Casati

Casati della Val d’Asta

Elenco dei casati della Val d’Asta
Roncopianigi
Denominazione Rappresentanti
Mascambran Puglia
Bgot Pigozzi
Catalin Zambonini
Nando Zambonini
Celsa Marchiò Sante
Biscia Vecchio Oste
Topo
Batera Marchò Evaristo
Balarin Marchiò Linto
Giuanela Calzolaio
Febbio
Denominazione Rappresentanti
Gendarmi Gebenini Armido
Brigader Baroni Fenelia
Gargulin Gebenini Gregorio
Mundin Bianchi
Dei Michele Baroni (Formaggiai)
Pinot Baroni
Fuggi Padre della moglie di Togninelli Gino
Mingun Bertucelli
Rosalba Baroni Lino
Masmun Bertucelli
Bista Zambonini Sabatino
Burtel Baroni del Merlo
Muletta Fornai Gebenini
Peluno Bgun Pigozzi
Minghet Zambonini Giacomo
Frasca Togninelli Gino
Governara
Denominazione Rappresentanti
Bailonne/Taccone Montelli Pasquino
Carcina Masini Giuseppe
Lazzarini Pieroni Lindo/Erminio
Duca Montelli Natale
Bazega *
Palastra *
Madel Montelli Vito
Michelaccio *
Pompilia Calvelli Emidio/Delfino
Lolo *
Barufera *
Lili *
Olivetta Calvelli Bonfiglio
Demetrio Zelinda/Lina/Giovanni
Santina Ferrari Adolfo/Adelmo
Lorenzo ?
* La casata è estinta, ? non si hanno ulteriori notizie
Castiglione
Denominazione Rappresentanti
Chunciun Sillari
Case Stantini
Denominazione Rappresentanti
Rossi Pensieri Sabatino
Gambetta Ugolotti Giovanni
Sillari Bertucci Guido
Rüdela Alberti Pietro
Manghel Ugolotti Giuseppe
Bista Zambonini Domenico
Pighet Castagnetti Sante
Tadè Bianchi Sante
Datin Baroni Luigi/Agostino
Buta Bianchi Battista
Gan Bianchi Domenico
Bugia Ugolotti Salvatore
Chila Serafini Lorenzo
Gemian Ugolotti Cesare
Monte Orsaro
Denominazione Rappresentanti
Martinom Togninelli Lorenzo
Pigan Togninelli Pierino
Giamartin *
Martoch *
Marture *
Pistare Bertini Liliana
Sciabil *
Gabe Bertini Giacoma
Chi Puglia Lorenzo
Mucchia Zambonini Duilio
Ghitt *
Gambacia *
* La casata è estinta
Case Bagatti
Denominazione Rappresentanti
Lisador Castellini Guido
Catiott Castellini Vincenzo/Luigi

Casati
Casati
Case Balocchi
Denominazione Rappresentanti
Bancün Zambonini Dario
Areda Zambonini Armido
Frar Zambonini Felice
Rudin Cecchini Mauro
Giaï Pieroni Domenico/Antonio
Rossi Rossi Camillo/Luigi
Stella Paini
Minghin Liseo Rosa
Cialeia Zambonini Celeste
Scani Scalini Mauro
Riparotonda
Denominazione Rappresentanti
Ost. Caldera Pensieri
Bianca Pigozzi
Martin Alberti
Rusalia Riotti
Ranza Riotti
Bunin Riotti
Biasun Riotti
Tiodor Riotti
Bacilun Riotti
Vergai Riotti
Clumbara Pugucci
Pigarin Marchi
Candina Zanini
Lunga Zanini
Smuna Zanini
Freda Alberti
Sugarin Piguzzi
Narda Piguzzi
Giromi o Leonide Piguzzi
Custant ex Narda Piguzzi
Gianuncin Paini
Gianun Zanini
Tunin Cecchini
Camill Alberti
Plunia Alberti
Secchia Alberti
Ferdinand Castellini
Fêmia Giustin Dla Femio
Giana Rossi
Mnucina Alberti
Ermelin *
Pacific Alberti
* La casata è estinta
La Croce d'Oro

La Croce delle Rogazioni

Giglio ricorda che da bambino, in occasione delle Rogazioni, accompagnato dalla mamma e dalla nonna, partecipava alle funzioni. In tale occasione era usanza che le genti della Val d’Asta e Febbio si incontrassero con gli abitanti di Coriano al Passo Pradancina. La gente di Coriano arrivava al luogo d’incontro portando una Croce d’oro in stile, incastonata di moltissime pietre preziose.

La Croce d'Oro
La Croce d’Oro

La nonna narrava che tale Croce era stata portata in Italia da un guerriero-predicatore rientrato da una Crociata. Al suo rientro era sbarcato in Puglia e da San Michele Arcangelo aveva percorso a piedi l’intera penisola, in cerca di un luogo idoneo per predicare la legge della Chiesa. Si era ripromesso che, trovato il luogo adatto, vi avrebbe eretto una chiesetta per accogliere la Croce Santa.

In guerra ne aveva viste di tutti i colori e gli sembrava giusto predicare  la fratellanza, la bontà e divulgare gli insegnamenti di Gesù. Vagò a lungo e, approdato nella nostra montagna, decise che Coriano fosse il luogo più adatto alla missione. Coriano era un piccolo villaggio di capanne, abitato da uomini rozzi e primitivi che lavoravano i miseri fazzoletti di terra e allevavano sopratutto pecore.

Inizialmente fu accolto da quella popolazione con un po’ di diffidenza, ma, colpiti da quella preziosa Croce, aprirono i loro cuori e le loro capanne al nuovo arrivato. L’uomo predicava e la gente lo ascoltava con interesse, ma con il passare degli anni, la “cosa” diventò pesante e gli abitanti si stancarono di quelle parole, ormai vecchio, ripetitivo e non sempre lucido di mente venne collocato in una capanna ai limiti del villaggio. Quì visse per poco tempo, accudito, comunque, dal buon cuore montanaro degli abitanti, fino alla fine dei suoi giorni.

Ai Corianesi rimase la preziosa Croce, pensarono di costruire una chiesetta che ospitasse e custodisse quell’oggetto tanto caro sia spiritualmente sia materialmente.

Gli abitanti di Febbio erano un po’ invidiosi e gelosi del bene posseduto da quelli di Coriano e pretendevano di entrare in possesso, ma i vicini, non volendosi separare dal loro “tesoro”, decisero di cedere ai “valdastrini” il bastone che sorregeva la Croce e ogni volta che si rincontravano, appunto per le Rogazioni, veniva ricomposta.

Con il terremoto del 1920 la chiesetta andò distrutta e gli abitanti ne eressero un’altra a Tapignola, e  la Croce venne trasferita nella nuova dimora.

Il bastone rimase, però, nella Chiesa di Febbio. In seguito il “tesoro” fu portato in custodia a Reggio Emilia e tornava sui monti solamente per alcune funzioni.

L’ultima volta non venne riportata in città, ma venne nascosta dal parroco, che purtroppo è deceduto senza rivelare a nessuno il nascondiglio, pertanto se ne sono perse le tracce.

Il monte penna

Case Balocchi

E’ forse dalla Gallia Belgica che, tornando i Romani, portarono qualche “Bellovaco” (Abitante della Gallia Belgica). Questi, giunto fino a Castiglione, forse avrà messo dimora a pochi passi dall’accampamento; e così: Case-Bellovaci, Casebellocci, Case Balocchi.
Il paese è stato in prevalenza dedito alla pastorizia. Molt eerano le case e capanne coperte a paglia di segale; infatti il segale e il grano marzuolo erano in prevalenza le seminagioni che davano più frutti. La paglia del segale serviva per la copertura dei fabbricati, per cprisedie, per far basti per asini, muli e cavalli. Questo paese ha dato i natali a generazioni di fabbri ferrai. L’artista con un occhio al piede della bestia ed uno all’incudine tirava fuori il ferro che, di primo acchito, calzava alla perfezione a cavalli, muli, asini, buoi. Rimane ancora un segno di questo lavoro: un mantice che, poggiato ad un muro, attende la fine portata dagli elementi. Anni adietro vi era un esperto del legno che lavorava anche al tornio (tornio ad arco). Resta un pezzettino di terra che si chiama “Tornio”.
E’ giusto ricordare un buon conoscitore del legno e del pennello, dalle sue mani escono ancora pezzi che parlano della nostra vita agreste e delle macchiette del paese.


Il borgo di “Case Balocchi” aveva anche buoni conoscitori dell’arenaria. Lo testimoniano due bei portali al centro del paese. Una maestà, bella opera d’arte, giace metà sulla strada e metà sulla fontana pubblica. Pure un trogolo abilmente rifinito è già diviso in due parti. Non è questo esempio di opere irripetibili? Ecco un paese nel quale non vedi più: le donne al fosso a lavare il bucato, le bestie venir giù dalla macchia appaiate, con le narici gonfie per il trascinare il fieno e il grano, il pastore con l’ombrello in spalla e con un occhio alla mandria e uno al cielo comandare al cane. Non senti più odor di stalla, di carbone od altri odori che la natura ha in serbo. In queste cose che abbiamo buttato là in disparte aspettando che gli elementi le rendano irriconoscibili per farle poi del tutto scomparire, c’è ancora un pochino del vecchio paese e anche di noi. Non so fino a che punto noi abbiamo il desiderio di farle scomparire o vogliamo veramente cancellare ogni ricordo.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Storia, costumi e territorio

Val d’Asta: Lo Stemma

 

Torre del castello (Torraccia) con la guardia che ivi fu sempre presente.

Stemma Asta
Stemma Asta

La Rocca delle Scalelle

Il Castello della Penna di Novellano voluto dall’abate di Frassinoro a salvaguardia dei confini occidentali ha ispirato lo stemma che è tuttora il simbolo della Val d’Asta.
Tale stemma fu inciso su un macigno quadrato che dalla parte opposta aveva il contrassegno della comunità di Gazzano:le Scalelle. Poichè la comunità di Gazzano e di Asta si lamentavano con la podesteria di Minozzo perchè non venivano rispettati i confini, il Podestà pensò di far mettere alla bocchetta di Novellano, che segna i confini tra le due comunità, questo macigno.
Con il passare del tempo le lamentele sono finite e la comunità di Asta pensò di portare il macigno davanti alla chiesa di Asta. Lì fu tolto il simbolo delle Scalelle.

Val d’Asta: Storia

Correva l’anno 1164 quando l’imperatore Federico assegnava definitivamente i possedimenti del montis Aste alla Abbazia di Frassinoro.
Val d’Asta è una terra di storia che visitare un volta non basta. Ma ecco l’occasione per cominciare il nostro viaggio in questo periodo estivo dove insieme alle camminate che possiamo fare tra Castiglione e Febbio fino a Monteorsaro passando da Case Stantini, Case Bagatti e Case Balocchi arriviamo su in cima al Pian del Monte.
La natura e la tradizione nel teatro popolare del Maggio si fondono: una canzone sacra e profana che ha origini negli antichi inni al periodo di Maggio, l’Appennino Tosco-Emiliano è la sua terra originale.
Conosciamo così gli uomini che portano nel loro cuore questa tradizione e l’amore per la loro Terra e ridiamo e piangiamo assistendo alle storie che ci raccontano i dialettali indigeni.

Questo spazio nella rete è la nostra occasione per approfondire ciò che già amiamo, per incontrare gli uomini e le storie di questa terra, per registrare la vita della Val d’Asta.

Il monte penna

Castiglione

Qualche centinaio di metri a sud di Governara troviamo l’ultimo borgo della valle. Castrum – Castione – Castiglione. Da quì partì Fabius, Coriolanus e il Bellocius e vi restò Astilius. Così lo lasciò scritto “Hic Astilius fuit habitator primus”. Quì Astilio fu primo abitante. Avrà insegnato a questi pastori le prime leggi, il lavoro della terra, e tante altre cose che un militare impara girando il mondo. Per molti anni gli abitanti di Castione vennero consiti con quelli di Governara poichè fino al XIX secolo erano solo 3 famiglie.
Aveva una concia per canapa e ostica; del resto se mancava qualcosa, poteva sempre commerciarlo poichè le vie della valle passavano di qua.
Della vecchia strada di origine roana ne restano pochi metri a nord del borgo. Le case più vecchie del borgo sono scomparse conl’ultimo evento bellico, erano site sul lato sud dello “stretto” protette così dal vento del sud che qua si fa sentire. Salnedo su questo stretto si può vedere quanto sia ben messa strategicamente questa posizione: infatti da quì si può dominare tutta la valle.
Le tre famiglie (11 persone) si salvarono dall apeste del 1632? Fu “bandito” Governara e per salvare Castiglione fu forse fatta transitare la gente a est del paese su una via in disuso che permetteva di evitare il paese.
Gli interventi edilizi e la vegetazione stanno facendo scomparire del tutto queste caratteristiche costruzioini che, ancora una volta, ci fanno comprendere quanto eravamo vicini alla Toscana, poichè lo stile murario richiama quallo toscano.


Sono attribuibili al 1400 le più vecchie costruzioni, come quella nella parte più bassa. Quì troviamo un bel portale architravato e di fronte vi è una finestra architravata con rosa celtica su un muro diroccante. Questa costruzione ha visto l’ultima scorreria dei lupi nella nostra valle. Più in alto due bei portali in arenaria zigrinata con sulla chiave di una volta l’arma dei famiglia.
Se nel borgo qualche casa come queste è coperta a coppi è perchè loro fecero la fornace; inotlre costruirono nel paese un mulino azionato ad acqua e una segheria a vapore. Del 1700 è pure la parte più alta del paese coi suoi edifici coperti a lastre.
Nel 1615 il paese contava 144 abitanti in 28 famiglie. Nel 1632 subì il flagello della peste, rimanendo in quarantena per ben 2 anni, col divieto anche per la valle di transumare con gli armenti. Durante ilc ontagio i morti venivano portati a qualche centinaio di metri a nord-est del paese in un punto detto ancor oggi “fossa dei morti”. Si narra che dopo il contagio essendosi inselvatichito il bestiame lasciato libero, faticarono a riportarlo alle stalle.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Governara

Scendendo dal monte Penna verso sud seguendo la strada comunale, eccoci nel borgo di Governara, alle propaggini occidentali del Penna.
E’ il borgo che riesce a parlarci deil passato più di tutti i borghi della valle. Forse è anche il paese che non è stato interessato a slavamenti e frane come tanti altri, perciò, eccetto fatto per il terremoto del 1920, gli edifici sono rimasti intatti.
Gli interventi edilizi e la vegetazione stanno facendo scomparire del tutto queste caratteristiche costruzioini che, ancora una volta, ci fanno comprendere quanto eravamo vicini alla Toscana, poichè lo stile murario richiama quallo toscano.
Sono attribuibili al 1400 le più vecchie costruzioni, come quella nella parte più bassa. Quì troviamo un bel portale architravato e di fronte vi è una finestra architravata con rosa celtica su un muro diroccante. Questa costruzione ha visto l’ultima scorreria dei lupi nella nostra valle. Più in alto due bei portali in arenaria zigrinata con sulla chiave di una volta l’arma dei famiglia.


Se nel borgo qualche casa come queste è coperta a coppi è perchè loro fecero la fornace; inotlre costruirono nel paese un mulino azionato ad acqua e una segheria a vapore. Del 1700 è pure la parte più alta del paese coi suoi edifici coperti a lastre.
Nel 1615 il paese contava 144 abitanti in 28 famiglie. Nel 1632 subì il flagello della peste, rimanendo in quarantena per ben 2 anni, col divieto anche per la valle di transumare con gli armenti. Durante ilc ontagio i morti venivano portati a qualche centinaio di metri a nord-est del paese in un punto detto ancor oggi “fossa dei morti”. Si narra che dopo il contagio essendosi inselvatichito il bestiame lasciato libero, faticarono a riportarlo alle stalle.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Deusi

Scendendo lungo il Secchiello fino a località Gora e poi risalendo una vecchia strada che in tornanti sale sulla sponda ponente del p Penna, ci troviamo di fronte il primo paese, venendo d a nord nella vallata : Deusi.
Ma che anche questo sia un nome latino? Devexus (posto in untraverso; su una sponda) e da Devexus, Devesus, Devesi, Duesi?
Questo borgo agricolo si è costruito poichè forse il terreno più allettante prometteva buoni pascoli e buon raccolto. Basandoci su di un racconto le prime famiglie transumavano verso la toscana. Tornando però una primavera nulla ritrovarono del loro nucleo di case. Una enorme slavina staccatasi dal Penna aveva trascinato con sè il borgo ed era andata ad ostruire il secchiello. Si era formato un lago, lì vicino al paese, tuttora il luogo si chiama lago. Aveva formato un’immensa gora anche giù al secchiello, tutt’ora anche lì esiste il nome “La Gora”. Questa povera gente provata dalle fatiche di tuttoun inverno si fece coraggio e ricominciò da capo.


Ben poco possiamo dire storicamente di Deusi: in un prospetto del 1615 aveva 13 famiglie con 65 abitanti, nel 1788 ne ha 57.
Se tante volte queste cifre oscillano quassù era perchè qualche annata scarsa, denutrimento e quindi alta mortalità arrivano a decimare anche un terzo il già piccolo borgo.
Nella parte bassa del paese un bel portale in arenaria con stemma di famiglia. Più in alto un edificio a pianta rettangolare con balchio ottocentesco sorretto da colonnine in pietra, di recente rimaneggiato. Anche questo borgo è stato patria di calzolai, muratori e falegnami, oltre che qualche opera in paese si possono trovare le estrose attrezzature.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Case Stantini

Da Monteorsaro scendendo giù lungo la costa del mandriolo, in mezzo a pezzi di verde, circondati da muri di sasso, sui quali si ergono grandi ciliegi, lasciando a dritta Febbio, si entra in Casestantini. Paese anche questo che come altri non è stato risparmiato dagli elementi.
In mezzo a due fossi, Rio Grande e Rio Taglione, vede spesso da ogni lato le frane che gli tolgono qualche metro di terra.
Si allontanarono i primi abitanti dall’alpe forse perchè forse perchè sarà interessato il terreno volto a mezzodì e abbastanza fertile. Forse il nome deriva dal latino “Stantes” coloro che restano.
Nel 1600 Casestantini aveva 112 persone divise in 20 famiglie e poco più di dieci riconosciuti soldati. Si dice che la maggioranza del bestiame in questo borgo fossero capre; non poteva poi essere diversamente data la conformazione del suolo. Solo le capre potevano difendersi e sopravvivere fuori dei campi (senz’altro a regola d’arte rinchiusi), lungo i torrenti e sotto la grande Grotta di Urano.


Raccontano in proposito i vecchi che questi branchi, spinti in inverno sotto la grotta in cerca di germogli e ciuffi d’erba, nel loro salire e scendere cominciarono a crear seniteri lungo la riva. Sali e sali, arrivarono fino a Urano facendo così per molti anni usò anche l’uomo.
Quando ancor oggi si vuol dire un sentiero nel precipizio si dice “un sentiero da capre”. Chi poi non aveva abbastanza terra da vivere andava lontano in cerca di lavoro. Anche questo borgo ha avuto i picchiapietre, falegnami e fabbri, e qualcuno con questa polivalenza è giunto fino a noi.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Monte Orsaro

E’ il borgo più alto del comune. E’ in posizione strategica, infatti controlla: Villa dal Torricella, Ligonchio dalla Sella del Prampa; dal passo delle prese la Toscana. Per un cacciatore di orsi era questa una ottima posizione. Anche questo borgo ha provato fame e terremoti; però resta ancora qualche casa del 1600-1700 murata ancora con la calce che si faceva nelle fornaci in loco.
Prevalentemente la vita era nomade; quasi tutti pastori. Chi restava era un artigiano un pò particolare; era un artigiano che, conpochi attrezzi, nei giorni di inverno trasformava il faggio in pale da neve., vassoi per cereali, palette, mescoli, cucchiai, forchette e quanto altro era allora nella parca attrezzatura della massaia.
Era in inverno che si tagliavano su alla macchia, in larghe fette, gli enormi tronchi di faggio; poichè una volta lavorati sotto i trucioli di legno si stagionavano senza far crepe.


E’ degno di menzione un costume dei palai di Monte Orsaro. Certo è che quei bei tronchi lisci e dritti di faggio non sempre si potevano trovare nel proprio terreno. Chi lo possedeva non era giusto che ricattasse chi doveva con questo mestiere procacciar pane per la famiglia. La costumanza allora fu questa: si dava il faggio in cambio di una cassa da morto per uno dei proprietari del faggio.
Finirono i “Palai” di Monteorsaro perchè finirono anche i faggi. Forse in un qualche cassetto o appeso a qualche chiodo si può ancora trovare qualche testimonianza degli attrezzi o dell’opera di questi antichi artigiani.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Roncopianigi

E’ questo il borgo più addossato al Cusna di tutti i borghi della valle. Fu collocato quì per due motivi: più vicini agli alpeggi per i pastori, in posizione pianeggiante per sfruttare quel po’ di terra assoluta per chi era dedito all’agricoltura.
E’ il paese in una conca 500 metri a ponente di Febbio sulla via per Monteorsaro. Si può notare quì un buon patrimonio di architettura rurale. Sono da notare 2 case di bella pianta quadrata nei cui muri, chiuse in nicchie, si trovano 2 figure zoomorfe. Erano messe in modo da non poter dare possibilità di entrare agli spiriti maligni. Sono datate 1857.
Una bella Madonna in marmo datata 1793 è stata messa pietra d’angolo.


Tutte le stradine del paese sono delimitate ancora da pezzi di muro a secco che contano centinaia di anni e sono anocra intatti. Anche l’Amorotto venne a far visita a Roncopianigi ma desistette poichè aveva trovato gente “dal grugno duro”.
“Roncopianisio” nel 1600 aveva 151 persone in 27 famiglie. A sud-ovest del borgo si denotano, ancora bene, striscie di terra, che coltivavano a segale e patate. Le coltivazioni a terrazzo della vicina Toscana erano anche quì ben sfruttate.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il campo sportivo di Febbio

Febbio


Il Fosso della Piella e il Fosso degli Arati si uniscono poco sotto il Rescadore formando il Rio delle Tagliole. E’ questo il famoso fosso che per motivi politici ha tenito diviso per parecchio tempo la valle. Noi ora passando incontreremo il primo paese sulla via che va a Monteorsaro: Febbio.
Fu chiamato Febium, Feblum, Febius. E’ stato costruito vicino a un lago originato da ghiacciai. Una slavina nel 1852 tormentò il paese. Ricostruito fu poi squassato l’8 settembre 1920 da un’altra frana e terremoto che ancora lo rovinò in gran parte. Resta così ben poco ad un paese tanto provato da raccontrarci con cose antiche.


All’ingresso del paese c’è un orologio in arenaria incastonato in un muro nuovo. Nei primi del 1600 aveva 137 anime conn 30 famiglie, che diventarono 337 nel 1788, 413 nel 1849, 719 nel 1921 (negli ultimi tre computi forse è pure compresa tutta la parrocchia).
E’ stato sede di comune all’epoca napoleonica che, rimaneggiato varie volte, risultava: Asta col comune di Febbio o Asta col comune di Gazzano. L’ultimo comune di Febbio (1805) con Asta, Deusi, Riparotonda, che contava 1418 anime. La popolazione era dedita alla pastorizia ed è, forse questo mestiere che gli ha trasmesso la tenacia di ricostruire per più di una volta, il loro borgo.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

 


Accoglienza turistica: Pro Loco Febbio

Il monte penna

Riparotonda

Sulla carrozzabile Case Balocchi-Monte Orsaro, a 1500 mt da Case Balocchi, lambito dal rio omonimo troviamo il borgo di Riparotonda. Questo borgo il cui nome senz’altro deriva dalla sua posizione geografica (Riva Rotonda), non ha molti riscontri di interesse essendo stato anche devastato dal terremoto del 1920. Ci risulta da un carteggio del XVii sec. che era il paese più popolato di Asta avento 35 famiglie con 160 abitanti. “Asta aveva allora in totale 115 famiglie con 556 abitanti.” E’ nella prima metà del Settecento che venne infeudata ai Cimicelli, poi ai Greco fino alla soppressione dei feudi. Risultavano allora 71 abili al servizio militare in tutta Asta, di questi 19 li aveva Riparotonda. Forse dei soldati ve ne erano di più, ma tanti dalla valle partivano per sbarcar lunario. Le leggi di allora erano dure per chi partiva senza permesso e stava via più di una stagione, perchè gli veniva sequestrato il campicello. A queste leggi non erano soggetti i pastori; ma tanti si accodavano a loro fino alla Toscana, poi si dirigevano alle saline di Volterra o all’Elba per far scassi per le viti. Era certo che se si riusciva, si portava in qua anche un po’di sale poichè quassù si pagava “salato” ed era tesserato 8Kg. all’anno a testa.


Torniamo ora al nostro Riparotonda. Era prevalentemente un borgo dedito allapastorizia; qualcuno ancora oggi esiste. Come tutti i paesi addossati all’Alpe si coltivava segale e grano marzuolo; giunsero anche le patate dalla vicina Toscana. Si falciava erba in tutte le praterie fin su a Vallestrina. Arrivavano in pese quelle “Bercie” tutte fasciate di frasche poichè essendo il fieno molto fine sia per i sobbalzi che per gli sterpi che le sfregavano durante il tragitto, si poteva arrivare a casa con metà fieno. Vi è infatti un tratturo che partendo dal paese va su fino alla “via maremmana”, dando così servizio a tutte le praterie di interesse del paese.
Del vecchio borgo c’è ben poco a parlarci del passato. A nord-est del borgo v’era un portico e una scalinata in granito (ora rimaneggiati) di epoca medioevale. Un po’ più in alto della stessa epoca è un basso porticato sostenuto da colonna e travi in legno e copertura a lastre. Nel centro è una casa a pianta quadrata. In arenaria il portale e il terrazzo di buona fattura ma in degrado. All’interno una scalinata in arenaria con un bel semicerchio che ci porta al piano superiore. Una bella “madonnina col bambino” è ancora ben visibile nel sottotetto.
Non è Riparotonda paese senza estro. Si è lavorata la pietra, il legno ed anche si fondeva il bronzo per realizzare campane.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Case Bagatti

Seguendo la strada che scende a Nord-Ovest di Case Balocchi sopra un crinale di roccia friabile e creta troviamo il borgo di Case Bagatti. Questo nome deriva dal casatodi una antica famiglia ora estinta. Arrivati forse nella valle come primi venditori di filo, aghi, pettini e altre cose da poco (bagatelle) si stabilirono quì dando il nome al paese.* Il primo scritto del paese risale al 1781 ed è su una lapide in arenaria. Una casa di pianta quadrata a quattro acque ha un bel portale con arco a tutto sesto e dà su una delle più belle aie lastronate. Nella parte più vecchia del borgo, due degli edifici balconati in arenaria si potevano ammirare sino a poche decine di anni fa. Nella parte più alta vi era anche una torre, fu depolita per far la casa mezzadrile del prete (chiamata ancora : canonica).
A nord del borgo vi era la fucina del fabbro. Non v’è contadino di questa valle che non possieda ancora qualche attrezzo forgiato dall’operosità di questo fabbro che costruiva tutto ciò che non era possibile ottenere dal legno e dalla pietra.


Un po più in alto era la bottega del falegname. Questa persona aveva una inventiva degna di nota. Se una donna voleva un filatoio, un cardatoio, una culla o altri attrezzi per la casa, spiegava a questo falegname ciò che le serviva poi tranquila attendeva – era necessario un po di tempo per pensare come realizzare ciò che gli era stato chiesto; iniziava col cercare il legno giusto e metteva mano all’opera. Il tempo impiegato nel lavoro da questi artisti del ferro e del legno era molto, ma in compenso si accontentavano di poco. Ciò che li rendeva felici era la soddisfazione di aver realizzato un’opera che rimaneva unica e che era uscita dalla loro paziente inventiva e con i mezzi e i materiali a loro disposizione. Soddisfazione che non avrà riempito il portafoglio, ma che avrà appagato il loro animo. Ancora oggi troviamo quà a là qualche loro lavoro; opera di rara ingegnosità. Questa attività è ora proseguita dal figlio.
* Altra ipotesi potrebbe essere che avendo qualcuno messo in circolo nella valle il “bagattino” (moneta di non grande valore coniata nel 1477 a Reggio Emilia) li abbiano affidato il nome che poi è andato anche la paese. Vicino a Case Bagatti vi è un luogo detto “il bagattino”: che fosse luogo di commercio per i valligiani e i mercanti venuti da fuori?

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti