frutto del suo impegno e del suo insegnamento negli Istituti Professionali di Gazzano (l’Istituto femminile  di Maria e l’Istituto maschile di San Giuseppe, voluti da don Paolo Canovi, allora sacerdote di Gazzano) e nei cori delle varie parrocchie della montagna.

Nella foto scattata davanti al sagrato della chiesa di Gazzano con i ragazzi e le ragazze dell’Istituto di Maria e San Giuseppe. Don Carmana è alla sinistra mentre alla destra c’è don Paolo Canovi

A Gazzano la baracca del falegname, grazie a lui, divenne un cinema dove una volta alla settimana il don compariva con la sua topolino portando le bobine di film come Marcellino Pane e Vino, Roma Città aperta, Stanlio e Ollio, e altri film western.

Nelle feste patronali la sua presenza era essenziale perché suonava, preparava e dirigeva il coro di ciascuna parrocchia.

Chiesa di Febbio, l’organo

Per fare un esempio della sua bontà d’animo vogliamo ricordare la perpetua Giacomina, che lui portò nella canonica di Febbio: era una signora molto semplice che trovò rifugio e dignità servendo don Carmana.

Ci piace ricordare un aneddoto della Giacomina, dovendo fare le cose più semplici, le fu chiesto di nutrire due volte al giorno le galline. Durante questa operazione giunse don Armido che trovò la perpetua dare il riso come mangime. Al che il nostro parroco sbottò: “Giacomina, il riso costa tanto! Perché non hai preso il granturco?”.  La sua risposta tranquilla fu,  “La prima cosa che a iò truvé l’è ste’ el ris!” in un dialetto balugano (cioè della pianura).

Una breve e intensa malattia lo portò via ancora giovane nel dicembre del  1979, è sepolto nel vicino cimitero di Febbio.

 

Le tre macine (sulla sinistra è quella del formenton)

Il Mulino di Gazzano

Gazzano, 20 Agosto 2016

Il mulino di Gazzano
Il mulino di Gazzano

Documenti di archivio
Documenti di archivio

La locandina
La locandina

La dedica della Regione Emilia-Romagna
La dedica della Regione Emilia-Romagna

Documenti storici
Documenti storici

Gli Usi Civici di Gazzano presentano un progetto ambizioso e affascinante: avviare come una volta il vecchio mulino e produrre di nuovo farina di mais (il formenton), di grano e di castagne.

In un pomeriggio assolato di agosto siamo andati nell’Aia di Case Vannucci, è l’ubicazione stabilita già dal 1928 dai vecchi consorzi emiliani per l’energia elettrica dopo aver sommerso il vecchio mulino; abbiamo incontrato Liberto Verdi, presidente dei locali Usi Civici con lui abbiamo scoperto il mulino e i suoi segreti: vecchi motori elettrici, le antiche macine in pietra.

Interno Mulino con le macine in primo piano
Interno Mulino con le macine in primo piano(foto di Liliana Merciadri)

Ci sembra ancora di sentire il racconto accorato dell’evento fatto da Liberto e ci piace riassumerlo con questa affermazione: “Il nostro progetto è riportare il nostro antico mulino a funzionare e ad utilizzare le granaglie locali e far ripartire un circolo virtuoso. Un aspetto della nostra  economia rurale che viene dal passato, che ha una storia  importante e che vogliamo riscoprire valorizzare e con cui vogliamo impegnare il nostro presente.”

La storia

Con rogito in data 17 luglio 1925, il mulino nazionale di Gazzano, posto sulla sponda del fiume Dolo,
venne ceduto ai Consorzi Emiliani di Bonifica, in compenso di altro mulino di Gazzano azionato ad energia elettrica.
L’antico mulino di Gazzano, già citato in documenti del 1600, era denominato “Mulino di San Pietro”.
Vi si accedeva da una strada che dalla Chiesa scendeva ripida fino al fiume e che veniva chiamata la Via del Mulino.
Il nuovo mulino venne allestito in un fabbricatp acquistato dai Consorzi a Case Vannucci.
Vennero utilizzate le vecchie macine e gli accessori del vecchio mulino
e venne installato il meccanismo necessario perchè potesse funzionare ad energia elettrica.
Il vecchio Mulino di San Pietro venne sommerso il 30 giugno del 1928.

Le tre macine (sulla sinistra è quella del formenton)
Le tre macine (sulla sinistra è quella del formenton)
L'interruttore generale
L’interruttore generale
Il banco degli attrezzi
Il banco degli attrezzi
Gli accessori del mulino (da notare la panca)
Gli accessori del mulino (da notare la panca)
L'antico motore elettrico
L’antico motore elettrico

La presentazione del progetto è stata simpaticamente allietata
dal Cinq Cerr Cor con un repertorio di canzoni popolari

La serata con in Cinq Cer Cor (foto di Clorinda Rondini)
La serata con la corale Cinq Cer Cor (foto di Clorinda Rondini)

 

Cinq Cer Cor
Cinq Cer Cor in concerto (foto di Alessandro Rodilosso)

 

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

Maggio, mese di Rogazioni

Nel mese di Maggio, nei tre giorni antecedenti la festa dell’Ascensione, si svolgevano le Rogazioni. E’ questo un rito molto antico, una processione volta ad ottenere la fertilità della terra.
Come è stato in tutta la nostra montagna, anche a Gazzano si sono tenute le Rogazioni. L’antico rito è così stato ripetuto fino al 2015; in questi ultimi anni si sono infatti le Rogazioni si sono via via abbreviate con un continuo impoverirsi di partecipanti grazie alla costanza di don Giuseppe e alla perseveranza di alcuni anziani fedeli del paese.
La processione ogni giorno percorreva un itinerario preciso, costeggiando strade e sentieri in mezzo ai campi, sostando davanti ad una Croce addobbata con fiori e ceri:  venivano recitate preghiere rituali , tratte dalle Litanie dei Santi in cui si chiedeva al Signore di preservare la terra e i campi dalla peste, dalla fame, dalla guerra, dalle tempeste, dai fulmini, in modo da ottenere frutti e sostentamento e poterlo così conservare.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

A peste , fame et bello libera nos Domine

At fulgure et tempestato libera nos Domine

Ut fructus terrae dare et conservare diversi Te rogamus, exaudi nos Domine

Nei tempi passati tutti coltivavano la terra e per tutti la terra era Madre e sostegno. I tempi oggi sono cambiati: molti hanno abbandonato la campagna per rincorrere il mito del lavoro più  facile e meno faticoso, con il risultato che i nostri paesi sono ormai vuoti e gli abitanti rimasti sono sempre più anziani, i campi e i prati sono incolti e il rapporto con la Madre terra è venuto a cessare e insieme anche queste antiche liturgie hanno perso il loro antico valore.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
 

Io ne ho un ricordo bellissimo fatto di lunghe processioni, con tanti bambini e tanti adulti che cantavano le litanie dei Santi in latino; durante la processione, ad ogni sosta, si aggiungeva sempre più  gente e si arrivava insieme in luoghi solitari dove esisteva una casa ed una stalla abitati ed animati da uomini, donne, bambini ed animali.

Quest’anno a Gazzano,  le rogazioni non saranno celebrate, e probabilmente, sarà l’inizio della fine di quest antichi rituali.

Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Grano

Soliloquio di un vecchio contadino della valle del Dolo

Siamo negli anni ’60, quando ancora tutti i paesini sparsi erano raggiungibili solo da mulattiere: un signore, che doveva raggiungere una di queste borgate isolate, si fermò vicino ad una siepe viva di un orticello perché aveva sentito parlare…aprì un poco i rami e, non visto, assistette ad una gustosa scenetta e ascoltò un buffo soliloquio

Nell’orticello c’era un vecchietto con un vecchio secchio infilato nel braccio, il secchio è pieno di “gallinella”, sterco delle galline, ottimo concime per gli ortaggi e per le sementi, come il guano. Ai suoi piedi trotterellava un bel gattone bianco e nero che seguiva sempre il padrone, come un cagnolino. Il vecchietto con la mano libera spargeva il concime e ogni tanto con due dita si stringeva il naso che prudeva per il concime che l’aria gli ribatteva in viso facendolo somigliare a quello di un clown del circo; mentre faceva ciò si sfogò con la bestiola raccontando ciò che ha nel cuore nel simpatico dialetto della nostra montagna: “bel e me gat st’sais cusa e custa un pez ad pan: tra l’araria, la rebgaria, la semnaria, la medria, la batria, la valaria, la masnaria, la sdaciaria, la masnaria la porta via la mulenda, la vuladga e la tuladga(*). Alura t’ma capis bel e me gat par mi e ti a garmagn poc de magnar…quanda a pens che a mitima da parta anch la smenta par l’an ch’ven”.

(bello il mio gatto se sapessi cosa costa un pezzo di pane, fra l’aratura, l’erpicatura, la semina, la mietitura, la trebbiatura, la pulitura al vento, la macinatura, la setacciatura, allora mi capisci bene bello il mio gatto che per me e per te rimane poco da mangiare, quando penso che mettiamo via anche il seme per l’anno prossimo). Il signore non dimenticò ciò che aveva visto e udito e lo raccontò agli amici, rammaricandosi di non possedere una macchina fotografica per immortalare l’ignaro clown e il suo gatto a coda dritta.

Un mulino ad acqua
Un mulino ad acqua

 

(*) Il mugnaio come paga prendeva una percentuale di farina che poi allungava con ciò che volava e gli scappava rubato.

Quel signore, spettatore di un tal colloquio, comprese però, che la vita in quei luoghi era davvero dura,  si sudava tanto, si facevano tante fatiche per avere il minimo per la sopravvivenza e solo l’amore per la propria terra e le proprie origini rendevano questa gente “speciale”.

 

 

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Sono passati 72 anni

20 marzo 2016/20 marzo 1944

Stesso giorno ma 72 anni dopo si commemora la strage dell’ Aia di Cervarolo.

La banda musicale di Villa Minozzo ha accompagnato tutto lo svolgersi della cerimonia, con il Sindaco di Villa Minozzo ed i sindaci di altri paesi limitrofi, autorità militari e politiche.
Don Giuseppe Gobetti ha celebrato la S.Messa; i ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Villa Minozzo hanno ricordato in maniera significativa, con canti e gesti commoventi ed intensi, l’efferato martirio dei 24 civili, tra questi anche l’allora parroco Don Pigozzi, inermi ed innocenti, caduti per mano dei nazifascisti.

Ad assistere a questa mesta cerimonia tante persone e Associazioni partigiane e Istoreco; un esiguo numero di donne  nipoti, pronipoti e parenti dei caduti.

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944
Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Il Sindaco Luigi Fiocchi ha pronunciato parole semplici ma sentite e commoventi, esaltando l’operato delle donne anche in quei tragici momenti.
Ha parlato l’on. Antonella Incerti, ricordando la resistenza della nostra montagna e come i partigiani abbiano combattuto per riprendersi la dignità  di popolo unito e libero, allora allo sbando.

L’inno nazionale, eseguito dalla banda, ha concluso sull’Aia la commemorazione, non senza qualche lacrima tra i presenti.

Per tutti noi, ma soprattutto per le nuove generazioni, sia un ricordo da mai dimenticare.

 

Renato Luciano Fornaciari “Slim” e la Resistenza in montagna

L’appennino reggiano è pieno di lapidi, monumenti, edicole, che ricordano caduti ed eventi legati alla Resistenza, uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà che li accomunava. Noi li vediamo tutti i giorni, ma ormai non ci facciamo più caso. Silenziosi testimoni delle atrocità commesse dagli uomini, aspettano un fiore, un ricordo, una preghiera.
Febbio, chiesa di San Lorenzo. Un’edicola sotto un albero è lì da tempo a ricordare un uomo, uno dei tanti sacrifici che hanno caratterizzato la nostra penisola durante la guerra di liberazione.
Avviciniamoci e leggiamo: “RENATO LUCIANO FORNACIARI PATRIOTA “SLIM” – Reggio 5 aprile 1925 – Febbio 31 luglio 1944”.
Ma chi era “Slim”? Cosa faceva? Da dove veniva?

 

Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Fonte: Resistenza Mappe)Renato Luciano Fornaciari “Slim”
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Renato Luciano Fornaciari nacque a Reggio Emilia il 5 aprile 1925 (alcune fonti riportano il 4 aprile).
Giovane studente, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana arruolandosi il 22 giugno 1944 nella 26ma Brigata Garibaldi. Durante il rastrellamento che, nell’estate del 1944, investì la Repubblica di Montefiorino, “Slim” (questo il suo nome di battaglia), si offrì di raggiungere, per rifornirla di munizioni, una formazione partigiana rimasta isolata. Catturato dai nazifascisti, “Slim” fu seviziato e passato per le armi il 31 luglio 1944. Con il suo nome fu poi chiamata la 26ma Brigata Garibaldi. Fu decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria. L’edicola in sua memoria sorge nel luogo dove fu ritrovato il suo cadavere.

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

 

Quali furono gli eventi che portarono alla sua cattura?
Facciamo un passo indietro, precisamente fino alla notte del 19 maggio 1944, quando gli eserciti alleati effettuarono il primo aviolancio di armi, materiali, viveri e abbigliamento a favore dei Partigiani accampati presso il centro di addestramento della vicina Lama Golese (la Magulesa).

La settimana successiva, il 24 maggio, venne attaccato da parte dei partigiani il presidio fascista di Villa Minozzo, ma non riuscendo a sopraffare il nemico furono costretti a ripiegare. Il giorno seguente, i fascisti insieme ai rinforzi tedeschi, tentarono di raggiungere la Val d’Asta, ma furono fermati al Ponte della Governara subendo gravi perdite.

 

 

 

Ponte della Governara (Fonte: Resistenza Mappe)Ponte della Governara
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Successivamente, il 9 giugno tentarono inutilmente di riprendere il controllo del presidio di Villa Minozzo e, dal 17 giugno, anche il territorio di Villa Minozzo divenne parte della “Repubblica Partigiana di Montefiorino”, dove si concentrarono circa 5000 partigiani, in maggioranza giovani che si sottrassero al bando di leva decretato dalla Repubblica Sociale Italiana fascista .
Ben presto però scattarono i pesanti rastrellamenti noti come “Operazione Wallenstein”, che interessarono prima l’area a est della Cisa (30 giugno-7 luglio), poi quella a ovest (18-29 luglio), quindi la zona modenese (30 luglio-3 agosto), ponendo brutalmente fine all’esperienza della zona libera della Repubblica di Montefiorino (1 agosto).

 

Abitazione a Villa Minozzo distrutta dai bombardamenti nazi-fascisti.Villa Minozzo in fiamme
(Fonte: Istoreco)

“O tu che peregrino vai per l’erto colle
Sosta su quest’umile sasso
Piega il ginocchio e riverente lo sguardo volgi
Qui un sacrificio avvenne,
Qui un giovane eroe immolò la sua vita
E sacre rese queste pietre del suo sangue intrise
Dal barbaro alemanno fu colpita la carne
Non il suo spirito che eterno aleggierà per queste valli
E quando scenderà dolce la sera
Su questi monti udrai l’eco
Di quei giorni tempestosi
Nei quali il nostro popolo
Per la sua libertà sacrificava i figli migliori”.

(Dalla lapide dedicata a “Slim”)

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

APPROFONDIMENTI:
LA REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_partigiana_di_Montefiorino

RESISTENZA MAPPE
http://resistenzamappe.it/