Al mulino di Rocco

AL MULINO DI ROCCO,

UNA NOTTE, AL TEMPO DEI PARTIGIANI

(a e’ mύlin d’ Ròc, una nót, a e’ temp di ribée)

Saranno state le nove, forse le nove/nove e trenta di sera, quando Rocco e i suoi due figli, che si stavano accingendo ad andare a letto, sentirono bussare molto forte alla porta d’ingresso.

Il mulino di Rocco, quel vecchio fabbricato che stava, e sta, tra gli abitati di Febbio e Roncopianigi, per intenderci, aveva tre macine in due edifici diversi, uno susseguente all’altro: nel primo, dove abitavano, c’era anche l’osteria, e due macine. La terza macina, di riserva, era nel secondo fabbricato più a valle.

Quella sera Rocco, un po’ sorpreso, sia per l’orario, che per l’energica bussata, andò con attenzione ad aprire la porta. Dopo averla aperta si trovò di fronte tre personaggi, armati dalla testa ai piedi,  che non aveva mai visto.

In quel tempo di guerra e di resistenza, iniziava a vagare sui nostri monti e nelle vicinanze dei nostri paesi, gente quasi tutta proveniente dalla bassa, che, dopo il famoso 8 settembre, aveva deciso di resistere all’occupazione di quei signori stranieri, che, fino a poco tempo prima, erano nostri alleati. Erano i partigiani, che i nostri montanari, un po’ sottovoce perché sgomenti, chiamavano i ‘ribelli’, “i ribée”  in dialetto nostrano.

I tre inaspettati avventori, entrarono, senza presentarsi, perché il loro biglietto da visita era, innanzitutto, il loro abbigliamento: vestiti in borghese, uno aveva infilato alla cintura delle bombe e una pistola a tamburo; un altro, che indossava dei calzoni alla zuava, era addirittura avvolto dal nastro della mitragliatrice come un rivoluzionario messicano al tempo di Zapata; il terzo, con dei pantaloni grigi armato di rivoltella e dal piglio deciso, senz’altro il capo dei tre. Con il loro modo di fare, senza fronzoli e con prepotenza, sbatterono le loro armi sul tavolo, e, autoritariamente si rivolsero al mugnaio nel dialetto della nostra pianura, ordinandogli:

”Munéř, ghiv d’la farina? Perché a’ vlóm dal pan!”
(
Mugnaio, avete della farina? Perché vogliamo del pane.)

Il mugnaio era vedovo e gli era rimasto da assistere, oltre che il mulino e l’osteria, anche due figli, uno maschio e una femmina, ambedue adolescenti, che, da un po’, avevano iniziato ad aiutarlo. Questi due giovani non ebbero subito paura, perché ormai erano abituati a vedere presso la loro casa, ogni tanto, gente non del posto, ma quella sera e poi così all’improvviso e ad un orario non proprio consueto per ricevere avventori, si avvertì immediatamente che i loro occhi erano intimoriti. Forse il mugnaio avrebbe voluto che i due giovani fossero andati a letto, ma, preoccupato da quei tre tipi sinistri, non ebbe il tempo di dir loro nulla, e andò subito nella dispensa a prendere la farina.

 

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Nel frattempo, i tre partigiani avevano spostato le loro armi dalla tavola, dove le avevano messe appena arrivati dentro, scansandole a ridosso di una parete vicino alla porta d’ingresso, e, come se niente fosse, si tirarono su le maniche della camicia, pronti per impastare la farina. Arrivato il mugnaio con una paletta colma di farina, la rovesciò sul tavolo e, mentre uno dei ‘graditi’ ospiti era andato con un secchio a prendere l’acqua, gli altri iniziarono ad impastare, come credevano di sapere. Nel mentre il capo o quello che si riteneva tale, disse a Rocco di andare ad accendere il fuoco nel forno per scaldarlo perché il pane che stavano velocemente ed impasticciatamente amalgamando, lo avrebbero subito infornato. A tal proposito, timorosamente, il nostro mugnaio, nonché osteriante febbiese, disse loro che bisognava lasciar lievitare il pane impastato tutta la notte, o meglio almeno ciò che ne rimaneva, dato che, tra una cosa e l’altra, era già arrivata l’una dopo mezzanotte e che, al mattino avrebbero potuto infornarlo. Risposero, guardandosi le mani con appiccicato quella specie di impasto che stavano ‘cercando di preparare’, che non avevano tempo da perdere e quindi di sbrigarsi a scaldare il forno perché, prima che li raggiungesse l’alba volevano partire con il pane già cotto.

Sa ghîv da guardér?, te, putost, rivolgendosi al giovane maschio,
va aiutër to pedre, a scaldér al fóren,
(Cosa avete da guardare, tu, piuttosto, rivolgendosi al giovane maschio,
va ad aiutare tuo padre,  a scaldare il forno.)

I due giovani, nonostante l’ora molto tarda, non accennavano per niente d’aver sonno e quindi di coricarsi, ma stavano impalati in un angolo di quella stanza, sempre con gli occhi sgranati a guardare tutta la scena, come fossero a teatro. Guardavano in special modo uno dei tre, dato che aveva gli occhi spiritati, forse perché la fame era un po’ che lo seguiva, lui più degli altri due.

Finché i tre partigiani riuscirono ‘in un qualche modo’ a preparare, con le loro sporche manacce, delle grosse e mal formi palle  di pasta, che a fatica  riuscivano a staccare dalle loro dita. Con l’aiuto del padrone di casa, lo infornarono non appena la volta in pietra del vecchio forno che stava sotto il portico, raggiunse la gradazione di calore che secondo loro andava bene. Quindi aspettarono seduti su di un muretto, al buio e al freddo, di fronte al forno, che il pane fosse cotto.

Alla fine, “i tri ribée” ficcarono dentro a dei sacchi che si erano portati al seguito, quella sorta di pagnotte di pane non lievitato, che si erano mostrate quando l’anziano mugnaio spostò la chiusura in ferro dalla bocca del forno, e che estrasse con la paletta di legno dal lungo manico.

Ripartirono con quelle scarpe rotte che facevano acqua da tutte le parti e con le quali lì erano arrivati, lasciando in casa quella puzza di ‘caprone’ che si erano portata dietro, che l’alba, appena, appena, stava per sorgere in fondo alla valle, laggiù dalle parti di Deusi e del sovrastante Monte Penna.

Questo breve racconto, è stato a me raccontato,
da uno de protagonisti, e  poi, in parte 
rielaborato e modificato dall'immaginazione dell’autore.
Pertanto ogni allusione agli stessi è da ritenersi 
puramente casuale.

 

 

Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia

pér San Lűrenz

“per San Lorenzo”
(“pér San Lűrenz”)

Era la fine del mese di luglio e un contadino di Case Stantini, tal Serafino della famiglia dei  Gemián, era di passaggio lungo la strada che passa in mezzo al paese di Febbio. Tornava da Roncopianigi, dove era stato a ritirare due paia di scarponi che aveva fatto risuolare e rimborchettare da Giuanélla e’ scarpulìn il calzolaio della zona.

Per caso, incontrò Giacomo (Jacmìn di Pinèe”), un pastore di Febbio, che da diverso tempo aspettava di incontrarlo per chiedergli una cosa. Voleva sapere cosa ne facesse dell’erba che aveva su quel campetto, in località Prà Goccia, di proprietà della moglie Olimpia (la Limpia), che la stessa aveva ricevuto in eredità dalla sua famiglia.

Prà Goccia è una località posta circa a metà strada tra gli abitati di Febbio e di Case Stantini. Serafino, passando nelle vicinanze, vi aveva notato una bella lupinella: un’erba lunga e vigorosa. Avrebbe voluto mandarci a pascolare le sue due mucche bruna alpine.

Interpellò cosi Jacmìn di Pinèe, che però categoricamente rispose: «No perché, quel’erba a la tégn pér San Lűrenz» : no perché, quell’erba la tengo per San Lorenzo.

I campi o i prati vicini al paese erano custoditi gelosamente dai pastori di Febbio. Perché durante il giorno della sagra del patrono di Febbio, San Lorenzo martire, avrebbero mandato lì a pascolare le proprie pecore o mucche, e non sui monti come erano ancora soliti fare in quella stagione.

Tutti i Febbiesi emigrati per amore o per lavoro che pér San Lűrenz non mancavano mai di ritornare al loro paesello natìo.

Confraternita SS. Sacramento - Ricevuta (Documento, dall’archivio di famiglia dell’autore)
Confraternita del SS. Sacramento – Ricevuta (Documento, dall’archivio di famiglia dell’autore)

Lurenz d’Burtél, di Febbio originario, da tempo abitava in Garfagnana. Colà si era sposato e sentendosi ancora febbiese e non garfagnino, manteneva l’iscrizione alla Confraternita del SS. Sacramento, congregazione religiosa della parrocchia di Febbio, come si evince dalla ricevuta, messa qui a fianco, fatta nel luglio del 1926.
Da Corfino nell’alta Garfagnana dove abitava, pér San Lurenz, con la sua miccia e la figlia più grande Andreina, raggiungeva sempre il paese natio. A Febbio aveva molti nipoti. Era sua consuetudine, portare a questi figli dei fratelli qualche piccolo regalo dalla Garfagnana, anche solo mezzo soldo, che avrebbero subito speso per San Lorenzo.

Anche la Catìra d’Mingùn accompagnata dal marito di Brica di Metello, paese dell’alta valle garfagnina di Soraggio, da poco sposata, o Masera di Mundìn con la sua bella ed abbiente moglie anch’essa garfagnina erano rientrati da alcuni giorni presso i loro parenti di Febbio per festeggiare il
Santo Patrono.

C’era poi chi, si era sposato più nelle vicinanze, come al Casalino nel Ligonchiese, ed a Coriano. Oppure chi si era sposato ancor più vicino: dai balocc, borgate della frazione di Asta. Anche questi, per quell’occasione, erano graditi ospiti di parenti e conoscenti.

Per esempio, Pêdre de Casalin aveva sposato una donna di Monteorsaro. Pighìn da Rumpianis conobbe la moglie Celsa andando a raccogliere le castagne dai balugán, (così venivano chiamati gli abitanti di Montefiorino e dintorni). Oppure Cesare d’Asta (Cesrún da Cà di Balocc) aveva sposato la Maria di Case Stantini la quale era nata a Marsiglia in Francia all’inizio del ventesimo secolo. Infine ricordiamo Delmo da Curiãn che aveva sposato l’Ida dei Gebennini di Monteorsaro. Tutti non vedevano l’ora di mettere i piedi sotto la tavola dei parenti duranti i festeggiamenti pér San Lűrenz.

Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia (dall’archivio di famiglia dell’autore)
Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia (dall’archivio di famiglia dell’autore)

Vecchia foto di una febbiese che era andata a fare la serva e la balia in Francia a Marsiglia. Si presume nel quartiere di Montredon,frequentato appunto da gente emigrata dalla nostra montagna.
C’era chi, pér San Lűrenz, aveva anticipato, per abitudine e per necessità della famiglia, il ritorno a casa, già dai mesi di maggio e giugno, come le domestiche e le balie, dai più comuni luoghi di  lavoro che erano le città di Genova, Milano, Lucca e, qualche volta, ritornavano anche quelle che erano andate più lontano, come in Francia a Marsiglia.

Per tutte le donne, quel mitico giorno, era l’occasione per indossare il vestito e le scarpe più belle  che possedevano. Facevano attenzione a non rovinarle perché in quei tempi non vi erano a Febbio e neppure nei dintorni, strade asfaltate od acciottolate, ma solamente terra e sassi: polvere quando era caldo, e paciugo (pachiǚg) quando pioveva.

 

 

 In tutte le case degli abitanti e nella parrocchia, le donne, al’ rašdûri, preparavano  manicaretti locali, da mettere sulla tavola in casa, che per quell’occasione aveva anche la tovaglia. Pér San Lűrenz era abitudine mangiare tanto per quei tempi, oserei dire quasi sfamarsi. Tante erano anche quelle rašdûri che andavano ad aiutare la perpetua o la famiglia del parroco, per la preparazione di queste prelibate vivande, in canonica. Perché, abitualmente, tanti erano gli ospiti fatti venire dal parroco: dalle autorità comunali, ai carabinieri, a tutti i preti del circondario. A questi sacerdoti poi, non dispiaceva svolgere il loro ufficio in chiesa, tra la popolazione, ma anche con i piedi sotto la tavola.
Foto d’epoca, di una processione religiosa per la festività di San Lorenzo del 1947. Da notarsi i due carabinieri, che accompagnavano la statua del Santo, stando ai lati della stessa (dall’archivio di famiglia dell’autore)
Foto d’epoca, di una processione religiosa per la festività di San Lorenzo del 1947. Da notarsi i due carabinieri, che accompagnavano la statua del Santo, stando ai lati della stessa (dall’archivio di famiglia dell’autore)

Il pomeriggio del giorno precedente, i giovani del paese facevano a gara per pulire tutte le strade della borgata, in special modo la via di Margján, dove sarebbe passata, quasi alla fine della messa, la processione, con la statua del santo. Pulivano con cura anche l’Ažuria, il prato davanti alla chiesa nel quale, il mezzadro del prete, era solito falciare l’erba e quindi predisporlo per il suo attraversamento.

Quindi le donne o meglio le ragazze più giovani, procedevano lungo il percorso ripulito, con grossi cesti di vimini pieni di fiori di campo. Tutti belli, tutti coi petali aperti e con quei colori gialli, violacei, lillà, bianchi, vermigli, che trasmettevano gioia, fin dentro l’anima.

Questi fiori, boccioli e infiorescenze, venivano recisi nei prati, in ti saldùn o dietro ai fossi, in gran quantità.

Dal mattino arrivavano alla Parrocchia di Febbio, qui d’ Muntarsara, qui d’Rumpianïs e qui  d’Cadistantin.
Qui d’Fiéb invece, erano già lì ad aspettarli.
La festa del patrono di Febbio era diversa da quella degli altri paesi dove la loro festa patronale la trasformavano quasi come una fiera, invitando saltimbanchi, giocolieri rinomati, a volte anche teatranti e che durava dai tre ai quattro giorni.
La nostra sagra, era solamente una grossa festa, la più grossa di tutto l’anno, la più sentita ed anche la più desiderata da tutti e soprattutto dai bambini: l’era pér San Lűrenz.

Sul sagrato della chiesa si posizionavano, quasi a scacchiera, i vari venditori ambulanti con i loro banchetti e la loro mercanzia. Molti venivano dal civaghino e parte della loro mercanzia se la procuravano nella confinante Garfagnana. Come non ricordare quella vecchietta di una borgata di Civago, che con due o forse tre, grossi fagotti annodati, portava quei pochi giocattoli, assieme ai bottoni o pettini o specchietti, o anche nastri, ditali e ferri da maglia.
Altri da paesi più vicini, come dalle borgate stesse della parrocchia e da quelle di tutta la valle d’Asta, come quel vecchietto di Case Stantini che la sua mercanzia, molto similare a quella della sua collega civaghina, la portava dentro ad una cassetta e che trasportava in spalla, a mò di zaino.

C’era chi vendeva anche roba da mangiare, tipo dolciumi e quant’altro s’addiceva e s’addice tuttora, al minuto commercio in tali occasioni. C’era pure chi vendeva frutta in genere, in particolare cocomeri interi ed a fette. A tal proposito si potevano vedere, sempre sul sagrato, asini o muli con il loro carico di frutta e verdura, posto nei due cestoni, che ciondolavano ai lati del loro basto. In particolare viene tramandato il ricordo di una di quelle bestie da soma, era l’asino di Diego da Villa, che aveva una caratteristica riga bianca.

Gli ambulanti di una volta barattavano spesso la loro merce, anche con delle uova, che i parrocchiani febbiesi avevano opportunamente tenuto in serbo.

Infine c’era il carretto dei gelati, con il consueto assortimento : panna, limone e a volte anche cioccolata.

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Le campane della chiesa di Febbio, come d’altronde tutte quelle delle parrocchiali della nostra montagna, all’epoca e, come ora, annunciavano le ore e primariamente il mezzodì utile ai contadini ed ai pastori per capire quando era pronto e’ sõvre, il pranzo di mezzogiorno. Ma la mattina di San Lorenzo le campane del campanile suonavano a distesa, e si potevano sentire per tutta la valle, subito con i dupi che preannunciavano l’ultima Messa (“La Mĕsa Granda”).
Suonavano anche per l’entrata in chiesa con le donne che entravano dalla porta principale e gli uomini da quella secondaria, posta a ovest, lato del campanile. I due chierichetti, più meritevoli, Manlio da Rumpianïs e Nani da Cà di Stantìn, i soliti due, quel mattino, erano contenti perché la perpetua gli preparava, tra la prima e l’ultima messa, una colazione che a casa loro se la sognavano. Infatti in un profumatissimo caffelatte, intingevano una ciambella che se la ricordavano, per mesi e mesi, da tanto che era buona. Durante la processione venivano ripetuti i rintocchi a festa, che si mescolavano ai canti dei preti officianti ed a quelli dei confratelli e delle consorelle. Questi, sia gli uomini che le donne, vestivano
con gli abiti che per quelle occasioni implicavano.

C’erano poi anche i più piccoli: ‘i luigini’ e le più piccole: ‘le luigine’, per dare più enfasi alla festa religiosa. I febbiesi erano particolarmente devoti anche a San Luigi Gonzaga, tra l’altro lo festeggiavano e tentano di festeggiarlo tuttora, il 21 del mese di Giugno.

Per finire, le campane di Febbio tornavano a risuonare nel pomeriggio per le cerimonie religiose del vespro, dove anche in quella liturgica occasione, tra le ampie mura ed alte volte della nuova chiesa, si risentivano i canti dei preti convenuti pér San Lűrenz, assieme ai parrocchiani che numerosi, all’epoca, facevano ritorno anche nel pomeriggio per il canto dei vespri.

Dopo il vespro, iniziava la sagra non più propriamente religiosa, ma quella cosiddetta ‘pagana’: chi ritornava alle proprie case e davanti a fiaschi di buon toscano maremmano continuava il canto, con stornelli e canti tradizionali, o chi andava a fare quattro salti, presso qualche osteria o in qualche aia, con i sunadür, i suonatori.

Tutto ciò succedeva nella parrocchia di Febbio, una volta, il 10 del mese di Agosto.

Per San Lorenzo (”pér San Lűrenz”).

 

 

La Croce d'Oro

La Croce d’Oro

O verità o leggenda, mi viene riportato come segue.
Sono anche persuaso che l’ accadimento che sto per raccontare, sia avvenuto in Val d’Asta, più di cento anni fa: nella seconda metà o alla fine nel diciannovesimo secolo.

La Croce d'Oro
Il paese di Febbio (m. 1021s.l.m.) visto dal Monte Torricella (m.1262 s.l.m.) ai giorni nostri e con l’attuale chiesa costruita negli anni trenta dopo il famoso terremoto del ’20, nascosta dall’antistante pineta.- (Foto fatta un giorno di primavera dall’autore)

Il giorno dell’Ascensione, cade normalmente nel mese di Maggio o ai primi del mese successivo di Giugno.
In diversi paesi sia cattolici che protestanti, il giorno dell’Ascensione è considerato festivo anche per gli effetti civili. In Italia, invece, da alcuni anni, è ricompresa fra le festività soppresse.

Da Wikipedia

Durante il Concilio di Elvira (ca. 300-313) fu discussa la data in cui celebrare l’Ascensione, e fu deciso che non andasse commemorata né nel giorno di Pasqua, né in quello di Pentecoste.
Poiché infatti secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, l’ascensione di Gesù è avvenuta 40 giorni dopo la Pasqua, ogni anno i cristiani celebrano la festività dell’Ascensione generalmente in tale data.
Poiché la Pasqua è una festa mobile, nel senso che la sua data varia di anno in anno, di conseguenza anche la data della festività dell’Ascensione varia.

Era consuetudine, che in quel santo giorno, il parroco di Febbio con i suoi parrocchiani partissero dalla chiesa di Febbio, che non era quella di adesso, ma posta in posizione più vicina al paese: di fronte all’attuale Bar-Ristoro dove vi sono ora delle abitazioni e fino a poco tempo fa anche un negozio di macelleria, alla volta delle pendici del Monte Torricella, per fare una lunga processione religiosa.

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Non mi si dice se prima o dopo la messa di quel giorno festivo. La gente tutta della parrocchia e pertanto oltre a Febbio anche delle borgate di Case Stantini, Roncopianigi e credo anche di Monteorsaro, partivano con il loro prete vestito con gli indumenti sacri per le grandi funzioni religiose e con una croce d’oro posta su di un bastone portacroce, che dicevano essere molto bella, tutta d’oro e ricca di un significato autenticamente religioso, per quella miserevole comunità di alta montagna.
Quindi tutti i fedeli, con il prete e la croce in testa, attraversata la borgata di Febbio, passavano poi davanti ai molini dei Bianchi: prima dinanzi a quello di Luigi (“Lùvisïola di Mundin”) quello che oggigiorno chiamiamo il mulino di Rocco e poco dopo dinanzi a quello della Domenica (“la Pirãgna di Mundin”), chiamata anche ‘Domenica del mulino’, e da quello dei Puglia (“qui d’Urland”) poco distante.
Questi mulini erano posti tutti in fila, in quanto, verosimilmente utilizzavano la stessa acqua derivata dal rio o fosso Grande. Subito dopo sorpassata una casa isolata (“Cà d’lesci”), veniva raggiunta ed attraversata, sempre tutti in fila, la borgata di Roncopianigi.

La Croce d'Oro
Il paese di Roncopianigi (m.1.090 s.l.m.) visto dal Monte Torricella (m.1262 s.l.m.) ai giorni nostri, con in primo piano la nuova pineta del Bosco Grande. (Foto fatta dall’autore in un giorno invernale senza neve)

La processione, continuamente con la croce d’oro in prima fila e portata a turno dai giovani che si prestavano con buona volontà per questa assunzione di fiera responsabilità. Ci si immagina che lo stesso corteo, fosse allietato anche da canti religiosi, in particolare da voci femminili, con inni alla Madonna ed al Signore.
Passato l’abitato di Roncopianigi si attraversava il fosso del Salattone prima e del Mandriale dopo. Il corteo proseguiva sempre sulla strada mulattiera che normalmente portava, secondo i costumi e le usanze del tempo, per l’uso agricolo, a quei campi posti alla località denominata Bosco Grande: grande area pascoliva e coltiva. Tanti erano i piccoli campi coltivati a frumento, ma in maggior parte anche a veccia, scandella e segale, e che si potevano vedere transitando in quella zona in buona parte anche di uso civico.
Attualmente tale territorio è in maggior parte rimboschito artificialmente con piante resinose oramai quasi tutte di alto fusto, nel suo abbandono naturale, si sono mescolate con essenze di piante autoctone, come si può evincere dalla foto riportata.
Il corteo guadagnava, sempre con questa strada di comunicazione il passo di Prà d’Ancino, che in quei tempi era anche quella di cui ci si serviva per raggiungere località anche più lontane come Coriano e poi Villa e Minozzo.
La posizione di Prà d’Ancino in discorso, non era l’attuale località dove è stata costruita, con l’avvento del traffico automobilistico, la nuova odierna rotabile e da poco asfaltata, ma era posta più a valle.
Era un piccolo varco di scollinamento sulla cresta che divide la Val d’Asta con la media valle del Secchiello molto più vicino al monte Torricella, dista di fatti circa 300 metri, in linea d’aria, la cui sommità nei tempi antichi reggeva forse una torre di avvistamento, da questo il nome Torricella.

La Croce d'Oro
Estratto di mappa catastale, quella all’impianto del catasto del 1893, dove si può ben evincere la vecchia strada mulattiera: Roncopianigi-Coriano. La mappa è posta con la parte iniziale in alto, rivolta verso Nord (Fotocopia di mappa, gentilmente concessa dallo studio GEBENNINI&CAMPI di Villa Minozzo)

Su questa località di Prà d’Ancino, si dice che esistesse allora una piccola edicola religiosa con un altarino, probabilmente dedicato alla Madonna, si pensa, a quella di Montenero, celebrato Santuario vicino a Livorno, come d’altronde erano dedicate la maggioranza delle edicole religiose della nostra montagna.

La Croce d'Oro
Foto della zona della vecchia località del Passo di Prà D’Ancino (m.1.207 s.l.m.)dove con ogni probabilità si trovava la Maestà con l’altarino, come si presenta ai giorni d’oggi, della Maestà però, non è stato possibile ritrovare nessun reperto in loco (Foto fatta dall’autore sempre in un giorno invernale senza neve, ma con la brina, ripercorrendo o meglio cercando di ripercorrere la vecchia strada che i Febbiesi facevano ‘una volta’.)

Altrettanto e nello stesso tempo, forse anche qualche minuto dopo, in quanto la distanza tra Coriano e Prà d’Ancino è un pò più corta, rispetto a quella tra Febbio e la medesima località, partiva un’altra processione dalla chiesa di Coriano e non da quella di Tapignola in quanto ancora non esisteva, ma dalla Chiesa che era posta all’estremità inferiore della borgata di Coriano, con il cimitero attiguo a valle che guardava Villa. Il loro prete vestito con i paramenti d’uso e di ‘tutto punto’, anche questo per quell’occasione, partiva con i parrocchiani e la loro croce, che non era d’oro, posta davanti a tutti.

La Croce d'Oro
Il paese di Coriano (m. 1.008 s.l.m.) in primo piano e quindi la Chiesa della frazione di Coriano a Tapignola (m. 866 s.l.m.) nell’attuale posizione, e sullo sfondo l’abitato di Villa Minozzo (m.680 s.l.m.), il tutto visto dal Monte Torricella (m.1.262 s.l.m.) ai giorni nostri. (Sempre foto fatta in periodo invernale e senza neve dall’autore)

La processione con in testa la croce, come anzidetto, il prete, e senz’altro con anche a fianco dei chierichetti con i loro vestiti che che venivano indossati all’uopo e tutto il seguito, iniziava attraversando le case del paese di Coriano e poco dopo le case di Cà Fontana, fino a raggiungere anche loro, in contemporanea, si pensa o quasi, la località di Prà d’Ancino e con essa la maestà a mò di edicola – piccola cappella, dedicata alla Madonna e con il piccolo altare prima citato.
Prà d’Ancino con tutta la cresta-crinale, che dal monte Prampa scende al monte Torricella per finire in fondo all’alveo del Rio Grande, era ed è il confine fra i territori di competenza delle due frazioni e contestualmente tra le giurisdizioni delle due parrocchie: di Febbio e Coriano.
Qui le due comunità religiose si incontravano, e quasi certamente i due preti officiavano assieme la sacra funzione che era d’ uso. Dopo, con ogni presumibilità, le due collettività confinanti, si fermavano nei prati attigui e facevano festa, riposando stanchi dalla lunga marcia compiuta, e frugalmente consumavano quanto da casa si erano portati appresso, facevano anche festa con balli e canti, come conveniva in quel giorno dell’anno devoto all’Ascensione al Cielo di Nostro Signore Gesù Cristo.
Fu nell’ultima processione, l’anno preciso non mi è dato di saperlo, ma penso in quello spazio di tempo che ho avuto modo di dire alla premessa, quelli di Coriano con un atto di prevaricazione, si impossessarono della Croce d’Oro dei parrocchiani di Febbio e se la tennero fino alla loro chiesa di Coriano. Penso in essa custodita, forse anche adesso, ma in quella di Tapignola.
Di conseguenza ai fedeli di Febbio, forse ci sarà stata anche un inizio di diverbio tra i due gruppi di persone, ma forse il buon senso e la ragionevolezza di quelli di Febbio, non rimase che prendersi la Croce della chiesa di Coriano, che anche se bella, ma non d’oro, e mestamente portarsela in custodia presso la loro chiesa al loro paese. Suppongo che tale croce sia quella che normalmente, anche oggi, viene portata in qualsiasi processione di carattere religioso.
Da reminescenze di mia madre (“La Mäighe”), avute a sua volta da mia nonna Giovanna (“la Giana d’Masmun”), ed anche da altre persone anziane di Febbio che si ricordavano, per voci ovviamente tramandate, non si è mai potuto venire a conoscenza se a quell’ultima processione, ne fossero seguite altre con le croci ‘benevolmente scambiate’.
Suppongo di no.

 

Monte Orsaro

Santìn d’Montarsara

Non è una fola, ma un episodio realmente accaduto, raccontato, come trasportato alle orecchie dell’autore.

FATTO ASSURDO PER OGGI GIORNO, MA  ALL’EPOCA, PURTROPPO, ACCADEVANO SUL SERIO. IL TUTTO POSTO IN UN QUADRO DI VITA FAMILIAR, DELL’INIZIO DEL SECOLO SCORSO:

“Santìn d’Montarsara

“Santìn” di Monteorsaro, faceva parte di una di quelle poche famiglie di Monteorsaro, che non vivevano di sola pastorizia, ma di quel poco che la terra, a quell’altezza, poteva dare, e cioè: patate, segale e pochissimo altro. In più, facevano i taglialegna, i carbonai ed erano maestri artigiani nella costruzione di oggetti per il lavoro e per la casa in legno di faggio.

Monte Orsaro
Scorcio dell’abitato di Monteorsaro di molti anni fa, forse di quell’epoca in cui si svolse quest’episodio.-(La foto è tratta da una pubblicazione: “ARCHITETTURE SPONTANEE NEL REGGIANO” DI Giambattista Iotti ed edito da Coop. Operai Tipografi di Reggio Emilia del 1979, per conto della Banca di Credito Popolare e Cooperativo di Reggio Emilia)

Le poche pale di legno per splare la neve che si trovano ancora in Val d’Asta, la maggior parte di esse, assieme a ‘vassure’ o ‘pistarelle’ per la battitura del grasso di maiale, tutti oggetti di casalinga dimestichezza, non più di uso nelle nostre case e cucine, sono state eseguite da “Santin da Muntarsara” e da altri taglialegna anch’essi sempre del paese il più alto della Val d’Asta.

 

“Santìn” viene ricordato per la sua irascibilità ed anche per l’ubriachezza, che ‘erano di moda’ in quegli anni. Parliamo degli anni 1925/26 circa. Quasi cento anni fa.
Il nostro capofamiglia di Monteorsaro, aveva fatto fare a sua figlia “Minghina”, che all’epoca era una giovinetta di 15/16 anni, un paio di scarpe nuove al calzolaio di Roncopianigi, tale “Giovannella”.-
Allora le scarpe non si compravano ancora nei negozi, ammesso che in zona ci fossero stati, ma si facevano fare a bravi artigiani calzolai che, se non in tutti i paesi, ma in molti paesi si trovavano.- Questi creatori, quasi artisti, con tenacia e fantasia inventiva, portavano avanti le loro attività piene di dignità, dentro a quelle piccole, a volte piccolissime botteghe. Erano, quasi sempre buie ed affumicate dai fumi del cuoio “e’ cûram” abbrustolito per ingentilirlo o dagli spaghi scaldati sopra a piccoli lumicini accesi di stoppia, alimentati a “canfìn”, al fianco dei loro banchetti di lavoro.

 

Monte Orsaro
Altro scorcio dell’abitato di Monteorsaro di molti anni fa, forse di quell’epoca in cui si svolse quest’episodio.-(Foto presa dal libro:”Il recupero dell’insediamento storico montano di Maria Cristina Costa e G. Gaetani – Multigrafica Ed. Srl Roma 1984)

La ”Minghina” una domenica chiese al padre se poteva andare a messa a Febbio, con le amiche della borgata di Monteorsaro, e di poter calzare le nuove scarpe. Quelle che lui, aveva fatto fare al calzolaio di Roncopianigi e che la sera prima, ritornando dall’Abetina Reale, dove era stato assieme a compaesani a spezzare legna tutto il giorno, per conto di una grossa ditta di Modena che aveva acquistato quei boschi da tagliare, aveva portato a casa, riempiendo di gioia la figlia più grande.
“Santìn” gli dette il permesso, con l’osservanza però di non sciuparle. O più precisamente di non sciuparle ulteriormente al normale consumo, per lui. Cioè di cavarsele dopo la fine della messa, all’uscita dalla chiesa a Febbio e di ritornare a casa a Monteorsaro a piedi nudi, circa due chilometri, lungo una stradina mulattiera in forte pendenza, e su terra sconnessa e pietraie.- Purtroppo, la ”Minghina” se le scordò, o se le ‘volle scordare’, ai piedi tutto il giorno.
Alla sera della domenica, il padre ritornò a casa dall’osteria di Monteorsaro o di qualche altro paese prossimo, non lo abbiamo saputo con precisione, un po’ alticcio. Così arrivavano a casa quasi tutti ed in quasi tutti i paesi, chi più chi meno, nei giorni di festa, dopo aver alzato il gomito un pò più del solito.
E “Santìn” vedendo che la sua“Minghina” non aveva rispettato quanto da lui consegnato al mattino, come fece ad accorgersi non ci è dato di saperlo, visto che le scarpe erano nuove e che lo sciupio di un viaggio a Febbio, senza quello di ritorno, era molto difficile da notarsi. Forse, lo seppe da una qualche amica della ragazza, invidiosa di aver visto la “Minghina” con le scarpe nuove. Non la picchiò, come faceva spesso, ma prese le scarpe e con l’accetta che teneva sempre in casa a portata di mano, fece, le scarpe, a pezzi e a striscie, rovinandole completamente.-
L’indomani, stemperate sia la sbornia, che l’irritazione, finite nella rabbia per la mancata ubbidienza da parte della figlia, con la conseguente distruzione delle nuove scarpe, che la povera “Minghina” con tanta felicità aveva calzato ed altrettanto contentezza aveva fatto vedere alle amiche, riprese la strada, in discesa, per Roncopianigi.
“Santìn” ritornò alla bottega di “Giovannella” e allo stesso, si pensa, spiegasse quanto era successo, richiedendogli, dietro nuovo compenso, ovviamente, di rifare le scarpe per sua figlia.- Poi come molte giovinette del paese e della vallata, la “Minghina” , fu mandata a ’servizio’ presso famiglie facoltose, in quel di Genova.

Gianpaolo Gebennini

IN CORSIVO SCRITTE IN DIALETTO FEBBIESE

Questo racconto, l’autore l’ha attinto dalle sue memorie e da quanto gli è stato raccontato, e poi ‘mischiato’ dalla sua fantasia. Pertanto eventuali allusioni a fatti o persone realmente esistite, sono da ritenersi puramente casuali

Leggende della Val d'Asta

Piano dell’Urano, una leggenda della Val d’Asta

Monte Urano e il Gigante
Monte Urano e il Gigante

A circa metà strada fra il Monte Cusna e Villa Minozzo si eleva il Monte Prampa. Alla metà di questo monte vi è un piano detto Piano dell’Urano. Anticamente vi fu scoperta una grossa pietra fatta a forma di cane, sulla quale era scritto:

“Nel Piano dell’Urano c’è una pietra fatta a cane. Colui che la volterà, felice si troverà.”

Molti si provarono a voltar la pietra, ma nessuno ci riusciva da solo, perchè era troppo pesante. Un giorno un uomo, che sembrava un gigante, ci si mise con tutta la sua forza e, finalmente, riuscì a voltarla. Ma invece di un tesoro trovò scritto:

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“Ora sto meglio”

Il gigante, ripensando alla fatica fatta, si infuriò talmente che, presa al mazza, spaccò la grande pietra. Meraviglia! La pietra era piena di monete d’oro. Da quel momento il gigante scomparve e della leggenda rimane solamente il Piano dell’Urano con la famosa pietra spezzata.

Questa leggenda è tratta da un vecchio scritto che ho trovato in un cassetto che non aprivo da tempo.

Gianpaolo Gebennini

 

Febbio di Gianpaolo Gebennini

FEBBIO di Gianpaolo Gebennini

FEBBIO Rescadore, Alpe di Cusna o Febbio 2000 ma sempre FEBBIO

“Era il 10 gennaio 2012. Da una decina di giorni ero in pensione “totale”…era una bella giornata invernale, fresca e senza neve. Presi la macchina per fare un giretto a Febbio, più precisamente al Rescadore. Sapevo che gli impianti, per diverse vicissitudini, erano chiusi, tra l’altro con pochissime speranze che venissero aperti, nonostante sui giornali online – da tempo non compro più quelli cartacei – avevo letto qualcosa in merito alla possibilità della benedizione della Madonna della Neve…”

Febbio di Gianpaolo Gebennini
Febbio di Gianpaolo Gebennini

Questo testo è tratto da una delle migliori novità bibliografiche, a nostro giudizio, per poter comprendere la storia e riabbracciare il passato della vita di Febbio. Un passato che è ancora sulla bocca di ogni abitante della Val d’Asta e che, sfogliando le bellissime fotografie, fa riemergere l’orgoglio e le emozioni di una terra che era fiorente e che può ritornare ad esserlo.

A Gianpaolo Gebennini i nostri complimenti e un caloroso grazie per questa importante testimonianza di vita vissuta e di grande contributo alla nostra storia locale.

FEBBIO Rescadore, Alpe di Cusna o Febbio 2000 ma sempre FEBBIO
di Gianpaol0 Gebennini, anno 2014, Edizioni Terra marique – Roteglia di Castellarano (RE)

Per contattare l’editore

Edizioni Terra marique
Via Nazario Sauro, 13 – 42014 Roteglia di Castellarano (RE)
Tel. 338/2738333
http://www.edizioniterramarique.com