La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

Il terremoto del 1920

7 Settembre 1920, ore 7:56

Epicentro a Fivizzano (Garfagnana), magnitudo 6.4 gradi Richter (IX-X scala Mercalli), 171 vittime ufficiali, 650 feriti, qualche migliaio i senzatetto. L’area dei danni fu molto vasta e comprese la Riviera Ligure di levante, la Versilia, le zone montane del Parmense, del Reggiano, del Modenese, del Pistoiese e la provincia di Pisa. Sisma avvertito dalla Costa Azzurra al Friuli e, a sud, in tutta la Toscana, Umbria e Marche, e registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei. Alla scossa principale seguirono numerose repliche nelle ore e nei giorni successivi, che cessarono del tutto l’1 agosto 1921. Questi sono i numeri di una catastrofe preannunciata poche ore prima da una scossa più leggera avvertita da tutti e a seguito della quale molta gente dormì all’aperto, limitando il numero delle vittime.

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

I giornalisti de “La Nazione” furono tra i primi a giungere nelle zone colpite e a descrivere la gravità delle conseguenze della scossa, che in un primo momento furono sottovalutate: “A mano a mano che ci inoltriamo nella regione colpita, tutto conferma, purtroppo, la fondatezza delle prime notizie. I paesi che sono successivamente attraversati dalla nostra macchina, mostrano sempre più gravi gli effetti della formidabile scossa, che ha scrollato tutto il sistema montuoso che corona le valli del Serchio e dei suoi affluenti. E’ una triste teoria di rovine che mette sgomento nell’animo; un seguirsi di scene di dolore e di disperazione che ci procura una pena infinita per l’impossibilità di portare un soccorso e un aiuto, che possa lenire in parte il danno irreparabile dell’immensa rovina.” (La Nazione, 8 settembre 1920).

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920
Febbio, la chiesa di San Lorenzo e il campanile dopo il terremoto. Le due foto a sinistra provengono dalla Fototeca Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; la foto del campanile è estratta dallo studio “Disastri sismici in Italia”.

Nell’autunno del 1920 il genio civile montò una tendopoli nella parte bassa della valle, a Castiglione, in modo che le famiglie senza tetto trovassero rifugio. Nel frattempo per affrontare l’inverno furono montate baracche di legno nei paesi più colpiti dal sisma. A Riparotonda alcune famiglie ricostruirono una baracca che avevano preso al Masareto e che era stata abbandonata dai prigionieri austriaci che avevano tagliato legname nella guerra 15-18.

In numerose località le acque si intorbidarono e variarono di portata; nei pressi di Secchio si aprì una profonda spaccatura nel terreno. Dal versante nord orientale del Monte Cusna si staccò una grande frana che investì gli abitati di Asta, Case Stantini, Febbio, Roncopianigi e Riparotonda, aggravando i danni causati dal terremoto, e estendendosi in seguito per una larghezza di oltre 6 km. Nell’ottobre successivo in un avvallamento del terreno prodotto dalla frana si formò un lago.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

Dagli scritti antichi, la chiesa di “Feblum” risulta esistente già nel 1240. Nel 1426 compare ancora unita ad Asta e nel 1478 a Coriano. Nel 1664 circa fu ricostruita ex novo, ma nel 1852 una slavina la danneggiò gravemente. Nel settembre del 1856 si procedette alla ricostruzione di una nuova chiesa con il concorso pecuniario del Vescovo e dello stesso duca Francesco V.
L’attuale chiesa venne ricostruita nel 1933 in cento giorni. L’edificio si mostra eclettico, con elementi provenienti da repertori stilistici diversi. Nella sommità il fronte presenta infatti un timpano triangolare formato da uno sporto marcapiano di base sormontato da una cornice di coronamento cuspidata e sorretta da capitelli; tale modulo contraddistingue molti edifici religiosi d’epoca rinascimentale e barocca in questa area appenninica. Il rosone rappresenta invece una citazione medioevaleggiante, tema ripreso anche nel campanile, tozzo e massiccio, con una cella a trifore sormontata da una guglia a falde molto inclinate.

Sulla porta maggiore è leggibile l’iscrizione “VETUSTATIS ERGO HABENTE – ABIMO RESTAURATA IV NONAS SEPTEMBRIS- AB ORBE REDEMPTO MDCCCLVI “, in ricordo della ricostruzione della chiesa nel 1856.
L’interno è a pianta rettangolare e, come la precedente, ha tre altari.

Boletus Pinophilis

Porcini (Boletus)

Qual’è il porcino migliore e più prelibato?

Nella famiglia dei boletus (porcini) ne esistono diverse qualità, ma si individuano 4 specie principali:

Boletus aestivalis

chiamato reticolato o porcino d’estate, con cuticola vellutata, spesso screpolata, con il cappello color caffè-latte nocciola.
Solitamente si trova in boschi caldi di latifoglie, tra l’erba, spesso associato a faggio o castagno, talvolta anche sotto conifera.
L’aestivalis è il più prelibato.
Boletus aestivalis

Boletus aereus

chiamato porcino nero, molto conosciuto ed apprezzato, cresce in estate in boschi molto caldi di latifoglie, castagni e querce.
Il colore del cappello è molto scuro, bruno nerastro con cuticola fine vellutata.
A parere mio, come qualità,  quasi eguaglia l’aestivalis.
Boletus aereus

 

Boletus edulis

il colore del cappello è nocciola o bruno scuro, la cuticola liscia e viscida.
Dall’estate all’autunno si trova nei boschi di faggio (ma anche nel pino, betulla, castagno….). Si trovano esemplari di dimensioni notevoli ed è di buona commestibilità.

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Boletus pinophilus

detto anche porcino rosso, si raccoglie in primavera e in autunno sia sotto conifera che latifoglie, è di colore rosso rame, con il cappello bruno vinoso. Come qualità è il più scadente.

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Casati

Casati della Val d’Asta

Elenco dei casati della Val d’Asta
Roncopianigi
Denominazione Rappresentanti
Mascambran Puglia
Bgot Pigozzi
Catalin Zambonini
Nando Zambonini
Celsa Marchiò Sante
Biscia Vecchio Oste
Topo
Batera Marchò Evaristo
Balarin Marchiò Linto
Giuanela Calzolaio
Febbio
Denominazione Rappresentanti
Gendarmi Gebenini Armido
Brigader Baroni Fenelia
Gargulin Gebenini Gregorio
Mundin Bianchi
Dei Michele Baroni (Formaggiai)
Pinot Baroni
Fuggi Padre della moglie di Togninelli Gino
Mingun Bertucelli
Rosalba Baroni Lino
Masmun Bertucelli
Bista Zambonini Sabatino
Burtel Baroni del Merlo
Muletta Fornai Gebenini
Peluno Bgun Pigozzi
Minghet Zambonini Giacomo
Frasca Togninelli Gino
Governara
Denominazione Rappresentanti
Bailonne/Taccone Montelli Pasquino
Carcina Masini Giuseppe
Lazzarini Pieroni Lindo/Erminio
Duca Montelli Natale
Bazega *
Palastra *
Madel Montelli Vito
Michelaccio *
Pompilia Calvelli Emidio/Delfino
Lolo *
Barufera *
Lili *
Olivetta Calvelli Bonfiglio
Demetrio Zelinda/Lina/Giovanni
Santina Ferrari Adolfo/Adelmo
Lorenzo ?
* La casata è estinta, ? non si hanno ulteriori notizie
Castiglione
Denominazione Rappresentanti
Chunciun Sillari
Case Stantini
Denominazione Rappresentanti
Rossi Pensieri Sabatino
Gambetta Ugolotti Giovanni
Sillari Bertucci Guido
Rüdela Alberti Pietro
Manghel Ugolotti Giuseppe
Bista Zambonini Domenico
Pighet Castagnetti Sante
Tadè Bianchi Sante
Datin Baroni Luigi/Agostino
Buta Bianchi Battista
Gan Bianchi Domenico
Bugia Ugolotti Salvatore
Chila Serafini Lorenzo
Gemian Ugolotti Cesare
Monte Orsaro
Denominazione Rappresentanti
Martinom Togninelli Lorenzo
Pigan Togninelli Pierino
Giamartin *
Martoch *
Marture *
Pistare Bertini Liliana
Sciabil *
Gabe Bertini Giacoma
Chi Puglia Lorenzo
Mucchia Zambonini Duilio
Ghitt *
Gambacia *
* La casata è estinta
Case Bagatti
Denominazione Rappresentanti
Lisador Castellini Guido
Catiott Castellini Vincenzo/Luigi

Casati
Casati
Case Balocchi
Denominazione Rappresentanti
Bancün Zambonini Dario
Areda Zambonini Armido
Frar Zambonini Felice
Rudin Cecchini Mauro
Giaï Pieroni Domenico/Antonio
Rossi Rossi Camillo/Luigi
Stella Paini
Minghin Liseo Rosa
Cialeia Zambonini Celeste
Scani Scalini Mauro
Riparotonda
Denominazione Rappresentanti
Ost. Caldera Pensieri
Bianca Pigozzi
Martin Alberti
Rusalia Riotti
Ranza Riotti
Bunin Riotti
Biasun Riotti
Tiodor Riotti
Bacilun Riotti
Vergai Riotti
Clumbara Pugucci
Pigarin Marchi
Candina Zanini
Lunga Zanini
Smuna Zanini
Freda Alberti
Sugarin Piguzzi
Narda Piguzzi
Giromi o Leonide Piguzzi
Custant ex Narda Piguzzi
Gianuncin Paini
Gianun Zanini
Tunin Cecchini
Camill Alberti
Plunia Alberti
Secchia Alberti
Ferdinand Castellini
Fêmia Giustin Dla Femio
Giana Rossi
Mnucina Alberti
Ermelin *
Pacific Alberti
* La casata è estinta
Compagnia Maggio Gazzano_x

La tradizione del Maggio (seconda parte)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Compagnia Maggio Gazzano
Compagnia Maggio Gazzano

Oggi il Maggio è un vero e proprio spettacolo che consiste in una rappresentazione in versi con accompagnamento strumentale, il cui argomento del copione è affidato a trame fantastiche che a volte si ispirano anche a fatti storici. Gli attori e gli autori di questa forma di teatro popolare, chiamati “maggianti” in Toscana e “maggerini” o “maggiarini” in Emilia, sono gli abitanti (contadini, pastori, operai, artigiani) dei paesi dell’Appennino tosco-emiliano dove gli stessi maggi vengono rappresentati. In questi paesi un tempo il Maggio costituiva l’unico divertimento, l’unica forma di spettacolo, che teneva legato l’intero paese durante tutto l’anno.

In Emilia ogni attore ha il suo costume che usa in ogni rappresentazione e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua carriera di attore del Maggio. I costumi sono di proprietà degli attori o delle compagnie che raggruppano i maggerini dei paesi dove ancora oggi continua la tradizione del Maggio (Compagnia Maggistica Monte Cusna di Asta, Società del Maggio Costabonese, Compagnia Maggistica delle Due Valli, ecc.) . Sono di velluto nero su cui spiccano stemmi e disegni dai colori vivaci: una giubba con una corta mantellina, pantaloni alla cavallerizza, lunghi gambali, completati da un elmo con pennacchio, una spada di ferro e uno scudo.

 

 

Il Maggio, fino a qualche anno fa, iniziava con la parata degli attori a cavallo che salutavano il pubblico entrando nel campo di azione; durante il loro incedere inventavano piccole battaglie tra di loro. Le donne che partecipavano al maggio vestivano gli abiti della festa o della domenica in quanto non c’erano i soldi per preparare anche per loro l’abito di velluto. Il Maggio era l’avvenimento del paese, durava parecchie ore ed era sempre sponsorizzato da un oste o da un ristoratore; questi offriva il vino e  assicurava lo spazio per la rappresentazione delle scene. L’uscita di scena, dopo la rappresentazione, era svolta da tutti i maggiarini che, incolonnati ed a passo di marcia, salutavano il pubblico.  L’avvenimento del Maggio era molto sentito dalle giovani del luogo: dopo la rappresentazione  i maggiarini tornavano a scegliere la ragazza che gli facesse da compagna al ballo serale del Maggio.

Oggi la lunghezza dei copioni varia dalle due ore e mezza alle tre ore e mezza, durante le quali vengono combattuti duelli con urti degli scudi ad ogni assalto e sonetti e ottave si alternano a polka e mazurca.

Il Maggio “è tutta la comunità dei piccoli centri montanari che si raccoglie per far festa. Una festa di sole, di colori, di profumi, di luce e in mezzo a tutto questo un gioco serio e impegnato che riflette la propria vita nelle sue più profonde aspirazioni” (Walter Cecchelani, Tesi di Laurea, 1966-67).

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Le manifestazioni di benvenuto alla primavera, i riti di fertilità, particolari canzoni dedicate al mese di maggio e alla primavera si trovano nelle tradizioni popolari in diverse parti d’Italia: dalla Sardegna alla Sicilia, alla Calabria e, seguendo un itinerario segnato dalla dorsale appenninica, fino al Piemonte, nelle zone del Monferrato e nel Canavese. La Toscana, nell’epoca di Lorenzo il Magnifico, fu la terra dove il “maio” pose le sue radici più profonde, risalendo lungo i crinali dell’Appennino tosco-Emiliano toccando il Modenese, il Reggiano, il Parmense.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Sebbene ridotte ormai a piccole isole in seno alla cultura popolare dei nostri tempi, le rappresentazioni del Maggio ancora sopravvivono in alcuni luoghi dell’Appennino reggiano e modenese. Alcune di queste manifestazioni rituali di benvenuto alla primavera si svolgono nel mese di maggio e rappresentano il ritorno della bella stagione con la celebrazione del rifiorire dell’albero, e raggiungono il loro culmine con le rappresentazioni estive, in particolare con i Maggi lirici dell’Emilia Romagna e della Toscana e le rappresentazioni teatrali all’aperto, come i Maggi drammatici dell’Appennino tosco-emiliano, anche se questi hanno progressivamente perduto nel corso degli anni gli elementi rituali per acquisire sempre maggiori caratteristiche di spettacolo.

 

 

La canzone di Maggio che si identifica nel Maggio lirico, si presenta in due versioni, a seconda del giorno e delle finalità per cui si canta, che danno origine al Maggio sacro e a quello profano.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Il Maggio sacro, detto anche delle “Anime”, si canta la prima domenica di maggio e ha lo scopo di raccogliere offerte per una messa in suffragio dei defunti. Infatti, alcuni cantanti accompagnati da suonatori di fisarmonica, chitarra e violino vanno per le strade del paese cantando e questuando. Il Maggio profano, invece, detto anche delle “Ragazze”, si svolge nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio e ha lo scopo di propiziare la venuta della buona stagione. Anche qui, un gruppo di cantori con accompagnamento di fisarmonica, violino e chitarra percorre le strade del paese cantando una serenata in onore della primavera: “Ecco il ridente maggio / ecco quel nobil mese, / che sprona ad alte imprese / i nostri cuori”. Alcune strofe particolari vengono cantate sotto le finestre delle ragazze: si tratta dell’ “Ambasciata”.

Da queste due forme di canzoni di maggio, che trovano la loro origine nell’antica matrice dei riti di fertilità, è derivato il Maggio drammatico o epico, influenzato sicuramente anche da altre forme drammatiche come le Sacre rappresentazioni.

Bibliografia

Video

Il Maggio emiliano, ricordi, riflessioni, brani

La tradizione del Maggio, i Malandrini a Costabona

Maggio epico cavalleresco, “Rinaldo appassionato”

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Notte)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Mattino)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Pomeriggio)

Museo del Maggio di Riolunato

Il Maggio – La Compagnia di Gorfigliano

Il Canto del Maggio

 

Russule

Russula

Le russule sono una varietà di funghi di colore variabile, la maggior parte è commestibile.

Russula Vesca

Di buona commestibilità è di colore bruno vinoso sulla parte superiore della cuticola (cappello) la carne bianca e gambo bianchi, maturando si macchia sul gambo di giallo bruno.Le zone di raccolta sono sempre sotto latifoglia e conifera.Sin dalla tarda primavera,all’estate e autunno .

Vesca
Russula Vesca
Vesca
Russula Vesca

Russula Cyanoxantha

Di ottima commestibilità ha il colore della cuticola violaceo, il colore del gambo e della carne bianche.Abbastanza comune in boschi di conifera e di latifoglie dall’estate sino all’autunno inoltrato.

Cyanoxantha
Russula Cyanoxantha

 

 

Russula aurea

Di buona commestibilità , il colore della cuticola può variare da arancio vivo a rosso fuoco con gambo abbastanza bianco e tendente al giallino sotto cappello a maturazione. In boschi di latifoglie e conifera dall’estate sino all’autunno.

 

Aurea
Russula Aurea

L’Oratorio di Gazzano

L’Oratorio di Sant’Antonio da Padova sorge nel centro dell’agglomerato urbano della frazione di Gazzano, comune di Villa Minozzo.

Oratorio di Gazzano
Oratorio di Gazzano
Oratorio di Gazzano
Oratorio di Gazzano

Edificato a lato dell’antica via Toledo è formato da un unico corpo di fabbrica con facciata portificata e ingresso sul prospetto sud.

Oratorio di Gazzano
Oratorio di Gazzano

Non sono state recepite notizie archivistiche relative all’epoca della sua costruzione; le uniche indicazioni provengono da una lapide sulla facciata e da una epigrafe sull’ancona dell’altare.
Quest’ultima riporta la data di costruzione, 1725, e indica come l’edificio fosse stato edificato per volontà di Antonio Merciadri, abitante del luogo.
L’oratorio è dedicato oltre che al Santo di Padova a San Francesco di Assisi ed è formato da un unico spazio rettangolare destinato ai fedeli ed è separato dal presbiterio (anch’esso a pianta rettangolare) da un arco “trionfale”.
Un altro arcone su paraste divide in due parti sia lo spazio dei fedeli che la volta a botte ribassata che lo conclude.
Il presbiterio come abbiamo accennato è anch’esso a pianta rettangolare: quattro paraste angolari costituiscono la base di quattro pennacchi con sovrastante cornicione circolare.

 


Sul cornicione circolare appoggia un solaio orizzontale in sostituzione di una cupola forse prevista e mai realizzata.
L’aspetto d’insieme degli spazi interni è tipico della cultura architettonica della montagna reggiana influenzata fino a tutto il sec. XVIII da elementi tardorinascimentali.
Le paraste aggettanti, il cornicione con modanature fortemente in rilievo, le proporzioni spaziali fanno di questo oratorio un esempio interessante e sopratutto integro.
L’ancona e l’altare sono in legno, opera della bottega Cecati.

L’altare è stato staccato dalla parete, parzialmente riadattato e ridorato; l’intervento è del 1954 come indicato dall’epigrafe già citata.
L’oratorio è preceduto da un porticato realizzato quasi contemporaneamente alla costruzione dell’oratorio stesso.
Una lapide sulla facciata sembra indicare l’anno 1732 come data effettiva della sua erezione.
Interpretando la stessa lapide in parte illeggibile, si può presumere la sua erezione come voluta da Francesco, figlio dell’Antonio Merciadri primo fondatore dell’edificio.

Oratorio di Gazzano: particolare
Oratorio di Gazzano: particolare

Il porticato è a tre fornici con colonne e capitelli in arenaria gialla e grigia.
Tre cupolette, realizzate in sasso, come il resto dell’edificio, coprono lo spazio del portico.
Anche in questa parte della costruzione, siamo di fronte all’uso di questi elementi architettonici della cultura montana di cui abbiamo già accennato.
Il portale d’ingresso è contornato da elementi sempre in arenaria con cornici a modanature simili alle cornici interne.
La sua dimensione e il raccordo con le volte del portico confermano la costruzione posteriore di quest’ultimo.
Sopra al portale è fissata una immagine devozionale in cotto smaltato della Beata Vergine della Ghiara di Reggio, opera sempre dal sec. XVIII.
L’edificio è in condizioni statiche precarie, la variazione di livello della zona circostante e le varie scosse telluriche hanno danneggiato la struttura.
La copertura in lastrame pietra è stata parzialmente sostituita con tegola in cemento.
Gli intonaci sono in parte danneggiati dall’umidità.

Parrocchia di San Marco Evangelista in Gazzano Villa Minozzo (RE)

 

Orchidea

Orchidea

Il termine “orchidea” (dal greco latinizzato in orchis = testicolo) allude alla forma dei rizotuberi di molti generi che ricorda quella degli organi maschili. La leggenda narra, infatti, che Orchis, figlio di una ninfa dalla quale aveva ereditato la bellezza, e di un satiro che gli aveva trasmesso la lussuria sfrenata, invitato ad una festa del dio Bacco tentò di violentare una sacerdotessa, commettendo un grave sacrilegio che pagò con la morte, sbranato dalle fiere del nume. Intervennero però gli dei che, inteneriti dal destino crudele, con un atto di pietà verso lo sfortunato giovane trasformarono i suoi resti mortali in una leggiadra pianta che conservava tuttavia sotto terra il ricordo di ciò che lo aveva portato alla sciagura: il simbolo stesso della lussuria sotto forma di due testicoli.

Le orchidee o orchidacee è una delle famiglie con il più alto numero di specie nel mondo vegetale, circa 25.000-32.000, distribuite in circa 800 generi . Si riproducono mediante seme, hanno il fiore con ovario chiuso e appartengono alla classe delle monocotiledoni (pianta i cui semi hanno una sola foglia embrionale). Possono vegetare dal livello del mare fino al limite superiore della vegetazione alpina, ma perché ciò possa avvenire è necessario che si verifichino delle condizioni particolari quali, ad esempio, la presenza di un fungo del genere “Rhizoctonia”, base nutrice del semino nella prima fase di germinazione.

Orchidea
Orchidea

Purtroppo, l’uso sempre più indiscriminato di insetticidi, i continui sconvolgimenti del terreno da parte dell’uomo ed altri fattori, fanno sì che sempre più vengono a mancare, per molti di questi fiori, le possibilità di potersi riprodurre agevolmente sul nostro territorio. Ecco perché spesso si sente parlare di specie rare, in via di estinzione o estinte. Le specie presenti in Italia sono circa 200. Sono piante perenni, cioè che vivono più anni, che alternano un periodo vegetativo, generalmente di breve durata, in cui sono visibili le parti aeree (fusto, foglie, fiori), a uno di riposo, in cui permangono esclusivamente gli organi ipogei (rizomi, rizotuberi e radici).

Le Orchidee spontanee sono protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell’Allegato I della Convenzione di Washington del 1973, denominata CITES, che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le Orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. In Emilia Romagna la Legge Regionale 24 gennaio 1977, n. 2, art. 4, stabilisce quali sono le specie protette della regione.

La flora protetta secondo l’Emilia Romagna

Rosa Palumbo