La Betta del Bar

Teodolinda Riotti (Betta)

La Betta del Bar
La Betta del Bar

Sono nata a Castelnovo ne’ Monti il 1 Aprile di non tanti anni fa;
le prime parole che ho pronunciato, e di cui ho un ricordo, furono

“Caffè normale, ristretto, lungo, in tazza piccola o al vetro?”

Solo qualche anno dopo ne ho compreso il significato

 A parte lo scherzo, è vero che sono nata dentro il bar e che mi è stato bene fin da subito come un vestito cucito addosso e ci lavoro da oltre 20 anni.
Betta con Befana e Befanotto (2009)
Betta nel Bar con Befana e Befanotto (2009)

La mia adolescenza in Val d’Asta è passata tra i luoghi dell’infanzia e le gite verso la scuola che facevo tutte le mattine insieme ai miei amici e ai compagni. Usavamo l’autobus di linea che tutte le mattine ci portava a Villa Minozzo per fare le scuole medie e più tardi a Castelnovo ne’ Monti per frequentare le scuole superiori.

Sono felice che i miei figli seguano il mio stesso percorso, rivivo con loro la mia giovinezza.

La Val d'Asta conserva gelosamente un tesoro ancora tutto da scoprire. (foto del Monte Cusna visto dalla Val d'Asta)
La Val d’Asta conserva gelosamente un tesoro ancora tutto da scoprire. (foto del Monte Cusna visto dalla Val d’Asta)

Un fortino! Ecco cosa è per me la Val d’Asta!!!

E’ vero, siamo fuori da ogni comodità, rimanere per noi vuol dire sacrificio e passione…ma…

 

 

siamo nel centro ideale della montagna, da quì partono le strade per Monte Orsaro, per Rescadore e i suoi impianti sciistici e quelli di risalita verso il Monte Cusna.

E’ da quì che possiamo raggiungere Novellano, Gazzano fino a Civago e da quì verso la Toscana e il modenese.

Incrocio Febbio-Civago
Incrocio Febbio-Civago

Un centro autosufficiente che ha ogni servizio utile alla nostra vita di comunità: lo studio del dottore, la farmacia, il caseificio, il falegname, il meccanico, i negozi di ortofrutta e di materiale per la casa; il bar e il distributore di benzina, l’ufficio postale e la trattoria.

Il centro dei servizi della Val d'Asta
Il centro dei servizi della Val d’Asta

Studio Medico, farmacia e defibrillatore
Studio Medico, Farmacia e Defibrillatore

E per i più piccoli la scuola elementare e l’asilo infantile.

Scuola dell'Infanzia di Case Bagatti (Val d'Asta)
Scuola dell’Infanzia di Case Bagatti (Val d’Asta)

E’ proprio quì che sperimento la libertà di vivere sereni e in pace con la natura, e scopro sempre di più la sana invidia di chi viene dalla città, ricca sì di servizi, ma caotica e inquinata.

 

Giandomenico Reverberi

Giandomenico Reverberi

Ho iniziato a fotografare all’età di 14 anni, seguendo mio padre giornalista.

Visitando posti interessanti, soprattutto di montagna, iniziavo a registrare nelle immagini quello che vedevo.

Foto (Giandomenico Reverberi)

Facevo filmati, sempre al seguito di mio padre, giornalista di Tele Montecarlo e direttore del giornale nazionale dell’associazione nazionale alpini: utilizzavo una cinepresa a 16 m/m e realizzavo diverse copertine per la rivista.

Finiti gli studi da geometra, ho frequentato per 3 anni la facoltà di ingegneria civile, superando però solo il biennio.

Abbandonati gli studi, ho lavorato per diversi anni  nel settore tecnico, in aziende come La Tecnosol di Castelnovo ne’ Monti o il CCPL di Reggio Emilia.

Giandomenico Reverberi

Nel 1987, con l’amico Giovanni Onfiani, rileviamo lo studio fotografico del grandissimo Guido Ficarelli chiamandolo Studio Jack & Joe.

Nel 1982 ho perso mio padre per malattia, e ho trovato in Guido un grande maestro fotografo, ma anche un amico , quasi una figura paterna.

Lui mi ha insegnato veramente tanto: dalla camera oscura – allora il bianco e nero era ancora in gran voga-fino all’uso delle fotocamere.

La cosa più grande che mi ha insegnato, sulla quale ha insistito per tutti gli anni di collaborazione, è stato il cercare una visione critica delle opere e delle  immagini prodotte da altri, ma soprattutto, sulle immagini prodotte da me, discutendole insieme e mostrandomi  quelli che erano gli errori commessi.

Insegnandomi l’umiltà nel riconoscerli, accettarli e non ricommetterli.

Non era una frase di Guido, ma lui me la ripeteva sempre

Da una bella immagine, non ha mai imparato nulla nessuno, dagli errori, si impara sempre.

Giandomenico Reverberi
Giandomenico Reverberi, immagine promozionale per i corsi 2016/2017

Nel corso degli anni, il mio  amico Giubba, rendendosi conto che la fotografia non era per lui, lasciava la società, riprendendo il suo lavoro originario di pipeliner all’estero.

Subentrava così nella società, mia moglie Cinzia (ci siamo sposati nel luglio del 1992); da allora le ho insegnato tutto quello che le serviva per poter fare la nostra professione di fotografo.

Incanto di Mimmo
Incanto di Mimmo

Abbiamo fatto insieme tantissimi servizi matrimoniali, foto sportive, e lei si è specializzata nelle fotografie di bambini in studio.

Oggi siamo nell’anno 2016 e le cose nel mondo della fotografia sono cambiate.

Siamo passati dalla pellicola all’immagine digitale, che ha reso sicuramente la foto più facile ed accessibile a tutti.

Il teatro a modo mio
Il teatro a modo mio

La Lente Magica
La Lente Magica

Oggi oltre alla professione, dedico parte del mio tempo nell’organizzare corsi di fotografia, a vari livelli di apprendimento, dove cerco di trasmettere la mia passione e le mie conoscenze sulla fotografia derivate da una vita di passione e da trent’anni di professione.

seicinque

La ranella

Giorgio Chiesi

Persone della montagna. E’ questa una iniziativa che vuole fare conoscere la montagna reggiana attraverso il racconto della vita e delle passioni di chi vive quì da sempre o da chi invece ha incontrato quì l’amore della sua vita o da chi ha deciso di venirci ad abitare o lavorare. Il racconto più autentico delle persone che vivono quì.

Quando intervistiamo una persona importante del nostro territorio facciamo sempre alcune domande che ruotano intorno ad una traccia : una breve biografia, un aneddoto, un pensiero per il presente ed un pensiero per il futuro.

Giorgio Chiesi, fuori da ogni schema, è un fiume in piena!

Nato a Gazzano 85 anni fa, è stato un perito muratore fino a diventare anche capo cantiere. Ha passato la leva militare in Sicilia tra Siracusa Ragusa e Catania, uno  dei momenti più belli della sua vita. Il Giorgio muratore, esperto di cemento armato, è andato poi a lavorare 7 anni a Genova e una volta rientrato nel reggiano, ha lavorato presso molte ditte nel settore, tra le quali citiamo la cooperativa Ciles confluita poi in Unieco. Dell’opera di Giorgio si possono contare circa 60 case nella sola Gazzano, alcune realizzate con l’aiuto di suo papà Ernesto, grande esperto di costruzione di case in sasso e calce.

La famiglia Chiesi nel 1942
La famiglia Chiesi nel 1942

Il papà era originario di Fanano in provincia di Modena. E’ stato uno tra gli operai che dopo il terremoto del 1920 hanno ricostruito il paese ed ha collaborato alla costruzione della diga di Gazzano-Fontanaluccia. Ha conosciuto così la mamma di Giorgio, Iside Gigli: lì è rimasto.

Nel 1962 Giorgio si sposa con Giuliana Merciadri con una cerimonia officiata da don Paolo Canovi. Il pranzo di nozze si è svolto presso l’Istituto di Maria ed è stato il primo ricevimento unificato che ha rotto la tradizione secondo la quale il ricevimento dovesse svolgersi con il pranzo nella casa della sposa e la cena nella casa dello sposo.

Abbiamo conosciuto Giorgio da meno di un anno ed abbiamo imparato l’unità e l’amore vicendevole all’interno della sua famiglia ormai lunga di tre generazioni con nipoti e pronipoti. Ma abbiamo anche scoperto il suo amore per la propria terra e il proprio paese dove ha seguito, dopo il pensionamento, la manutenzione e il funzionamento dell’acquedotto; il suo spirito umano è evidenziato nella sua decennale attività nella pubblica assistenza che ha permesso, con l’aiuto del suo eterno amico Tullio Verdi, che la Croce Verde di Villa Minozzo avesse l’ambulanza sempre collocata in Gazzano.

Il matrimonio nel 1962
Il matrimonio nel 1962

Di Giorgio Chiesi oggi conosciamo la sua forza e la sua intraprendenza: già allenatore della squadra di Gazzano con cui ha vinto un torneo montano, grazie alla sua mano ed all’interessamento di Fardo Chesi (fondatore e proprietario dell’Albergo del Lago) è stato possibile ultimare il campo sportivo con l’installazione dell’illuminazione e la fabbricazione del muro che costituisce lo spogliatoio dei giocatori.

Oggi possiamo incontrare Giorgio a spasso per il paese sempre con qualche arnese, ora per costruire una insegna luminosa che raffigura scene del presepe natalizio e che possiamo ammirare illuminate la sera per tutto il mese di dicembre, ora con una vanga per zappare il suo orto, ora con un fascio di giunchi per intrecciare una cesta, ora con il suo trattorino per portare materiale utile alla Pro Loco o per pulire intorno alla mostra dei presepi.

 

Istituto di Maria
Istituto di Maria. All’edificazione di questa costruzione ha partecipato il papà di Giorgio. E’ stato, questo istituto, il luogo di formazione di molte generazioni di ragazze. Ospitava una sala polivalente che all’occasione diventava una palestra, il cinema, il teatro. A fine anno scolastico le ragazze esponevano quì i loro lavori in una mostra.

 

La ranella
La ranella
Giorgio maestro dei cesti
Giorgio maestro dei cesti
Sagra antichi mestieri (Gazzano 2007)
Sagra antichi mestieri (Gazzano 2007)
Sagra antichi mestieri (Gazzano 2007)
Sagra antichi mestieri (Gazzano 2007)

Albireon al WGT 2014 - Bettina Pietschmann

Davide Borghi

La mia passione per la musica nasce tanto tempo fa. Già sui banchi di scuola fantasticavo sul successo della mia band della quale, già a 10 anni, avevo in testa una precisa immagine: doveva essere musica malinconica, originale e potente.

Albireon al WGT 2014 - Bettina Pietschmann
Albireon al WGT 2014 – Bettina Pietschmann

Le prime esperienze arrivarono cantando con gli amici, in Val D’Asta d’Estate o a Montecavolo, dove trascorsi l’anno della maturità venendo in contatto con diversi musicisti della scena rock reggiana.
Poi arrivò la chiamata dei Mindcrime, con i quali cantai un paio d’anni facendomi le ossa sui palchi più importanti della provincia, scrivendo le prime canzoni e iniziando a capire quali onori ed oneri comportasse la vita di una band.
Riversai in seguito queste esperienze nell’idea di una band “montanara”, fortemente voluta da me e mio fratello Lorenzo già a partire dal 1990 con alcune acerbe escursioni strumentali a base di chitarra e sax, ma concretizzata solo nel 1991 con il passaggio di Lorenzo alla batteria e con la nascita di The Path, progetto musicale che intendeva unire le sonorità violente del Death Metal con quelle psichedeliche e sulfuree del Doom.
Con l’entrata di Elio Zambonini (da Pian Del Monte) alle tastiere e Luca Sillari (da Castiglione) al basso e l’evoluzione del suono verso lidi più raffinati e melodici, coltivammo il nostro sogno nato in Val d’Asta attraverso 7 anni di prove, concerti, tre cassette e il sospirato cd d’esordio “Nightbirds And The Blooming Moon” nel 1998, facendoci conoscere in Italia e all’estero come uno dei nomi di spicco del Gothic Prog Metal.

Il nostro indirizzo postale, presente sui giornali di musica di mezzo mondo, recava come un marchio di fabbrica il riferimento “Via Val d’Asta”, così come l’eco della nostra musica che in certe sere, in condizioni di vento favorevole, era udibile anche da Monteorsaro. Qualcuno a Case Balocchi ci soprannominò simpaticamente “E Casin Infamm’”, qualcun altro, un anziano scomparso qualche anno fa, riferendosi ai rumori provenienti dal solaio della Falegnameria Borghi ci disse: “Meglio voi del silenzio”.

Anni irripetibili, caratterizzati dall’avvicendarsi di Luca Sillari con Marco Rossi prima e con Gianmaria Iori poi, e i concerti “Una Montagna Di Rock”, nell’Agosto 1994 a Castelnovo Monti di fronte a un migliaio di persone e quello a Villaminozzo, nel 1996, di supporto ai grandi Ustmamò come ricordi più belli.
Allo scioglimento di The Path decisi di non poter fare a meno della musica: ripartendo da una chitarra acustica e da altri compagni di viaggio iniziai a lavorare su suoni più rarefatti e cantautorali e, dedicando la mia musica a una stella nella quale avevo trovato una luce di speranza, fondai Albireon.

Dopo un periodo di rodaggio e i primi demo, l’album d’esordio “Le Stanze Del Sole Nero”, uscito per una casa discografica francese nel 2004 ebbe un imprevedibile successo, bissato l’anno dopo da “Il Volo Insonne” e da “Indaco ep”, nel quale iniziammo a collaborare con artisti internazionali molto noti nel genere Dark / Neo Folk.
La produzione discografica venne alternata ad apparizioni live estremamente selezionate in Festival di genere o di supporto a bands italiane o straniere di successo. In queste occasioni, insieme ai membri storici di Albireon Carlo Baja Guarienti (Tastiere) e Stefano Romagnoli (Campionamenti e Loops), tornai a collaborare con Lorenzo per alcuni memorabili concerti come il First Folk Alert! a Prato nel 2008 o il Live a Ferrara nel 2007 insieme ad All My Faith Lost….
Con l’uscita di “Ahren” (2007) “I Passi Di Liù” (2008), “Mr. Nightbird Hates Blueberries” (2010) il sogno che avevo da bambino sembrava aver decisamente preso forma, ma altre cose straordinarie dovevano ancora succedere: collaborazioni con gli artisti che un tempo ammiravo e con cui poi ho avuto l’onore di lavorare in studio o dal vivo come Fire+Ice, Paul Roland, David E. Williams, Sol Invictus, Death In June, Ataraxia, Argine e molti altri, due nuovi progetti musicali (The Blue Project, con la magnifica voce di Maria Cristina Anzola, ed Ekra) e un riconoscimento sempre crescente da parte di critica e pubblico.
Nel 2013 pubblicammo “Le Fiabe Dei Ragni Funamboli”, un doppio cd cantato in italiano e in dialetto della Val D’Asta: un omaggio alla mia terra e alla sua lingua che avevo in serbo da tanto tempo, ancor più sentito perché concepito nella malinconia dell’emigrante che vive cercando con lo sguardo l’Uomo Morto sdraiato sull’orizzonte a proteggerne il cammino.

Daniela Zambonini

Daniela Zambonini

Persone della montagna. E’ questa una iniziativa che vuole fare conoscere la montagna reggiana attraverso il racconto della vita e delle passioni di chi vive quì da sempre o da chi invece ha incontrato quì l’amore della sua vita o da chi ha deciso di venirci ad abitare o lavorare. Il racconto più autentico delle persone che vivono quì.

Daniela Zambonini

Mi chiamo Daniela Zambonini e vivo a Civago, mio padre Arnaldo di Case Balocchi in Val d’Asta mentre mia mamma Ersilia è di Civago; amo molto la mia montagna e andarmene di quì sarebbe l’ultima cosa che farei.

Daniela Zambonini Vetrina Civago
Civago

In paese conosciamo tutti e sono felice di poter essere un riferimento anche per chi viene da fuori.

Daniela Zambonini
Daniela Zambonini

Gestisco la ferramenta del paese fin dal 1988, ereditata dal nonno, la ferramenta è la mia passione.

Daniela in negozio
Daniela in negozio

 

Cominciare non è stato facile ma col tempo ho imparato non solo a saper scegliere i prodotti di qualità da proporre ai clienti, ma anche a godere della gratitudine della gente sapendo di essere utile.

L’attività del negozio fu avviata tantissimi anni fa dal nonno materno come calzolaio, quando sono arrivata io le scarpe si compravano già confezionate.
Oggi fornisco casalinghi,articoli da regalo,oggettistica,ferramenta, articoli per il giardinaggio,….

Gli articoli da giardino
Gli articoli da giardino
Il negozio di Daniela
Il negozio
La casa di Daniela
La casa e gli articoli da regalo

 

 

 

 

 

 

Ecco l’altra mia passione

Il cane di Daniela
Niki

Niki è il nostro beniamino.

La speranza per il futuro è di poter continuare con la mia attività.

 

 

Franco Chiarabini

Franco Chiarabini

Persone della montagna. E’ questa una iniziativa che vuole fare conoscere la montagna reggiana attraverso il racconto della vita e delle passioni di chi vive quì da sempre o da chi invece ha incontrato quì l’amore della sua vita o da chi ha deciso di venirci ad abitare o lavorare. Il racconto più autentico delle persone che vivono quì.

Franco Chiarabini

Buongiorno a tutti,

mi chiamo Franco Chiarabini

Franco campione del mondo
Franco campione del mondo

Per chi non mi conosce, sono il campione in carica di raccolta funghi; per chi mi conosce sono quel “matto”che potete incontrare nel bosco a tutte le ore del giorno e della notte per raccogliere funghi.

Vivo a Reggio Emilia da quando mi sono sposato circa 15 anni fa.

Prima ho vissuto in una piccola frazione di Villa Minozzo: Montefelecchio.

Tutti i giorni torno tra i monti: faccio il pendolare che scappa dalla città per andare a lavorare in montagna. Da qui nasce una riflessione: un montanaro può andare dove vuole, ma sempre montanaro rimane!!

Il mio cordone ombelicale è ancora saldamente attaccato al nostro meraviglioso Appennino.

Ecco perché da giugno a settembre mi trasferisco con la mia famiglia nei miei amati monti: mi divido tra la mia Montefelecchio, ai piedi del Monte Prampa, e Case Balocchi, borgo della Val d’Asta, ai piedi del Monte Cusna e del Monte Penna, da dove ha origina mia moglie.
 

 
La Val d’Asta è una valle incantata con tanti piccoli paesi che la rendono unica, dove vivono  persone umili ma autentiche, di poche parole ma sempre disponibili in caso di necessità. Da tutti quì è possibile imparare quei valori che le generazioni della montragna si tramandano da sempre.

Durante l’inverno la popolazione è scarsa, ma dalla primavera molte persone “scappano” dalla città per tornare alla tranquillità e alla calma e questa valle si riempe!

Qui ci si può gustare una serena passeggiata lungo i sentieri, tra i monti, respiare aria sana, chiacchierare con tanti amici e ritrovarsi al tavolino del bar raccontandosi vecchi aneddoti.

Mi piace ricordare tutti gli sforzi che vengono fatti per cercare di vivacizzare la vallata: dalle iniziative proposte dalla pro loco locale con manifestazioni, cene, balli per favorire l’aggregazione e la giovialità, al ripristino della seggiovia di Febbio che, anche grazie alla neve copiosa di questi giorni, sta risorgendo.

 

La Val d’Asta è unica, così come i suoi abitanti e sono orgoglioso di farne parte anche solo come “figlio adottivo”!

Franco Chiarabini

Sante Borghi

Sante Borghi

Persone della montagna. E’ questa una iniziativa che vuole fare conoscere la montagna reggiana attraverso il racconto della vita e delle passioni di chi vive quì da sempre o da chi invece ha incontrato quì l’amore della sua vita o da chi ha deciso di venirci ad abitare o lavorare. Il racconto più autentico delle persone che vivono quì.

Sante Borghi

Sono nato a Carniana il 29/01/1945 dove ho vissuto fino all’età di 4 anni. Dal novembre del 1949 i miei si sono trasferiti a Tizzola, paese nativo di mia Madre, e lì sono collocati i primi ricordi della mia infanzia.
Nel novembre 1954 la mia famiglia si è trasferita a Rivalta in una casa isolata. Abituato a vivere in un paese piccolo e pieno di bambini e di parenti come era a Tizzola, ho impiegato del tempo per abituarmi; solo la frequentazione della scuola e della chiesa hanno dato giovamento.

All’età di 12 anni, finita la scuola, andai a Reggio Emilia per imparare il mestiere di falegname e, quando ne avevo 18, ci siamo trasferiti tutti nella città e nel 1973 aprii la mia propria falegnameria.

Nella casa dove andammo ad abitare in Reggio Emilia, incontrai la mia futura moglie, Daniela Pensieri che sposai nel 1970. Daniela viene dal borgo della Val d’Asta di  Riparotonda.

Abbiamo avuto 2 figli Davide e Lorenzo.

 

Il piccolo Sante
Il piccolo Sante

Sante gladiatore
Sante gladiatore

Sante falegname a Reggio Emilia
Sante falegname a Reggio Emilia

Ho imparato a conoscere la Val d’Asta nel 1980 dopo un periodo di vacanza. Me ne innamorai e per questo ho spostato famiglia e attività di falegname: il 14 settembre 1983 cominciò la nostra nuova vita in montagna. L’avvio della falegnameria fu molto lusinghiero perchè in quel periodo gli impianti sciistici di Febbio andavano molto bene, la Val d’Asta, ma anche tutta la montagna di Villa Minozzo, era molto popolata e frequentata.

Così ho avuto la possibilità di sviluppare i miei interessi e i miei hobby: la fotografia, con cui ho vinto molti concorsi e ho fatto mostre personali e proiezioni di diapositive.

Nel contempo ho aderito alla Pro Loco Val d’Asta di cui sono stato per venti anni consigliere e per 5 anni presidente.

Inaugurazione della sede della Pro Loco Val d'Asta
Inaugurazione della sede della Pro Loco Val d’Asta

 

Nel 1989 entrai a far a parte della compagnia maggistica “Monte Cusna” e tuttora ne faccio parte.

Sante magiarino
Sante magiarino

 

Nel 1995 io e altri amici di Asta abbiamo fondato una orchestra di liscio chiamata i Val d’Asta Folk: io ero il cantante.

 Val d’Asta Folk
Val d’Asta Folk
Sante cantante a Reggio Emilia
Sante cantante a Reggio Emilia

Il canto è sempre stata la mia grande passione: la prima volta che cantai davanti ad un pubblico fu il giorno che vennero a trebbiare il grano a casa mia a Rivalta, nella pausa per il pranzo avevo 9 anni, mi misero sul tavolo e cantai una canzone napoletana di Aurelio Fierro (Vurria). Tra i 14 anni fino ai 20 cantai in vari locali e mi presentai in vari concorsi per voci nuove. In quel periodo andavo a scuola di musica e feci parte della Filarmonica di Reggio Emilia diretta dal Maestro Speroncini.  Il mio insegnante di canto era il figlio del maestro, che insegnava anche alla mitica Berti. Ho anche fatto il concorso “Voci Nuove” in cui partecipò la Zanicchi.

La mia prima volta da cantante era in un cinema teatro: l’Olimpia di Reggio Emilia, durante la festa del Montanaro; cantai “Si è spento il sole”  di Celentano con l’orchestra di Paolo Messori.

La creazione di cui vado più orgoglioso è la Compagnia dialettale “I Valdastrin”, in attività da oltre 17 anni.

Sante e "I Valdastrin"
Sante e “I Valdastrin”

 

La mia vita in Val d’Asta è felice. Mi sono inserito senza problemi e in questa piccola valle, così bella, ho ricevuto molto. Sono 32 anni che vivo quì, ma ad ogni cambio di stagione mi sorprende la sempre straordinaria bellezza del Cusna, delle due montagne gemelle (il Prampa e la Cisa), della grande muraglia detta La Grotta di Lurano Torricella e del Monte Penna che io chiamo il nostro Cervino per la sua forma.
 

 
Io sono uno dei pochi con una attività da artigiano di città che si è trasferito in montagna, anzi era più facile succedesse il contrario. Decisi di trasferirmi per la bellezza di questa valle e negli anni 75-80 intorno agli impianti di risalita sul Cusna e un po in tutta la Val d’Asta , c’era una forte espansione e per la mia attività fu una buona partenza.

Nei paesi c’erano ancora una quindicina di pastori che oggi, purtroppo ed in pochi anni, sono quasid el tutto spariti. I giovani infatti continuarono ad andare a lavorare nelle città e i paesi si svuotarono lasciando quì gli anziani . Chi ha la possibilità di vivere in Asta ha la mia rassicurazione: in Val d’Asta si sta bene. Abbiamo i servizi essenziali come il medico, la farmacia, la scuola, il caseificio, il distributore di benzina e… il falegname. Ma sopratutto abbiamo panorami bellissimi e tanta pace.

 

Il Paese dei Balocchi
Il Paese dei Balocchi

Io credo nel futuro della Val d’Asta, non più come una terra di pastorizia, di allevamenti  e di agricoltura, ma come una terra tutta nuova che merita di essere riscoperta da ogni viaggiatore sulla terra. Questa è una terra ricca di natura di fauna e di benessere.

Panorama da Case Bagatti
Panorama da Case Bagatti

 

Sante Borghi.

 

 

 

Anziano

Pellegrino Puglia

Memorie delle mie sofferenze militare
Incominciando dal 6. del 1915 di Dicembre inavanti: di Pellegrino Puglia (n.1896)

Passaggio della vita militare.

Venni sotto le armi il 6 dicembre del 1915 e mi passarono nei granatieri a Roma e vi stetti fino al 23 del corrente mese. Dopo fui trasportato a Rieti e ci restai fino al 15 aprile del 1916 e andiedai al campo a Bivola. Mi trovavo inabile e passai nella Centuria 536 il 5 maggio e mi portarono a Bladici e Peternel e resto lì fino al 26 di maggio.
Dinuovo fui trasportato a Piovene nel Trentino cioè a Rochetto. Da Rochetto andavo a lavorare a Cogollo dove i tedeschi mandavano a colazione e desinare e cena con dei sdrapani a dun dun con il contorno di palottole e granate.Lavoravo a Cogollo per tre giorni ma sempre di notte, perchè di giorno il nimico non voleva.

Anziano
Anziano

Povero Pellegrino! Dove rimasi così contento che a Cogollo trovai il mio fratello Giuseppe del 2° Montagna, ma il destino non volle e questo era il 13, ma la febbre non cessava e mi portarono a Tiene all’ospedale di riserva e questo fu il 14. La febbre continuava e mi misero nel treno ospedale che andiede a Piacenza al Morigi, ma mi dissero che era tifo. Allora fui mandato sopra un carretto al Principale del reparto infettivi e vi restai fino il 11 settembre e ebbi due mesi di convalescenza fino al 10 Novembre.
Passò la mia licenza a fianco dei miei cari genitori in Roncopianigi , ma i due mesi di libertà passarono. E il 10 novembre del 1926 mi toccò partire e lasciare la mia famiglia con pianti e addolorati. Il 16 corrente raggiunsi la centuria 536 in Vall’Arta che stava accantonata a Speccheri, dove non si poteva più resistere al freddo. Allora non mi ero ancora ristabilito dalla malattia, per cui il 17 dicembre mi rivenne la febbre. E di nuovo tornai all’ospedaletto di Schio. Resto a Schio fino al 27 del corrente mese, e poi partii col treno ospedale e fui trasportato all’ospedale Lamarmora e resto 7 giorni. Dopo fui mandato al Regina Margherita, tanto che il 26 di gennaio 1917 partii di nuovo perlamia casina con 25 giorni convalescenza e ritornai ad abbracciare la mia famiglietta. Ma il destino mi fece ripartire il 23 febbraio e restai a Reggio Emilia fino al 28 del corrente mese e fui inviato a Parma e il 1° rinviato a Roma sempre inabile, dopo fui trasferito alla 4° compagnia, ma lì non mi vollero tenere e mi rimandarono in Zona di Guerra a S.Puio di Padova, e da S.Puio partenza di nuovo il 5 maggio pel fronte.
Venendo a Cervignato a fare esercitazione di bombe a mano restai fino il 21 Maggio e il 21 arrivò l’ordine di partire e si andiede sotto una baracca a Saponti. Alle 2 dopo mezzogiorno del 23 sotto un intenso bombardamento si partì per l’assalto e appena fui in nostra linea il Colonnello Spinucci diede ordine di partire al grido di “Tanaia!”. Come già obedienti si sortì fuori e si fece molti e si fermò alle 8 della sera passate la quota 219. Alla mattina del 24 si ebbe un contrattacco di fucilieri e di bombe a mano ma la nostra valorosa brigata di Sardegna non si arrese ed ebbe ancora l’ardire di andare avanti e così si prese anche la quota 235, eglì si fece la prima linea nostra.
Si fece poi una resistenza irresistibile sotto al suo bombardamento e il nostro pure. E per abbreviare, io restai sulla quota 235 fino al 4 giugno. Alla mattina di quel giorno verso le 9 o 10 che stavo in prima linea, che quasi ero dietro addormentarmi, sentii una scheggia di Strapanel che mi tagliò il lobo dell’orecchio destro ferendomi un po anche l’osso. E io subito presi il pacchetto di medicazione e mi feci fasciare da un mio compagno detto Buongiovanni, e poi men ne partii e fuggii tra le cannonate e andiedi a casa Bonetti, e il medico mi rifasciò e mi fece il biglietto dell’ospedale e fui portato all’ospedaletto da campo n°102. Il 7 partii di nuovo per un altro ospedale di Cervignano. Di quì ancora all’ospedale di Tappa Portogruaro, e questo fu il giorno 1917.

Povero Pellegrino, il male che mi fanno sofrire alla nervicatura dell’orecchio.

Oh Vergine Santa scendi giù
dal cielo ina iuto a chi
te lo domanda. E questi
sono i giorni per me
più dolorosi e penosi
e paurosi che ho passato
all’età di 20 anni dal
23 Maggio al 4 Giugno 1917.

Da Portogruaro con la permanenza di 35 giorni ebbero il coraggio di rimandarmi al fronte in prima linea con 8 giorni di riposo. Il 23 luglio mi venne la pleurite e fui trasportato all’ospedaletto n°102 dove mi levarono un quarto d’acqua, poi all’ospedale asilo infantile n°3 Bologna via Milazzo. Resto fino il 25 agosto e convaescenza a casa per 60 giorni a causa della mia malattia e ci sono restato fino il 6 settembre 1919 e mi presentai a Reggio e poi a Roma al deposito del Celio e a Porta Furba il 25 settembre.

Il soldato Pellegrino, nei suoi momenti più tragici delle cruenti battaglie, affida la sorte della sua vita a sua madre, come al tempo dell’infanzia nel paese natio, Roncopianigi; Una figura di Madonna terrena.

Oh mamma!
Oh mamma, il dì che
unito a te trascorsi
in dolce compagnia
nella bianca chiesetta
ove la luce e
m’allevasti nella
dolce armonia di nostra
famiglietta, lo vivo
ancora nettamente impresso
come il ricordo dei
tuoi tanti amplessi.
Ricordo sempre con immenso
amore che tu mi fosti guida
al retto e buon sentiero.
Tu vegli il mio cammino
e mi proteggi contro
la sorte infida.
A te sempre ripenso
o madre mia, a te saggia,
a te forte, dolce pia.
La mente a te si volge
nel periglio, quanto più fischia
il piombo del barbaro nimico.
Ripenso a te, e da te la vita
imploro, te invoco e benedico
e fa’ che giunga a me la
cara voce quando la sera
di paurosa luce splende la
valle e i monti dei fucili
e i proiettili rabbiosi, con
me volati al fronte.
I tuoi lamenti io sento,
che barriera invisibile mi
fanno. E par che sia lontano
ogni malanno.
E quando nel mio letto
improvvisato giacevi le stanche
tue membra, e il fuoco
mi circonda.
La tua cara immagine
nel sogno di riveder
mi sembra. E il cuore
e la gioia è monda come se
fosse avvolto nel tuo velo.


La guerra è finita.

Pellegrino, seppur sofferente di una malattia, al suo definitivo ritorno a casa sente che una nuova vita lo attende: l’amore, la famiglia, perchè la storia continui.

Ritorno a casa
Campagna Emiliana
bella come la rosa
dell’alpino.
Tramonta il sole in fondo
alla pianura. Tutto rosso
tra nuvole iridate, che la
mestizia al cuore è pace
e pura alle anime ardenti
e appassionata. O campagna
dell’Emilia sconfinata,
piena di canti e armonia
infinita, come sorridi
nell’ora profumata.
Oh, come splendi nell’età
infinita.
Una forza che sprona
naturale da ferire
le cime dell’ardore.
Invano dono lo mio
grande amore. Oh cara
dono del mio cuor fatale.
Vieni fior gentile della
mia vita all’immortal giardino dell’amore,
che ti farà gioire,
nel dolore. E più dolce
dall’incubo uscito.

I nostri emigrati in Belgio

La vita di un emigrato in Belgio

Era l’anno 1923 quando nacque Domenico Attilio Zambonini, ultimo genito di una famiglia come tante altre; una famiglia di contadini e maniscalchi composta da quattro figli, in un paesino di montagna, lontano da tutto, dove l’agricoltura era misera, molta neve.

Si sa che la montagna allora non offriva molto, tanto lavoro e poca resa; la scuola c’era e non c’era ed era così per tutti. Ma finché si era bimbi ci si stava forse bene ma crescendo non bastava più: c’era tanta povertà e le ragazze andavano a fare le donne di servizio a Genova e Milano. Per gli uomini era peggio. Poi arrivò la guerra.

Nel 1942 Domenico fu arruolato di leva, giunse alle armi il 18/01/1943, fu fatto prigioniero in Germania, riuscì a scappare e finalmente nel 1946 (il 15 luglio) fu congedato. Tornato a casa, ci fu un’amara sorpresa: non c’era più posto per lui, quelli che erano rimasti a casa avevano una famiglia, e il lavoro bastava appena per loro. Gli uomini, i ragazzi bevevano perché c’era poco o nient’altro da fare. Fu allora che si parlò del lavoro all’estero. C’è chi partì per l’America, chi per la Francia e Attilio partì per il Belgio senza esitare. Alcuni accordi stipulati tra Italia e Belgio convinsero molte persone a fare questa scelta. L’Italia mandava in Belgio la manodopera e il Belgio in cambio spediva una certa quantità di carbone. Papà non ci pensò su molto (non aveva molta scelta!!!) ed insieme ad altri partì; c’era Adelmo Pieroni di Case Balocchi e i fratelli Cecchelani di Calizzo (Pierino e Pasquino). Senz’altro partirono anche tanti altri di Gazzano e Fonatanluccia ma io non ho i loro nomi.

I nostri emigrati in Belgio
I nostri emigrati in Belgio, foto tratta da “Marcinelle faceva tanto caldo l’ 8 agosto 1956 come oggi” su Reset Italia

Mio padre iniziò a lavorare il 13/01/1956.

Finirono tutti in Belgio a Mons, dans le Borinage à Charleroi. Il Belgio era tutta una miniera e quelli del posto non volevano andare sottoterra, o almeno pochissimi ci andavano perché avevano paura, era un lavoro sporco e pericoloso.
E fu così che fecero la visita medica agli italiani e tutti gli idonei firmarono un contratto di 3 anni. Tutti questi uomini avevano lasciato il loro paesino con “niente” nella valigia ma con la testa piena di speranza.

Mio padre raccontava che vivevano in grandi stanzoni, mangiavano in questi locali chiamati cantine dove erano “curati” da ragazze emigrate anche loro in Belgio. Iniziarono così una vita nuova, il lavoro veramente duro, sottoterra, il buio spaventoso, la polvere del carbone, questa fuliggine unta che ti faceva prurito alla gola e che non cessava neanche quando eri fuori, la paura quotidiana di non poter tornare in superficie, di non rivedere il sole, la scarsa conoscenza del francese, un po’ tutto l’insieme mio padre mi raccontava, e che per questo tentò di scappare, di tornare in Italia. Salì così sul treno ma non fece neanche in tempo a partire che con sorpresa incontrò i poliziotti venuti a prenderlo, a recuperarlo!!!
Zambonini aveva firmato un contratto di 3 anni e per 3 anni doveva stare lì, a marcire nella miniera!!!

Emigrati in belgio
Foto tratta da “QUANDO GLI ITALIANI EMIGRARONO IN BELGIO…” su Sassoferrato.TV

Il lavoro in miniera era duro e sempre uguale: si andava su e giù con un ascensore, nel cuore della terra o così sembrava, ognuno con la sua lampada e l’elmo e lo zaino col mangiare, e picconavano e picconavano per riempire i vagoncini, e si scavava, e si facevano gallerie nuove, e si scavava, e sempre col cuore in gola perché c’era il ricordo di Marcinelle, il grisou sempre in agguato, e Marcinelle, e i tuoi amici morti lì sotto, e il dolore delle mogli,e tanti li conoscevi. E poi subito non è che prendessero una gran paga.

Col passar degli anni i rapporti con gli abitanti del luogo migliorarono ma quant’era difficile superare tutte le difficoltà. E la lingua? Non capivano niente di francese e vivevano un po’ in modo chiuso: c’erano i gruppi di soli italiani; dopo sono nati i quartieri italiani, i quartieri turchi, e via via tutti gli altri. Ci si arrangiava per mantenere le tradizioni di casa, ognuno si ricreava la sua patria, il suo paesino. Papà aveva nel 1965 comprato una “Casa della mina”: erano case costruite dalla Compagnie des Charbonnages per i minatori (un po come le case popolari); era una casa in periferia con tanta terra intorno, era il sogno di mio padre perché poteva coltivare il suo orto, allevare le galline, le anatre, i conigli e i colombi. Si era ricreato il suo mondo. Era un po’ lontano da tutto e da tutti.

Poco per volta la volta migliorò, Domenico come gli altri imparò il francese (il Belgio faceva dei corsi serali) e poi nel febbraio del 1958 si sposò con una italiana anche lei emigrata in Belgio in cerca di fortuna. Lo stipendio migliorò e così Domenico iniziò a mandare i soldi in Italia, a Case Balocchi per creare qualcosa di suo e forse con la speranza di poter tornare a casa. Nacquero i figli, quattro figli che non potevano parlare in italiano: e questo spiega tante cose, il sentimento di inferiorità di mio padre nei confronti della lingua francese e degli abitanti del Belgio.
Lui diceva che dovevamo sapere solo il francese. Il Belgio aveva messo a disposizione dei bambini un sistema scolastico funzionante, c’erano tanti stranieri ma tutti avevano gli stessi diritti agli studi, la scuola era statale ed eravamo agevolati in tante cose: non si pagavano i libri di testo. I figli degli immigrati in Belgio e specialmente noi italiani eravamo considerati come Belgi e all’età di 16 anni il comune ci chiedeva di diventare cittadini del Belgio gratuitamente!
Negli anni ’80 il clima cambiò perché gli autoctoni erano una minoranza, rappresentavano solo il 10% della popolazione e si sentirono un po’ braccati, come in trincea.
Lo stato italiano non ha mai aiutato le famiglie emigrate in Belgio e quando io, una figlia di emigrato sono rientrata in patria perché sentivo che il mio mondo era qua, perché mio padre mi aveva sempre raccontato tutto della sua infanzia, della sua gioventù, senza volerlo mi aveva trasmesso il suo grande amore per Case Balocchi e quando si parlava tanto di reinserire i figli degli emigrati in montagna per ripopolarla non ho mai ricevuto aiuto, anzi la politica era farti sentire come una persona che dava fastidio. Ma 23 anni dopo [il testo è stato scritto nel 2003] sono molto orgogliosa di essere ancora a casa e anche se so che in Belgio avrei avuto una brillante carriera sono molto felice della mia scelta!
Mi dispiace solo che Papà non ha potuto finire la sua vita a Case Balocchi come voleva ardentemente e che non ha neanche avuto la fortuna di poter riposare in pace vicino alla sua mamma e al suo papà.

Quando penso a mio padre, lo rivedo ancora come era la domenica mattina: era d’obbligo la camicia bianca e mezzora dopo aver fatto il bagno questa bella camicia bianca diventava tutta nera nel collo e gli occhi verdi di mio padre diventavano lucidi e ancora più intensi perché saltava fuori tutta la polvere del carbone, sembravano truccati.
Sono morti tutti giovani e comunque si sono ammalati tutti; ci sono ancora delle miniere aperte e ci sono ancora dei giovani italiani figli di minatori che lavorano in miniera e prendono uno stipendio alto, ma ne vale la pena?

Marie-Thérèse Zambonini