Renato Luciano Fornaciari “Slim” e la Resistenza in montagna

L’appennino reggiano è pieno di lapidi, monumenti, edicole, che ricordano caduti ed eventi legati alla Resistenza, uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà che li accomunava. Noi li vediamo tutti i giorni, ma ormai non ci facciamo più caso. Silenziosi testimoni delle atrocità commesse dagli uomini, aspettano un fiore, un ricordo, una preghiera.
Febbio, chiesa di San Lorenzo. Un’edicola sotto un albero è lì da tempo a ricordare un uomo, uno dei tanti sacrifici che hanno caratterizzato la nostra penisola durante la guerra di liberazione.
Avviciniamoci e leggiamo: “RENATO LUCIANO FORNACIARI PATRIOTA “SLIM” – Reggio 5 aprile 1925 – Febbio 31 luglio 1944”.
Ma chi era “Slim”? Cosa faceva? Da dove veniva?

 

Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Fonte: Resistenza Mappe)Renato Luciano Fornaciari “Slim”
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Renato Luciano Fornaciari nacque a Reggio Emilia il 5 aprile 1925 (alcune fonti riportano il 4 aprile).
Giovane studente, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana arruolandosi il 22 giugno 1944 nella 26ma Brigata Garibaldi. Durante il rastrellamento che, nell’estate del 1944, investì la Repubblica di Montefiorino, “Slim” (questo il suo nome di battaglia), si offrì di raggiungere, per rifornirla di munizioni, una formazione partigiana rimasta isolata. Catturato dai nazifascisti, “Slim” fu seviziato e passato per le armi il 31 luglio 1944. Con il suo nome fu poi chiamata la 26ma Brigata Garibaldi. Fu decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria. L’edicola in sua memoria sorge nel luogo dove fu ritrovato il suo cadavere.

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

 

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Quali furono gli eventi che portarono alla sua cattura?
Facciamo un passo indietro, precisamente fino alla notte del 19 maggio 1944, quando gli eserciti alleati effettuarono il primo aviolancio di armi, materiali, viveri e abbigliamento a favore dei Partigiani accampati presso il centro di addestramento della vicina Lama Golese (la Magulesa).

La settimana successiva, il 24 maggio, venne attaccato da parte dei partigiani il presidio fascista di Villa Minozzo, ma non riuscendo a sopraffare il nemico furono costretti a ripiegare. Il giorno seguente, i fascisti insieme ai rinforzi tedeschi, tentarono di raggiungere la Val d’Asta, ma furono fermati al Ponte della Governara subendo gravi perdite.

 

 

 

Ponte della Governara (Fonte: Resistenza Mappe)Ponte della Governara
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Successivamente, il 9 giugno tentarono inutilmente di riprendere il controllo del presidio di Villa Minozzo e, dal 17 giugno, anche il territorio di Villa Minozzo divenne parte della “Repubblica Partigiana di Montefiorino”, dove si concentrarono circa 5000 partigiani, in maggioranza giovani che si sottrassero al bando di leva decretato dalla Repubblica Sociale Italiana fascista .
Ben presto però scattarono i pesanti rastrellamenti noti come “Operazione Wallenstein”, che interessarono prima l’area a est della Cisa (30 giugno-7 luglio), poi quella a ovest (18-29 luglio), quindi la zona modenese (30 luglio-3 agosto), ponendo brutalmente fine all’esperienza della zona libera della Repubblica di Montefiorino (1 agosto).

 

Abitazione a Villa Minozzo distrutta dai bombardamenti nazi-fascisti.Villa Minozzo in fiamme
(Fonte: Istoreco)

“O tu che peregrino vai per l’erto colle
Sosta su quest’umile sasso
Piega il ginocchio e riverente lo sguardo volgi
Qui un sacrificio avvenne,
Qui un giovane eroe immolò la sua vita
E sacre rese queste pietre del suo sangue intrise
Dal barbaro alemanno fu colpita la carne
Non il suo spirito che eterno aleggierà per queste valli
E quando scenderà dolce la sera
Su questi monti udrai l’eco
Di quei giorni tempestosi
Nei quali il nostro popolo
Per la sua libertà sacrificava i figli migliori”.

(Dalla lapide dedicata a “Slim”)

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

APPROFONDIMENTI:
LA REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_partigiana_di_Montefiorino

RESISTENZA MAPPE
http://resistenzamappe.it/

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920

Quando la terra tremò in Asta

7 Settembre 1920, ore 7:56

Un boato. Le urla. Il fuggi fuggi generale. 20 secondi di terrore. Poi, il silenzio assordante della fine di un incubo, rotto dalle urla dei sopravvissuti.

Neanche il tempo di rendersi conto dell’accaduto ed ecco che alle 9:12 sopraggiunse un’altra scossa a dare il colpo di grazia a quello che fino a poche ore prima erano paesi e persone, squassando con violenza le macerie mortali.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).
La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia

Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia

Campanile della Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Disastri sismici in Italia
Campanile della Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Disastri sismici in Italia

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

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Sono passati 95 anni da quel triste giorno. Ormai è un solo un ricordo di chi è ancora tra i sopravvissuti. Qualche discendente conserva la storia vissuta o tramandata conservando anche foto, ritagli di giornale, o magari qualche cartolina d’epoca.

Inviateci il materiale che conservate oppure raccontateci i vostri ricordi, ci piacerebbe fare memoria e condividerla con il mondo intero.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

Il terremoto del 1920

7 Settembre 1920, ore 7:56

Epicentro a Fivizzano (Garfagnana), magnitudo 6.4 gradi Richter (IX-X scala Mercalli), 171 vittime ufficiali, 650 feriti, qualche migliaio i senzatetto. L’area dei danni fu molto vasta e comprese la Riviera Ligure di levante, la Versilia, le zone montane del Parmense, del Reggiano, del Modenese, del Pistoiese e la provincia di Pisa. Sisma avvertito dalla Costa Azzurra al Friuli e, a sud, in tutta la Toscana, Umbria e Marche, e registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei. Alla scossa principale seguirono numerose repliche nelle ore e nei giorni successivi, che cessarono del tutto l’1 agosto 1921. Questi sono i numeri di una catastrofe preannunciata poche ore prima da una scossa più leggera avvertita da tutti e a seguito della quale molta gente dormì all’aperto, limitando il numero delle vittime.

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

I giornalisti de “La Nazione” furono tra i primi a giungere nelle zone colpite e a descrivere la gravità delle conseguenze della scossa, che in un primo momento furono sottovalutate: “A mano a mano che ci inoltriamo nella regione colpita, tutto conferma, purtroppo, la fondatezza delle prime notizie. I paesi che sono successivamente attraversati dalla nostra macchina, mostrano sempre più gravi gli effetti della formidabile scossa, che ha scrollato tutto il sistema montuoso che corona le valli del Serchio e dei suoi affluenti. E’ una triste teoria di rovine che mette sgomento nell’animo; un seguirsi di scene di dolore e di disperazione che ci procura una pena infinita per l’impossibilità di portare un soccorso e un aiuto, che possa lenire in parte il danno irreparabile dell’immensa rovina.” (La Nazione, 8 settembre 1920).

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920
Febbio, la chiesa di San Lorenzo e il campanile dopo il terremoto. Le due foto a sinistra provengono dalla Fototeca Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; la foto del campanile è estratta dallo studio “Disastri sismici in Italia”.

Nell’autunno del 1920 il genio civile montò una tendopoli nella parte bassa della valle, a Castiglione, in modo che le famiglie senza tetto trovassero rifugio. Nel frattempo per affrontare l’inverno furono montate baracche di legno nei paesi più colpiti dal sisma. A Riparotonda alcune famiglie ricostruirono una baracca che avevano preso al Masareto e che era stata abbandonata dai prigionieri austriaci che avevano tagliato legname nella guerra 15-18.

In numerose località le acque si intorbidarono e variarono di portata; nei pressi di Secchio si aprì una profonda spaccatura nel terreno. Dal versante nord orientale del Monte Cusna si staccò una grande frana che investì gli abitati di Asta, Case Stantini, Febbio, Roncopianigi e Riparotonda, aggravando i danni causati dal terremoto, e estendendosi in seguito per una larghezza di oltre 6 km. Nell’ottobre successivo in un avvallamento del terreno prodotto dalla frana si formò un lago.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

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Dagli scritti antichi, la chiesa di “Feblum” risulta esistente già nel 1240. Nel 1426 compare ancora unita ad Asta e nel 1478 a Coriano. Nel 1664 circa fu ricostruita ex novo, ma nel 1852 una slavina la danneggiò gravemente. Nel settembre del 1856 si procedette alla ricostruzione di una nuova chiesa con il concorso pecuniario del Vescovo e dello stesso duca Francesco V.
L’attuale chiesa venne ricostruita nel 1933 in cento giorni. L’edificio si mostra eclettico, con elementi provenienti da repertori stilistici diversi. Nella sommità il fronte presenta infatti un timpano triangolare formato da uno sporto marcapiano di base sormontato da una cornice di coronamento cuspidata e sorretta da capitelli; tale modulo contraddistingue molti edifici religiosi d’epoca rinascimentale e barocca in questa area appenninica. Il rosone rappresenta invece una citazione medioevaleggiante, tema ripreso anche nel campanile, tozzo e massiccio, con una cella a trifore sormontata da una guglia a falde molto inclinate.

Sulla porta maggiore è leggibile l’iscrizione “VETUSTATIS ERGO HABENTE – ABIMO RESTAURATA IV NONAS SEPTEMBRIS- AB ORBE REDEMPTO MDCCCLVI “, in ricordo della ricostruzione della chiesa nel 1856.
L’interno è a pianta rettangolare e, come la precedente, ha tre altari.

Compagnia Maggio Gazzano_x

La tradizione del Maggio (seconda parte)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Compagnia Maggio Gazzano
Compagnia Maggio Gazzano

Oggi il Maggio è un vero e proprio spettacolo che consiste in una rappresentazione in versi con accompagnamento strumentale, il cui argomento del copione è affidato a trame fantastiche che a volte si ispirano anche a fatti storici. Gli attori e gli autori di questa forma di teatro popolare, chiamati “maggianti” in Toscana e “maggerini” o “maggiarini” in Emilia, sono gli abitanti (contadini, pastori, operai, artigiani) dei paesi dell’Appennino tosco-emiliano dove gli stessi maggi vengono rappresentati. In questi paesi un tempo il Maggio costituiva l’unico divertimento, l’unica forma di spettacolo, che teneva legato l’intero paese durante tutto l’anno.

In Emilia ogni attore ha il suo costume che usa in ogni rappresentazione e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua carriera di attore del Maggio. I costumi sono di proprietà degli attori o delle compagnie che raggruppano i maggerini dei paesi dove ancora oggi continua la tradizione del Maggio (Compagnia Maggistica Monte Cusna di Asta, Società del Maggio Costabonese, Compagnia Maggistica delle Due Valli, ecc.) . Sono di velluto nero su cui spiccano stemmi e disegni dai colori vivaci: una giubba con una corta mantellina, pantaloni alla cavallerizza, lunghi gambali, completati da un elmo con pennacchio, una spada di ferro e uno scudo.

 

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Il Maggio, fino a qualche anno fa, iniziava con la parata degli attori a cavallo che salutavano il pubblico entrando nel campo di azione; durante il loro incedere inventavano piccole battaglie tra di loro. Le donne che partecipavano al maggio vestivano gli abiti della festa o della domenica in quanto non c’erano i soldi per preparare anche per loro l’abito di velluto. Il Maggio era l’avvenimento del paese, durava parecchie ore ed era sempre sponsorizzato da un oste o da un ristoratore; questi offriva il vino e  assicurava lo spazio per la rappresentazione delle scene. L’uscita di scena, dopo la rappresentazione, era svolta da tutti i maggiarini che, incolonnati ed a passo di marcia, salutavano il pubblico.  L’avvenimento del Maggio era molto sentito dalle giovani del luogo: dopo la rappresentazione  i maggiarini tornavano a scegliere la ragazza che gli facesse da compagna al ballo serale del Maggio.

Oggi la lunghezza dei copioni varia dalle due ore e mezza alle tre ore e mezza, durante le quali vengono combattuti duelli con urti degli scudi ad ogni assalto e sonetti e ottave si alternano a polka e mazurca.

Il Maggio “è tutta la comunità dei piccoli centri montanari che si raccoglie per far festa. Una festa di sole, di colori, di profumi, di luce e in mezzo a tutto questo un gioco serio e impegnato che riflette la propria vita nelle sue più profonde aspirazioni” (Walter Cecchelani, Tesi di Laurea, 1966-67).

OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI

L’Osservatorio Astronomico Pierino Zambonini

Vivere la montagna in modo diverso si può.

Lo sanno bene gli appassionati di astronomia, che hanno scelto l’alto appennino reggiano come una delle mete preferite per le loro osservazioni notturne.  Grazie infatti all’altitudine, all’atmosfera limpida, e alla lontananza dai centri abitati e dall’inquinamento luminoso, il nostro Appennino rappresenta uno dei migliori siti astronomici in Italia.

In Val d’Asta,  da oltre 10 anni è in funzione l’osservatorio astronomico Pierino Zambonini, dedicato al noto astrofilo valdastrino fondatore dell’osservatorio, che è parte integrante, insieme alla stazione meteorologica, del Centro di Documentazione “Il Tempo e le Stelle” del Parco del Gigante.

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La Cooperativa Futuralpe, che gestisce l’osservatorio, organizza serate di osservazioni astronomiche, guidate dagli esperti dell’Associazione Reggiana d’Astronomia (A.R.A.) di Castelnovo di Sotto, che con spiegazioni adatte ad un pubblico variegato, dai bambini ai curiosi e ai più esperti del settore, regaleranno un modo unico ed appassionante di vivere la natura e di apprendere i segreti del nostro universo.

La cupola motorizzata di 3,5 mt. di diametro è

OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI
OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI

posta a 1110 metri di quota s.l.m. in località Rescadore, vicino al “Centro Meteo-Febbio”, agli impianti di risalita di Febbio 2000, alla scuola sci, al maneggio “La Sprella Ranch”, e al Camping Febbio 2000, ed ospita un telescopio catadiottrico di 32 cm, automatizzato nei suoi moti di ascensione retta e declinazione, con un rapporto focale 1/10 che rende lo strumento adatto per diversi tipi di osservazioni e per l´uso fotografico. Annessa all´osservatorio vi è una foresteria dotata di attrezzature informatiche collegate al telescopio.

In Val d’Asta non ci si annoia mai! Se cercate un’alternativa alle solite serate, provate per una volta a stare con il naso all’insù…

Osservatorio Astronomico Pierino Zambonini
42030 Località Rescadore  – Febbio di Villa Minozzo – (RE)
0522 800323 – info@futuralpe.it

 

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Le manifestazioni di benvenuto alla primavera, i riti di fertilità, particolari canzoni dedicate al mese di maggio e alla primavera si trovano nelle tradizioni popolari in diverse parti d’Italia: dalla Sardegna alla Sicilia, alla Calabria e, seguendo un itinerario segnato dalla dorsale appenninica, fino al Piemonte, nelle zone del Monferrato e nel Canavese. La Toscana, nell’epoca di Lorenzo il Magnifico, fu la terra dove il “maio” pose le sue radici più profonde, risalendo lungo i crinali dell’Appennino tosco-Emiliano toccando il Modenese, il Reggiano, il Parmense.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Sebbene ridotte ormai a piccole isole in seno alla cultura popolare dei nostri tempi, le rappresentazioni del Maggio ancora sopravvivono in alcuni luoghi dell’Appennino reggiano e modenese. Alcune di queste manifestazioni rituali di benvenuto alla primavera si svolgono nel mese di maggio e rappresentano il ritorno della bella stagione con la celebrazione del rifiorire dell’albero, e raggiungono il loro culmine con le rappresentazioni estive, in particolare con i Maggi lirici dell’Emilia Romagna e della Toscana e le rappresentazioni teatrali all’aperto, come i Maggi drammatici dell’Appennino tosco-emiliano, anche se questi hanno progressivamente perduto nel corso degli anni gli elementi rituali per acquisire sempre maggiori caratteristiche di spettacolo.

 

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La canzone di Maggio che si identifica nel Maggio lirico, si presenta in due versioni, a seconda del giorno e delle finalità per cui si canta, che danno origine al Maggio sacro e a quello profano.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Il Maggio sacro, detto anche delle “Anime”, si canta la prima domenica di maggio e ha lo scopo di raccogliere offerte per una messa in suffragio dei defunti. Infatti, alcuni cantanti accompagnati da suonatori di fisarmonica, chitarra e violino vanno per le strade del paese cantando e questuando. Il Maggio profano, invece, detto anche delle “Ragazze”, si svolge nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio e ha lo scopo di propiziare la venuta della buona stagione. Anche qui, un gruppo di cantori con accompagnamento di fisarmonica, violino e chitarra percorre le strade del paese cantando una serenata in onore della primavera: “Ecco il ridente maggio / ecco quel nobil mese, / che sprona ad alte imprese / i nostri cuori”. Alcune strofe particolari vengono cantate sotto le finestre delle ragazze: si tratta dell’ “Ambasciata”.

Da queste due forme di canzoni di maggio, che trovano la loro origine nell’antica matrice dei riti di fertilità, è derivato il Maggio drammatico o epico, influenzato sicuramente anche da altre forme drammatiche come le Sacre rappresentazioni.

Bibliografia

Video

Il Maggio emiliano, ricordi, riflessioni, brani

La tradizione del Maggio, i Malandrini a Costabona

Maggio epico cavalleresco, “Rinaldo appassionato”

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Notte)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Mattino)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Pomeriggio)

Museo del Maggio di Riolunato

Il Maggio – La Compagnia di Gorfigliano

Il Canto del Maggio

 

Orchidea maggiore

Le orchidee spontanee in Val d’Asta (Seconda Parte)

Le orchidee spontanee (Prima parte)

Le orchidee spontanee si possono trovare lungo i margini stradali, i tratturi brecciati e non, nei prati e pascoli incolti, nelle pinete e nei boschi di querce, in ambienti ruderali, in ambienti umidi, stagni e paludi.

Per approfondire lo studio delle orchidee andate a vedere il sito del Gruppo Italiano per la Ricerca sulle Orchidee Spontanee – G.I.R.O.S.  E’ possibile inoltre partecipare alle loro uscite in cerca di questi fiori preziosi

ORCHIDEA MAGGIORE (Orchis Purpurea)

Orchidea maggiore
Orchidea maggiore, vive nei prati e pascoli, radure, cespugli, boscaglie, bordi dei sentieri, argini dei corsi d’acqua da 0 a 1300 metri di quota. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA SAMBUCINA (Dactylorhiza Sambucina)

 

Orchidea Sambucina
Vive nelle praterie d’altitudine, prati, cespuglieti, boschi luminosi e radure su suolo basico o debolmente acido, tra 500 a 2000 metri. Raramente scende fino a 300 metri e sale sino ai 2300. E’ presente in tutta Italia compresa la Sicilia e anche in Corsica mentre risulta assente in Sardegna. Fiorisce da aprile fino ai primi di luglio.

ORCHIDEA MASCHIA (Orchis Mascula)

Orchidea Maschia
Vive nei prati, margini dei boschi, boschi radi, macchie, cespuglieti da 0 a 2400 metri. Nel meridione d’Italia fino a 3000 metri. Predilige soprattutto i terreni calcarei ed è presente un po’ in tutta l’Italia risultando però rara nelle zone pianeggianti. E’ comunque l‘orchidea più comune nel nostro paese. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA OMICIATTOLO (Orchis Simia)

Orchidea Omiciattolo
Vive nei prati, macchie, bordi delle strade, boschi radi, cespuglieti, radure su suolo per lo più calcareo da 0 a 1200 metri di quota. Presente in tutta Italia tranne in Valle d’Aosta, Puglia, Sicilia e Sardegna; nonostante questo è pianta nel complesso rara. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA MACCHIATA (Dactylorhiza Maculata)

Orchidea Macchiata
Vive nei prati umidi, boschi di latifoglie, radure sia in ombra che in pieno sole da 0 a 2200 metri. E’ una delle orchidee più comuni in montagna e in Italia è presente in tutte le regioni isole comprese. Fiorisce da maggio a luglio.

OFRIDE DI BERTOLONI (Ophrys Bertolonii Moretti)

Ofride di Bertoloni
Vive nelle praterie aride, pascoli sassosi, cespuglietti, garighe, bordi dei boschi radi e asciutti su suolo calcareo da 0 a 1000 metri. In Italia è presente al centro sud, in Sicilia e in Emilia Romagna, nonostante questo resta nel complesso rara. Fiorisce da marzo a giugno.

PLATANTERA VERDASTRA (Platanthera Chlorantha)

Platantera Verdastra
Vive in boschi luminosi, cespuglieti, pascoli, radure da 0 a 1800 metri su suolo indifferentemente acido o basico, asciutto o umido. E’ presente in tutta Italia tranne in Sardegna. Al meridione è più rara rispetto al nord. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA PIRAMIDALE (Anacamptis Pyramidalis)

Orchidea Piramidale
Vive nei prati collinari, bordi delle strade, cespuglieti, più raramente nei margini luminosi dei boschi da 0 a 1400 metri di quota. Abbastanza comune in tutta Italia, isole comprese. Fiorisce a maggio e giugno. Anche a marzo nella fascia mediterranea e talvolta fino a luglio nelle zone montuose.

BARLIA DI ROBERT (Barlia Robertiana)

Barlia di Robert
Vive in cespugli, prati, garighe, boschi termofili, scarpate, bordi delle strade da 0 a 1000 metri. Presente in Italia in tutte le regioni tranne Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Nonostante l’ampio areale presenta stazioni sempre molto localizzate spesso con pochissimi esemplari. Appare comunque più frequente al sud, sulle isole, nella Liguria Occidentale e in Toscana. Fiorisce da dicembre ad aprile. E’ una delle orchidee più precoci: nelle aree mediterranee può fiorire già a dicembre.

NIDO D’UCCELLO (Neottia Nidus Avis)

Nido d'uccello
Vive in boschi freschi e ombrosi di latifoglie, soprattutto faggete, su suoli basici o neutri e ricchi di humus da 0 a 1600 metri di quota. In Italia è presente in tutte le regioni. Fiorisce da maggio a luglio.

 

 

Orchidea

Orchidea

Il termine “orchidea” (dal greco latinizzato in orchis = testicolo) allude alla forma dei rizotuberi di molti generi che ricorda quella degli organi maschili. La leggenda narra, infatti, che Orchis, figlio di una ninfa dalla quale aveva ereditato la bellezza, e di un satiro che gli aveva trasmesso la lussuria sfrenata, invitato ad una festa del dio Bacco tentò di violentare una sacerdotessa, commettendo un grave sacrilegio che pagò con la morte, sbranato dalle fiere del nume. Intervennero però gli dei che, inteneriti dal destino crudele, con un atto di pietà verso lo sfortunato giovane trasformarono i suoi resti mortali in una leggiadra pianta che conservava tuttavia sotto terra il ricordo di ciò che lo aveva portato alla sciagura: il simbolo stesso della lussuria sotto forma di due testicoli.

Le orchidee o orchidacee è una delle famiglie con il più alto numero di specie nel mondo vegetale, circa 25.000-32.000, distribuite in circa 800 generi . Si riproducono mediante seme, hanno il fiore con ovario chiuso e appartengono alla classe delle monocotiledoni (pianta i cui semi hanno una sola foglia embrionale). Possono vegetare dal livello del mare fino al limite superiore della vegetazione alpina, ma perché ciò possa avvenire è necessario che si verifichino delle condizioni particolari quali, ad esempio, la presenza di un fungo del genere “Rhizoctonia”, base nutrice del semino nella prima fase di germinazione.

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Orchidea
Orchidea

Purtroppo, l’uso sempre più indiscriminato di insetticidi, i continui sconvolgimenti del terreno da parte dell’uomo ed altri fattori, fanno sì che sempre più vengono a mancare, per molti di questi fiori, le possibilità di potersi riprodurre agevolmente sul nostro territorio. Ecco perché spesso si sente parlare di specie rare, in via di estinzione o estinte. Le specie presenti in Italia sono circa 200. Sono piante perenni, cioè che vivono più anni, che alternano un periodo vegetativo, generalmente di breve durata, in cui sono visibili le parti aeree (fusto, foglie, fiori), a uno di riposo, in cui permangono esclusivamente gli organi ipogei (rizomi, rizotuberi e radici).

Le Orchidee spontanee sono protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell’Allegato I della Convenzione di Washington del 1973, denominata CITES, che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le Orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. In Emilia Romagna la Legge Regionale 24 gennaio 1977, n. 2, art. 4, stabilisce quali sono le specie protette della regione.

La flora protetta secondo l’Emilia Romagna

Rosa Palumbo

Orchidea maggiore

Le orchidee spontanee in Val d’Asta (Prima Parte)

Il cartello “Benvenuti in Val d’Asta” accoglie chi percorre in auto la strada che da Villa Minozzo conduce verso il mio Paradiso.

Spesso viaggio in auto verso la Val d’Asta, percorro la strada sul secchiello trasognando la natura, la neve, le montagne, e subito porgo lo sguardo al di fuori del finestrino in cerca di tutto ciò; i miei occhi vagano al di là del finestrino cercando di scorgere il profilo del Gigante addormentato, la vetta del Monte Penna e lo spettacolare Flysch del Monte Torricella. Ma questo “guardare in aria” spesso distoglie l’attenzione da alcuni piccoli particolari che sono molto vicini a noi: quelle piccole macchie di colore che in primavera fanno capolino nell’erba e che, all’occhio dei più, passano totalmente inosservate. Ma sì, direte voi. Sono solo fiorellini di montagna.

Orchidea Maschia
Orchidea Maschia

Soffermiamoci un attimo ad osservare questi fiorellini di montagna. Quando andiamo in giro per i monti, che sia per un giro in automobile o per un’escursione, possiamo rendere sacro il nostro tempo: l’interesse per i particolari. Impariamo a guardare con occhi diversi l’ambiente che ci circonda, perché fare un giro in macchina o un’escursione non significa soltanto arrivare da qualche parte o raggiungere una vetta. Lasciamoci guidare dalla curiosità, come fanno i bambini. Scopriremo che alcuni di quei fiorellini di montagna non sono semplici fiori, ma orchidee spontanee dalle forme più varie e strane e dall’architettura straordinaria e, a volte, misteriosa. Rimarremo stupiti da questa parte del mondo vegetale tanto bella quanto vasta nelle sue varietà.

Orchidee, quei bellissimi fiori esposti nelle vetrine dei fiorai ma di provenienza equatoriale, di notevoli dimensioni e colori vistosi, ma ben diverse dalle orchidee europee di dimensioni più ridotte, dalle forme più diverse e con colori ugualmente paragonabili alle loro cugine esotiche.

Le Orchidee spontanee sono protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell’Allegato I della Convenzione di Washington del 1973, denominata CITES, che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le Orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. In Emilia Romagna la Legge Regionale 24 gennaio 1977, n. 2, art. 4, stabilisce quali sono le specie protette della regione.

Orchidea Sambucina
Orchidea Sambucina

Ma dove possiamo trovare le orchidee in Val d’Asta? Lungo i margini stradali, i tratturi brecciati e non, nei prati e pascoli incolti, nelle pinete e nei boschi di querce, in ambienti ruderali, in ambienti umidi, stagni e paludi.

Orchidea Sambucina
Orchidea Sambucina

In attesa della prossima puntata vi invito a cercare esemplari di orchidee spontanee lungo i vostri tragitti.

Il Cusna in autunno

Il Monte Cusna

“Gigante addormentato o bianco destriero par esser quel monte ai confini del cielo”. Così il poeta Emo Boni descrive il Cusna nella sua poesia “Quel monte”, e così appare agli occhi degli escursionisti e dei gitanti della domenica, da qualsiasi parte lo si guardi. Maestoso visto dal basso, arcigno e inaccessibile se guardato dal Sasso del Morto, il Gigante è una meta ambita in tutte le stagioni dai frequentatori della montagna. Diversi sono i sentieri di accesso. Ecco per voi una breve descrizione.

Il Cusna visto dal Sasso Morto
Il Cusna visto dal Sasso Morto

Dal rifugio Peschiera Zamboni occorre seguire il sentiero Cai n. 609 e poi il 617, abbastanza ripido, che dopo un bel tratto nel bosco aggira il Monte Contessa per ricongiungersi al sentiero 619 (proveniente anch’esso da Peschiera Zamboni, ma più lungo) che porta in vetta.

Il ponticello nei pressi della Peschiera Zamboni
Il ponticello nei pressi della Peschiera Zamboni

Dal rifugio Monte Orsaro si può decidere di seguire i sentieri n. 623A-623-625, oppure i n. 609-619. Il primo percorso segue per un bel tratto la strada forestale per poi infilarsi nel bosco, ed uscire allo scoperto poco prima dell’incrocio con il sentiero per i Prati di Sara. Il secondo invece, passa per il Ricovero Rio Grande, guada il torrente omonimo e giunge in vetta incrociando il sentiero n. 617 proveniente da Peschiera Zamboni.

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Se entrate nel piccolo rifugio di Rio Grande, rimarrete sorpresi dall’enorme rana dipinta su una parete. Se poi alzate gli occhi verso il soffitto e lo illuminate con una torcia, potreste vedere la famigliola di ghiri che scorrazza sulle travi. Entrambi i percorsi offrono degli scenari da fiaba in autunno, con la natura che cambia colore e regala emozioni indimenticabili. In ogni caso potete fare il giro ad anello.

Il Cusna in autunno
Il Cusna in autunno

Dal Passone le alternative sono due: il sentiero di crinale n. 607, panoramico e di ampio respiro a quota 2000 metri e oltre (tocca le cime Monte La Piella mt. 2077, e Sasso del Morto mt. 2076), con vista a 360°, oppure il n. 623 per la Costa delle Veline, che nei pressi del laghetto di Cusna si inerpica fino in cima.
Da dove arrivare al Passone decidetelo voi.

Il crinale dal Sasso del Morto al Monte Piella
Il crinale dal Sasso del Morto al Monte Piella
Il Sasso del Morto e il Cusna
Il Sasso del Morto e il Cusna

Dal Lago di Presa Alta (Ligonchio), è necessario seguire per un breve tratto la strada forestale che porta ai rifugi Battisti e Bargetana, poi deviare a sinistra per il ripido sentiero 627. Al lago di Cusna incrocia il sentiero della Costa delle Veline. Proseguire in salita verso la vetta.

Da Casalino (Ligonchio), seguire il sentiero 625 per i Prati di Sara. Rimarrete estasiati dalla vista del Gigante che si specchia nel piccolo lago del Caricatore! Qui potete decidere di proseguire il sentiero 625 fino in vetta o deviare il percorso con il 635A che si ricongiunge con il n. 623 e propone due alternative: la prima devia a sinistra verso il rifugio Monte Orsaro, ma dopo poche centinaia di metri prosegue a destra fino in cima riprendendo il sentiero n. 625; la seconda alternativa, più lunga e ripida, segue a destra il n. 623 fino al lago di Cusna e da lì in cima.

Il Cusna dai Prati di Sara si specchia nel piccolo Lago del Caricatore
Il Cusna dai Prati di Sara si specchia nel piccolo Lago del Caricatore

Se invece siete troppo pigri per affrontare ardue salite, niente paura! L’alternativa esiste.

Raggiungete Febbio e lasciate l’auto a Rescadore, dove c’è un grande parcheggio. Poi recatevi al ristorante-pizzeria La Contessa, fate il biglietto della seggiovia e salite fino al crinale con le due seggiovie Mardonda e Fortino. Giunti sul crinale potete rilassarvi con un buon caffè sul terrazzo panoramico del rifugio Il Crinale, dopodiché proseguite fino al Monte Cusna aggirando la vetta. Il dislivello si fa sentire solo nell’ultimo tratto.

Potete anche salire in seggiovia e scendere a piedi. Se invece salite sul crinale a piedi, potete tranquillamente scendere con la seggiovia senza fare il biglietto. La seggiovia e il rifugio Il Crinale al momento sono aperti solo nel weekend, mentre dal 18 luglio l’apertura è giornaliera fino al 31 agosto. Nel mese di settembre riapriranno solo nel weekend.

Allora, cosa aspettate? Zaino in spalla e buon Cusna a tutti!

L’arrivo della seggiovia e il Rifugio Il Crinale
L’arrivo della seggiovia e il Rifugio Il Crinale

 

La vetta del Monte Cusna, mt. 2121
La vetta del Monte Cusna, mt. 2121
Poiane

Dove volano le Poiane

Ci sono posti in Val d’Asta dove mi piacerebbe tornare. Angoli di natura meravigliosa e selvaggia dove il tempo sembra non esistere, dove le cime dei monti si stagliano nel cielo come giganti di pietra e impongono il silenzio a chi le guarda.

C’è un posto in Val d’Asta dove vivono le poiane. Le vedi volteggiare maestose e fiere, sfiorando le chiome degli alberi. Il loro stridio accompagna il batter d’ali e riecheggia forte nella valle. Splendide creature che dominano tutto da lassù, come sentinelle a difesa di un forte pronte alla battaglia. Ogni tanto scompaiono fra gli alberi, poi riprendono il loro volo come instancabili acrobati del cielo.

Poiana
Poiana

Che sensazione di pace e di libertà… Le guardi estasiato. Per un attimo pensi che sarebbe bello essere al loro posto, librarsi nel vento e respirarlo forte per sentirsi vivi. Ma è solo un attimo, perché la realtà ti riporta presto con i piedi per terra, e ti rendi conto che per gli esseri umani niente è semplice, che la vita è una continua lotta per non soccombere ai prepotenti, ma che in fin dei conti sognare non costa niente.

Ecco, lì vorrei tornare, dove volano le poiane. Per sentirmi viva, per sperare, per sognare.

 

Rosa Palumbo

Monte Penna

Il Monte Penna

Il Monte Penna, o Monte di Asta, ma conosciuto anche come Penna di Novellano, è il simbolo della Val d’Asta per la sua forma inconfondibile e la sua formazione stratificata calcarenitico-marnosa del Flysch del Monte Caio. Pur non vantando una altitudine significativa (solo 1261 metri slm), dalla sua sommità si gode di uno spettacolare panorama a 360 gradi che spazia tutt’intorno dalla Pietra di Bismantova alla Val d’Asta e ai monti Torricella, Prampa e Cisa, alla catena del Monte Cusna e al Monte Ravino, fino ad incontrare più lontano la piramide del Monte Cimone, riconoscibile dalle costruzioni militari sulla vetta.

Nella notte fra il 4 e il 5 gennaio 2014, una consistente frana sul versante orientale del Monte Penna provocò il distacco da quota 1200 metri di giganteschi massi che raggiunsero la strada comunale La Sorba-Novellano, causandone l’interruzione per diversi mesi.

Monte Penna
Monte Penna

Fra i diversi percorsi per arrivare in cima, ho scelto quello meno conosciuto in quanto non segnato dal Cai, ma sicuramente molto appagante e non troppo impegnativo. D’inverno, con la neve, addirittura vi sorprenderà.

Punto di partenza: Castiglione, parcheggio dell’ufficio postale, coordinate 44.306023° N, 10.461109° E.

Altitudine minima: mt. 899.

Altitudine massima: mt. 1261.

Dislivello: mt. 362.

Difficoltà: facile fino alla parete, poi circa 10 metri di tratto difficoltoso, poi ripido fino alla cresta sommitale.

Lunghezza: circa 2400 mt. (4800 mt. a/r).

Passiamo davanti al Bar Ristorante “La Penna” per portarci in corrispondenza del civico 11, dove uno stradello asfaltato passa dietro le case e ci porta rapidamente in quota, diventando sterrato. Dopo 400 metri troviamo un bivio, ma una freccia in legno di colore giallo-nero ci indica di proseguire a sinistra per il Monte Penna. Questa è davvero una bella sorpresa, in quanto non essendo un sentiero “ufficiale” è comunque ben segnalato con segnavia di colore giallo-nero su tutto il percorso.

Ora il sentiero diventa un po’ ripido. Fra gli alberi spunta maestosa la Pietra di Bismantova. Raggiungiamo presto un altro bivio e seguiamo a sinistra il segnavia. Il percorso in questo punto è piacevolmente ondulato con qualche saliscendi e ci porta ad un altro bivio a 990 metri dalla partenza, ma questa volta ignoriamo il sentiero che scende a sinistra e proseguiamo invece in salita (coordinate 44,3048° N, 10,4717° E).

Troviamo altri bivi. Al primo seguiamo la freccia giallo-nera che ci indica a destra, al secondo ci dirigiamo a sinistra (troveremo il segnavia poco più avanti), al terzo andiamo ancora a sinistra, infine al quarto saliamo a destra (coordinate 44,3059° N, 10,4754° E). Ora siamo a 1500 metri dalla partenza e a quota 1077 e il sentiero si fa più ripido.

Dopo 250 metri incrociamo il sentiero Cai n. 611 che sale da Pian del Monte, e il nostro percorso d’ora in poi diventa quello “ufficiale” del Cai. Procediamo e seguiamo quindi senza indugio i segnavia bianco-rossi.

Da questo versante, il Monte Penna fa un po’ impressione; la stratificazione del Flysch da qui si vede vicinissima. Non vi nascondo che più mi avvicino e più mi dico che sono pazza a salire lassù, ma dissi la stessa frase mentre mi preparavo a salire sul Gran Sasso…

Su un albero a sinistra sono presenti sia il segnavia Cai sia quello giallo-nero e la scritta “Segui bianco-rosso”, ma ormai non c’è più pericolo di sbagliare e finalmente arriviamo ad una freccia del Cai che ci indica di andare a destra lungo il sentiero 611. Siamo a 100 metri dalla parete del Monte Penna.

Finora il percorso è stato piacevole, ora invece dobbiamo stare molto attenti. Raggiungiamo rapidamente la parete; il sentiero passa su facili roccette dove è necessario usare anche le mani. La roccia marnosa si sgretola facilmente, ma per fortuna si tratta di pochi metri e poi si riprende a salire abbastanza tranquillamente.

Curviamo a destra, il sentiero passa proprio sul bordo ed è necessario passo fermo. Ormai ci siamo quasi. I segnavia bianco-rossi sono sugli alberi alla nostra destra, ma ben presto gli alberi lasciano il posto alla testa pelata del Penna e saliamo quasi a vista in direzione di un paletto di legno del Cai.

Siamo finalmente in cresta a quota 1246. Il panorama è magnifico! Il Monte Cusna è davanti a noi. Cisa e Prampa fanno da sentinelle al Monte Torricella con la sua formazione a strati. La Pietra di Bismantova si staglia in lontananza.

Che dire… Ne è valsa la pena!

Ma la nostra escursione non è ancora finita, non siamo ancora sul punto più alto. Proseguendo sulla cresta in leggera salita, ammiriamo il panorama dalla parte opposta su Novellano e la vallata circostante. Riprendiamo ancora per qualche decina di metri fra gli alberi fino alla fine del crestone (il punto più alto è qui) e arriviamo ai resti di una baracca. C’è chi dice che era un ricovero di pastori, altre fonti affermano che si trattava di un rifugio utilizzato dai partigiani russi durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che invece salta all’occhio, è che siamo proprio sulla sommità della frana… il terreno è notevolmente spaccato in più punti e lo scivolamento verso il basso è evidente, e se proseguiamo per pochi metri lungo il sentiero 611 passiamo proprio sul ciglio da dove possiamo osservare la frana dall’alto. Sembra come se la terra dovesse mancarci da sotto ai piedi da un momento all’altro. Impressionante!

Monte Penna
Monte Penna

Sinceramente preferisco osservare l’altro panorama, quello splendido delle creste appenniniche reggiane over 2000, che come una barriera delimitano l’orizzonte e nascondono il sole al tramonto. Quindi facciamo dietro-front per un’ultima occhiata ai monti prima di scendere e poi si ritorna per lo stesso sentiero.

Cascata del Golfarone

Cascata del Golfarone

“Appennino Reggiano” è sinonimo di montagna, e “montagna” vuol dire sentieri da percorrere.

Ma chi potrebbe immaginare che dopo quella curva stretta sulla strada per Civago c’è un sentiero che conduce in pochi minuti in uno dei posti più suggestivi della Val d’Asta?

Cascata del Golfarone
Cascata del Golfarone

La cascata del Golfarone è un angolo nascosto che non ti aspetti, una piccola perla incastonata fra le rocce. Un luogo che, se non ti spiegano come arrivarci, non puoi inventarti di raggiungere.

Si trova lungo il torrente Secchiello. Dei bei saltelli caratterizzano il corso d’acqua a valle della cascata, che nel corso dei millenni ha scavato la roccia, formando piccole piscine cristalline poco profonde, ma che possono diventare pericolose in caso di scivolata.

Non pensate che sia un posto solitario. Tuttaltro. D’estate, molta gente trova refrigerio nei suoi pressi. Addirittura, qualcuno si cimenta in tuffi pericolosi dall’alto dei suoi 15 metri, o semplicemente si immerge nella piscina naturale alla sua base per fare il bagno. Anche i pescatori non disdegnano di calare le canne da pesca per catturare le trote fario.

 

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Uno splendido scenario. Se volete raggiungerla, non cercatela su internet. Al massimo troverete tante fotografie e qualche cenno, e qualche scarsa indicazione per arrivarci. Il sentiero non è segnalato. Scordatevi di usare scarpe da trekking e abbigliamento tecnico: d’estate, un paio di scarpette da ginnastica e calzoni corti vanno più che bene, visto che per arrivare alla base della cascata è necessario guadare il torrente. Se volete cimentarvi d’inverno, usate gli stivali di gomma.

In totale sono circa 500 metri dall’inizio del sentiero alla cascata.

Cascata del Golfarone
Cascata del Golfarone

Accesso da Villa Minozzo: seguite le indicazioni per Civago. Oltrepassato Calizzo, ma prima del ponte di Governara, all’incirca al km. 19.700, subito dopo una curva troverete a sinistra un po’ di spazio per parcheggiare. Lasciate quindi l’auto alle coordinate 44,321937° N – 10,461611° E.

Tornate qualche metro indietro verso la curva e troverete un sentiero che scende. D’estate sarà sicuramente seminascosto dalla vegetazione, ma rimarrete sorpresi scoprendo che dopo pochi metri si trasforma in un bel sentiero largo e comodo.

Ignorate la carrareccia che si stacca sul lato sinistro e continuate sul sentiero con qualche piccolo saliscendi.  Le chiome degli alberi sono un bel toccasana per contrastare la calura estiva, e lo scroscio del torrente accompagnerà i vostri passi sulla terra battuta. Dovete arrivare sul bordo del torrente, più o meno alle coordinate 44,3209°N – 10,4629°E.

Guadate nel punto dove l’acqua è più bassa, poi dovrete passare sulle roccette, ma niente di pericoloso. Tuttavia prestate attenzione a non scivolare. Poi ancora un breve tratto su sentiero, poi ancora rocce fino alla base della cascata. I più arditi possono salire fra gli alberi a sinistra fino alla sommità della cascata.

Cosa aggiungere? Buona passeggiata, e godetevi questo angolo di paradiso. Sicuramente ne rimarrete entusiasti.

 

 

Rosa Palumbo

Monte Torricella

Monte Torricella

Monte Torricella
Monte Torricella

Basso o alto che sia, ogni monte ha il suo fascino. E il Monte Torricella, anche se dal lato escursionistico non presenta particolari attrattiv e, è sicuramente affascinante dal punto di vista geologico, rappresentando uno spettacolare esempio di flysch, roccia formata da una regolare alternanza di strati calcarei e strati marnosi.

Imponente e maestoso, e apparentemente inaccessibile, con la sua parete a strapiombo obliqua, ben visibile dalla strada della Val d’Asta, è invece una vetta facilmente raggiungibile, sia per la sua altezza di soli 1262 mt. slm, che per il sentiero, sconosciuto ai più, ma non ai locali, non segnalato, ma ben segnato sulla mappa dell’alto appennino reggiano. Il Monte Torricella può essere considerato uno dei luoghi meno frequentati della Val d’Asta.

Questo itinerario, facile e adatto a tutti, è percorribile in tutte le stagioni dell’anno, ma è sconsigliabile con il ghiaccio.

Accesso da Villa Minozzo: seguire le indicazioni per Ligonchio, ma dopo poche centinaia di metri svoltare a sinistra per Santonio – Coriano – Monteorsaro. Superati gli abitati di Coriano e Ca’ di Fontana, poco prima di un tornante parcheggiare l’auto alle coordinate 44,3227°N – 10,435°E.

Accesso da Febbio: proseguire verso Monteorsaro, oltrepassare il paese e ignorare la strada che sale a sinistra verso il Rifugio Monteorsaro (indicazioni), proseguendo diritto verso Coriano. Subito dopo un tornante qualche centinaio di metri prima di Ca’ di Fontana, parcheggiare l’auto alle coordinate 44,3227°N – 10,435°E.

Lunghezza percorso: km. 1,130

Tempo di percorrenza: 30 min. in salita, 20 min. in discesa.

Dislivello: mt. 175.

Difficoltà: facile.

Monte Torricella
Monte Torricella

Nei pressi del parcheggio, prendere lo stradello in discesa. Dopo circa 80 metri c’è un piccolo guado e il percorso inizia a salire. Ignorare il sentiero a destra che si incontra dopo altri 80 metri.

A 200 metri dalla partenza, alle coordinate 44,3212°N – 10,4351°E, c’è un altro incrocio ma noi proseguiamo diritto sul percorso principale, dove una freccia in legno indica “Monteorsaro”. Ora il sentiero si fa più ripido. Dopo altri 100 metri (300 m. dalla partenza) proseguire sulla destra a un altro bivio. Tutto si svolge in bosco di faggi.

Alle coordinate 44,3192°N – 10,436°E, il sentiero si biforca ancora. I due stradelli si incrociano poco più avanti, ma quello a destra è meno difficoltoso. Quindi prendiamo a destra, e dopo poche decine di metri curviamo a sinistra, proseguendo fino a incrociare l’altro sentiero.

Ancora altri 2 incroci, e a entrambi proseguiamo a sinistra. Continuiamo fino alle coordinate 44,3171°N – 10,4365°E, dove il sentiero si divide in tre. Ora siamo a 300 metri dalla vetta.

Prendiamo a sinistra, dove troveremo dei segnavia blu, prima su un sasso, poi su un albero, poi su alcuni paletti.

Ora dobbiamo prestare attenzione: dopo 160 metri (coordinate 44,3173°N – 10,4385°E, a 140 m. dalla vetta), troveremo dei paletti che salgono verso sinistra e il sentiero che invece scende diritto. Ignoriamo il sentiero e prendiamo la debole traccia a sinistra che sale fra gli alberi. Il percorso è agevole e lo seguiamo per 120 metri, finché non ci troveremo davanti al cocuzzolo del Monte Torricella. Qui dobbiamo salire a vista, ci sono delle tracce che portano in cima, ma sono solo 20 metri. Una croce in legno ci indica la vetta.

Se gli alberi non avessero conquistato la montagna, dal Monte Torricella si godrebbe un bellissimo panorama a 360 gradi. Invece, nonostante la vetta spoglia e brulla, si vedono bene il Monte Cimone, Monte Cisa e Monte Prampa, mentre la catena del Monte Cusna è coperta dagli alberi. Dal lato opposto, fra i rami si intravvedono la Pietra di Bismantova e la pianura.

Se volete mangiare un panino in santa pace, questo è il luogo ideale…

 

Rosa Palumbo