Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Il fascio littorio

Un cimitero della nostra vallata, a poca distanza da Gazzano, mi ha colpito per un particolare scolpito su un pilastro in pietra dell’entrata.

Ingresso cimitero di Febbio
Ingresso cimitero di Febbio

Si tratta del cimitero di…. lascio a voi indovinare, se siete degli osservatori lo capirete subito.
La scultura rappresenta il fascio Littorio, un po’ rovinata dalle intemperie, ma perfettamente riconoscibile.

Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)
Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Le origini dei “fasces lictori” risalgono agli Etruschi e i Romani li avrebbero introdotti nell’antica Roma, facendo precedere i re, dai littori ( uomini addetti a questo compito) che recavano sulle spalle un fascio di bastoni di legno, legati con strisce di cuoio intorno ad una scure.

In seguito divennero simbolo di potere e assunsero la forma di fascio cilindrico, formato da verghe di betulla bianca, legate da nastri di cuoio (f asces in latino).
Vennero poi ripresi come simbolo nell’araldica da movimenti e ideologie politiche nel ventesimo secolo, come il fascismo.

Opera funeraria dei primi anni '40
Opera funeraria dei primi anni ’40

Durante il ventennio del governo fascista, molte costruzioni pubbliche ed opere d’arte, si ispirarono allo stile romano, senza però far mancare il fascio Littorio su muri, colonne ecc…
Questo simbolo è arrivato ai giorni nostri, quasi intatto , scolpito sulla colonna del piccolo cimitero , ai piedi del Cusna! Ormai avrete capito che si tratta del cimitero di Febbio.

Don Armido Carmana

C’era una volta …

…non è una favola ma è la storia vera di un sacerdote montanaro doc, nato a Gazzano di Villa Minozzo nel 1921

Don Armido Carmana

nato da una umile famiglia che coltivava la terra ed allevava animali per il proprio sostentamento, come del resto era a quei tempi.

Don Carmana con vecchietto
don Armido con il suo Sagrestano

Il papà Carlo, per arrotondare il magro guadagno dei campi, andava con suo fratello Ilario a suonare alle feste da ballo; il giovane Armido respirando questo clima musicale in famiglia imparò le basi della musica e perfezionò gli studi musicali al seminario di Marola con lo strumento del pianoforte.

I genitori erano molto propensi ad avviare il figlio Armido alla carriera ecclesiastica, perché , a quei tempi, il sacerdozio dava la possibilità insieme sia di studiare che garantire a tutta la famiglia la sopravvivenza.
Essere portati al sacerdozio, avere una vera vocazione, non era a quei tempi il requisito più importante per decidere la strada del seminario che lui cominciò a frequentare dopo le scuole elementari.

Ordinato sacerdote, passò qualche tempo nelle parrocchie della bassa e dal 1947 fu trasferito a Febbio diventandone parroco fino alla morte, avvenuta nel 1979.

Chiesa di Febbio , navata centrale

Chiesa di Febbio , l’altare

Chiesa di Febbio

Chiesa di Febbio

La sua missione si svolse in un ambiente ostile alla religione e in particolare alla Chiesa Cattolica. E’ proprio in questo ambiente che don Carmana riuscì ad avvicinare giovani e meno giovani riempiendo la chiesa come non accadeva da tanto tempo. Nonostante la dubbia vocazione religiosa, il don aveva dalla sua parte l’affabilità, la passione per la sua gente, il rispetto e la vicinanza con tutti.

 

 

A piedi o a cavallo ogni casa del paese era una sua meta fino a raggiungere i borghi più impervi come Roncopianigi, Monte Orsaro, Case Stantini.

Il suo carisma, la sua bontà d’animo e la sua generosità affascinavano chiunque, e anche i più miscredenti e “mangiapreti” facevano capolino alle sue messe la domenica.

Don Carmana all'Organo
Era innata una timidezza che non gli permetteva di essere un affabulatore e un predicatore carismatico, ma al pianoforte o al coro si trasformava dando il meglio di sé.

I primi rudimenti musicali offerti alla gioventù di allora furono il frutto del suo impegno e del suo insegnamento negli Istituti Professionali di Gazzano (l’Istituto femminile  di Maria e l’Istituto maschile di San Giuseppe, voluti da don Paolo Canovi, allora sacerdote di Gazzano) e nei cori delle varie parrocchie della montagna.

Nella foto scattata davanti al sagrato della chiesa di Gazzano con i ragazzi e le ragazze dell’Istituto di Maria e San Giuseppe. Don Carmana è alla sinistra mentre alla destra c’è don Paolo Canovi

A Gazzano la baracca del falegname, grazie a lui, divenne un cinema dove una volta alla settimana il don compariva con la sua topolino portando le bobine di film come Marcellino Pane e Vino, Roma Città aperta, Stanlio e Ollio, e altri film western.

Nelle feste patronali la sua presenza era essenziale perché suonava, preparava e dirigeva il coro di ciascuna parrocchia.

Chiesa di Febbio, l’organo

Per fare un esempio della sua bontà d’animo vogliamo ricordare la perpetua Giacomina, che lui portò nella canonica di Febbio: era una signora molto semplice che trovò rifugio e dignità servendo don Carmana.

Ci piace ricordare un aneddoto della Giacomina, dovendo fare le cose più semplici, le fu chiesto di nutrire due volte al giorno le galline. Durante questa operazione giunse don Armido che trovò la perpetua dare il riso come mangime. Al che il nostro parroco sbottò: “Giacomina, il riso costa tanto! Perché non hai preso il granturco?”.  La sua risposta tranquilla fu,  “La prima cosa che a iò truvé l’è ste’ el ris!” in un dialetto balugano (cioè della pianura).

Una breve e intensa malattia lo portò via ancora giovane nel dicembre del  1979, è sepolto nel vicino cimitero di Febbio.

 

La bardana

La bardana

“Arctium Lappa” o nel nostro dialetto “tacadur”

La bardana viene anche chiamata Lappa o lappola. Noi la chiamiamo “tacadur ” per i suoi fiori, capolini tipicamente uncinati, che quando sono secchi, si impigliato nei velli delle pecore, nei peli degli animali e nei vestiti dell’uomo.

Da bambina , infatti, mi divertivo insieme alle mie coetanee, a lanciarli per farli aderire ai vestiti e a volte ci colpivamo anche sulle braccia e gambe nude, e non era piacevole, ma soprattutto nei capelli, che poi, per districarli erano dolori….

Questa proprietà di attaccarsi agevola il trasporto dei semi, anche a notevoli distanze.

È una pianta erbacea biennale o perenne, vigorosa e spontanea, soprattutto in pianura, ma anche in collina e montagna. Cresce lungo le strade, sulle macerie, nei terreni incolti.

La bardana
La bardana

Ha folti crespi e foglie molto ampie, che spuntano rapidamente in primavera ma soprattutto in estate, con steli floreali con capolini uncinati, tendenti al colore rosato.

La bardana è una pianta di notevole interesse per le proprietà terapeutiche ed anche cosmetiche.

Le foglie si raccolgono a primavera, prima della fioritura, seccandole all’ombra e si conservano in vasi di vetro.

Le radici si estirpano nell’autunno del primo anno o alla primavera successiva. Si conservano in sacchi di tela o carta, dopo averle lavate e seccante all’aria.

Si usa come depurativo del sangue, aiuta nelle forme reumatiche, è un tonico per le pelli impure contro l’acne ed è una buona lozione per rinforzare i capelli.

A proposito di capelli

Bollire 50 gr. di radici in 250 gr. di acqua e 250 gr. di aceto per 15 minuti a fuoco lento. Filtrare, spremere e aggiungere 10 gr. di peperoncino ed usare per frizioni alla sera prima di caricarsi.

Foglie di bardana
Foglie di bardana
Rami di biancospino

Il Biancospino

Il Biancospino o crataegus oxyacantha nel nostro dialetto perbucin è un arbusto cespuglioso e spinoso, con corteccia giallastra, che scurisce con l’età .

Biancospino
Biancospino
Frutti di Biancospino
Frutti di Biancospino
Rami di biancospino
Rami di biancospino

Le foglie  presentano in lobi più o meno marcati.

I fiori, riuniti in grappoli, compaiono in primavera e sono piccoli , bianchi o rosati e sono assai profumati.

I frutti sono piccole drupe rosse, dalla polpa farinosa, che persistono a lungo, fino ad autunno inoltrato.

Il biancospino è diffuso nelle regioni mediterranee, in Italia lo si trova dalla pianura alla montagna, nei boschi e nelle siepi, su terreni poveri, sassosi e aridi.
Si usano fiori, frutti e la corteccia
I fiori si raccolgono ancora in boccio. I frutti all’inizio dell’autunno quando sono ben maturi; si possono seccare anche in forno. La corteccia si raccoglie in autunno o in inverno e si fa seccare all’ombra.
Il biancospino è ricco di tannini e vitamina. È rilassante, ipotensivo, stringente, febbrifugo.

Cura della pressione alta

Due cucchiaini di fiori in un quarto di acqua calda; coprire e dopo 10 minuti filtrare. Berne una tazzina al mattino, a digiuno e una alla sera  prima di coricarsi.

Contro l’insonnia

Un cucchiaino di fiori  di biancospino ed uno di fiori d’arancio in una tazzina da caffè  di acqua calda. Coprire e filtrare dopo 5 minuti. Bere prima di coricarsi.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

Maggio, mese di Rogazioni

Nel mese di Maggio, nei tre giorni antecedenti la festa dell’Ascensione, si svolgevano le Rogazioni. E’ questo un rito molto antico, una processione volta ad ottenere la fertilità della terra.
Come è stato in tutta la nostra montagna, anche a Gazzano si sono tenute le Rogazioni. L’antico rito è così stato ripetuto fino al 2015; in questi ultimi anni si sono infatti le Rogazioni si sono via via abbreviate con un continuo impoverirsi di partecipanti grazie alla costanza di don Giuseppe e alla perseveranza di alcuni anziani fedeli del paese.
La processione ogni giorno percorreva un itinerario preciso, costeggiando strade e sentieri in mezzo ai campi, sostando davanti ad una Croce addobbata con fiori e ceri:  venivano recitate preghiere rituali , tratte dalle Litanie dei Santi in cui si chiedeva al Signore di preservare la terra e i campi dalla peste, dalla fame, dalla guerra, dalle tempeste, dai fulmini, in modo da ottenere frutti e sostentamento e poterlo così conservare.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

A peste , fame et bello libera nos Domine

At fulgure et tempestato libera nos Domine

Ut fructus terrae dare et conservare diversi Te rogamus, exaudi nos Domine

Nei tempi passati tutti coltivavano la terra e per tutti la terra era Madre e sostegno. I tempi oggi sono cambiati: molti hanno abbandonato la campagna per rincorrere il mito del lavoro più  facile e meno faticoso, con il risultato che i nostri paesi sono ormai vuoti e gli abitanti rimasti sono sempre più anziani, i campi e i prati sono incolti e il rapporto con la Madre terra è venuto a cessare e insieme anche queste antiche liturgie hanno perso il loro antico valore.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
 

Io ne ho un ricordo bellissimo fatto di lunghe processioni, con tanti bambini e tanti adulti che cantavano le litanie dei Santi in latino; durante la processione, ad ogni sosta, si aggiungeva sempre più  gente e si arrivava insieme in luoghi solitari dove esisteva una casa ed una stalla abitati ed animati da uomini, donne, bambini ed animali.

Quest’anno a Gazzano,  le rogazioni non saranno celebrate, e probabilmente, sarà l’inizio della fine di quest antichi rituali.

Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni

Arnica montana

L’Arnica Montana della famiglia delle asteracee, è un’erbacea perenne. Si trova in prati e

Arnica Montana
Arnica Montana

pascoli di montagna (da 800 a oltre 2000 metri); è presente sulle Alpi e sugli Appennini, difficilmente si trova più a sud dell’Emilia. Il suo fusto è alto circa 40 cm., nasce da una rosetta basale di foglie ovate, con nervature evidenti e leggermente pelose e porta due foglie opposte e presenta, nel periodo cha va tra luglio e agosto, un capolino di colore giallo-arancione simile a quello della calendula.

Nota fin dall’antichità come pianta vulneraria, calmante, analgesica e revulsiva di questa si usano foglie, radici e fiori fatti essiccare. In genere si raccolgono i soli fiori.
Per le contusioni e distorsioni si macerano o si fa un decotto con i fiori essiccati; una tintura per decongestionare infiammazioni e punture di insetti. Per i traumi si fa un cataplasma di fiori e foglie pestate.

In passato le foglie essiccate venivano utilizzate come tabacco da naso o da pipa.

Il suo forte odore è sgradito al bestiame e risulta velenosa a forti dosi o per uso interno.
Non si deve utilizzare su ferite sanguinanti, né deve essere posta vicino agli occhi, bocca o organi genitali.

Acetosa

Acetosa

L’erba Acetosa (Rumex Acetosa), è perenne spontanea e infestante, molto vigorosa,  rustica e  frugale , con foglie ampie, con apparato radicale ingrossato. Formano dei cespi folti e alti 30/40 centimetri. I fiori, bianchi o rosati,  sono riuniti  in infiorescenze a pannocchia, erette e alte fino a 80 centimetri.

Acetosa
Acetosa

È comune anche qui da noi, nei prati e nei pascoli, sia in pianura che in montagna. Volgarmente viene chiamata “erba puta“o “erba brusca” per il sapore asprigno delle foglie. Quante volte, quando ero bambina, andavo al pascolo con mia nonna e se chiedevo da bere e, nelle vicinanze, non c’era l’ acqua, la nonna mi raccoglieva le foglie di “erba puta” e me le faceva masticare. Il sapore un po’ acetato sembrava che togliesse la sete.

Bei ricordi e bei tempi…

Ancora oggi come allora, vengono mescolate ad insalata verde, sedano bianco e ravanelli.
Ottimo rimedio contro le punture di api o vespe: si pestano alcune foglie fresche e si applicano sulla puntura, dopo aver estratto  il pungiglione.
Come cura rinfrescante primaverile:  si mette un cucchiaio di foglie in 250 grammi di acqua calda, dopo 10 minuti si filtra e se ne beve una tazzina a digiuno al mattino e una alla sera prima di caricarsi, aggiungendo un cucchiaino di miele.
Non è  indicata per chi soffre di calcoli renali, perché  contiene acido ossalico.

Celidonia

La Celidonia

Celidonia
Celidonia

L’erba dei porri o erba delle verruche, come si dice dalle nostre parti, è una erba perenne e la si trova da noi già dalla primavera. Cresce soprattutto sui ruderi, sulle macerie, nelle fessure di vecchi muri. Ha foglie morbide e vellutato, coperte da una sottile peluria; i fiori sono di colore giallo vivo. Quando si spezzano le foglie o gli steli fuoriesce un lattice giallo che, strofinato sui porri o verruche, è efficace nel “bruciarli”.

Quante volte da bambina l’ho usato!…perché  una volta, e parlo di 55 anni fa, qualche verruca l’avevamo tutti.

 

 

La celidonia è una papaveracea e contiene alcaloidi e altre sostanze velenose, quindi, come erba medicinale va usata con cautela e nicamente per uso esterno.
Fiorisce da aprile a settembre

 

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Sono passati 72 anni

20 marzo 2016/20 marzo 1944

Stesso giorno ma 72 anni dopo si commemora la strage dell’ Aia di Cervarolo.

La banda musicale di Villa Minozzo ha accompagnato tutto lo svolgersi della cerimonia, con il Sindaco di Villa Minozzo ed i sindaci di altri paesi limitrofi, autorità militari e politiche.
Don Giuseppe Gobetti ha celebrato la S.Messa; i ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Villa Minozzo hanno ricordato in maniera significativa, con canti e gesti commoventi ed intensi, l’efferato martirio dei 24 civili, tra questi anche l’allora parroco Don Pigozzi, inermi ed innocenti, caduti per mano dei nazifascisti.

Ad assistere a questa mesta cerimonia tante persone e Associazioni partigiane e Istoreco; un esiguo numero di donne  nipoti, pronipoti e parenti dei caduti.

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944
Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Il Sindaco Luigi Fiocchi ha pronunciato parole semplici ma sentite e commoventi, esaltando l’operato delle donne anche in quei tragici momenti.
Ha parlato l’on. Antonella Incerti, ricordando la resistenza della nostra montagna e come i partigiani abbiano combattuto per riprendersi la dignità  di popolo unito e libero, allora allo sbando.

L’inno nazionale, eseguito dalla banda, ha concluso sull’Aia la commemorazione, non senza qualche lacrima tra i presenti.

Per tutti noi, ma soprattutto per le nuove generazioni, sia un ricordo da mai dimenticare.

 

Il 'Casun'

Perché a Pasqua si sciolgono le campane?

A Pasqua si sciolgono le Campane

Questo modo di dire deriva da antica tradizione religiosa. Le campane suonano tutto l’anno ogni giorno, però restano in silenzio solo il giorno in cui si ricorda la morte del Signore (venerdì santo).

Per l’occasione, una volta, le campane ( precisamente i battacchi) si legavano con corde l’una all’altra, perché non emettessero alcun suono.
Il giorno di Pasqua venivano sciolte e da qui il modo di dire “sciogliere le campane”. Il sabato Santo , a mezzanotte le campane suonano gioiosamente a distesa, per comunicare che Gesù è risorto.

Negli anni 50/60, quando ero bambina, si ovviava alla mancanza del suono delle campane, con uno strumento artigianale, fatto in legno, chiamato “ranela” , da noi a Gazzano; nel versante modenese “grasciula”, proprio per il suono gracidante, simile a quello delle rane.
Questo strumento consisteva di un telaio sormontato da una ruota dentata, a cui era attaccato un manico che veniva fatto girare velocemente su una lamella, propagando un suono sgraziato, secco e crepitante.

Il 'Casun'
Il ‘Casun’

I ragazzi più ingegnosi costruivano un altro attrezzo più grande con una cassa armonica ampia, in modo che il suono prodotto fosse più cupo e cavernoso. Era chiamato e’ casun.
Solo i maschi azionavano questi attrezzi ( le femmine sempre escluse) durante la funzione del venerdì santo, e in determinati momenti, segnalati da un adulto. Qualche volta succedeva che l’impazienza avesse il sopravvento, e si udisse qualche gr, gr estemporaneo, accompagnato da uno scappellotto….! A fine funzione si scatenava il putiferio dentro e fuori la chiesa. Si univano il sacro e il profano! In quanti eravamo, grandi e piccoli; era un momento di aggregazione, fatto di cose semplici e spontanee!

I giorni della settimana

I giorni della settimana

Amarcord

LUNDI’ l’ha pers la ruca
MARTEDI’ e l’ha cercada
MERCURDI’ e l’ha truvada
I giorni della settimana, da "Didattica Digitale" il blog dell'Istituto Comprensivo F.Sacchetti San Miniato (Pisa)
I giorni della settimana, da “Didattica Digitale” il blog dell’Istituto Comprensivo F.Sacchetti San Miniato (Pisa)
GIOVEDI’ l’ha peutna la stupa
VERNARDI’ e l’ha mi sa in tal ruca
SABD e s’è lava la testa
DMEUNGA l’è festa
Il battesimo

Il Battesimo e le Nozze

Cari amici, amarcord circa 25/30 anni fa, durante i pranzi di nozze o battesimi, si usava comporre versi in rima dialettale, per ringraziare gli sposi e mettere in evidenza le loro qualità o per celebrare il bambino che entrava nella comunità cristiana.
Queste Rime venivano declamate a tavola quando , dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, l’atmosfera si faceva molto “briosa”.
Se fra i presenti si trovava qualche “maggerino”  il sonetto o la quartina non mancavano mai.

E’ un’usanza quasi del tutto perduta, che ricordo con tanta simpatia.

Durante la festa del battesimo nella canonica adiacente la chiesa

Aiabiom fat  un Cristian
Un fiulin ed qui da “ranocch
Pan e vin tourte e  biscocch
E ghin sra’ anch pur sagreustan!

Il battesimo
Il battesimo

In italiano

Abbiamo fatto un cristiano
Un bambino della casata di quelli dei “Ranocchi”
Pane vino torte e biscotti
Ce ne saranno anche per il sacrestano

Durante la festa di matrimonio (il nozz)

A scioma  chi’ present
Con i spusch e ben cuntent
Bun  l’aroscht  e anc i tourtlin
Evviva  Ilario un secund  “Paganin”

Festa matrimonio
Festa matrimonio

In italiano

Siamo qui presenti
Con gli sposi e anche i parenti
Buon l’arrosto e  buoni i vini
Evviva Ilario secondo Paganini

Ilario , lo sposo, era un suonatore di violino

Nonna racconta

Preghiera alla Madonna

Cari amici, amarcord una preghiera corta che me la faceva recitare mia nonna quando avrò  avuto sei anni. La scrivo in dialetto e poi in italiano.

Madunina bela bela, che la ven d’in cel in tera. L’ha purta’ un bel bambin, bianc e russ  e riciulin. La Maduna la e portava e San Giuann e badgiava, e  badgiava pien d’amour, scia luda’ Nostr Signour.

Nonna racconta
Nonna racconta

In italiano

Madonnina bella bella, che viene dal cielo alla terra.  Ha portato un bel  bel bambino, bianco rosso e ricciolino. La Madonna lo portava e San Giovanni  lo battezzava,  lo battezzava  pieno d’amore, sia lodato Nostro Signore.