Le miniere d’argento di Casalino

Le miniere d’argento di Casalino

Dalla galena, solfuro di piombo, un minerale dal quale si estrae il piombo, viene ricavato anche l’argento (galena argentifera); quest’ultimo però nelle miniere di Casalino di Ligonchio era in realtà presente in percentuali pari a poche unità per tonnellata. Ciononostante, nei secoli passati, spesso e volentieri l’estrazione dell’argento dalla galena argentifera, costituiva un guadagno aggiuntivo specialmente utile a quelle piccole miniere che avrebbero avuto difficoltà a sussistere con il solo ricavo ottenuto dall’estrazione del piombo.

Le miniere di Casalino di Ligonchio risultavano essere in attività nel XVII ma probabilmente erano conosciute già in precedenza.
Probabilmente furono le esigenze finanziarie del Ducato Estense che spinsero ad aprire miniere d’argento nel proprio, ovunque fosse possibile e minimamente remunerativo. Quelle di Casalino, situate su uno strapiombante ciglio sulla vallata dell’Ozola sul bordo degli Schiocchi, ebbero breve fortuna e di esse ormai restano poche tracce.

 

 

Qui le ultime attività estrattive furono condotte durante la prima guerra mondiale, impiegando alcuni prigionieri austrici: minatori provenienti dalla zona mineraria degli Alti Tauri e pertanto esperti in tale tipo di lavoro.

Essi trasportavano il manierale estratto raccogliendolo nei loro tipici ampi grembiuli di cuoio, difatti da qui deriva il nome attribuito alla “Grotta dei Grembiulucci”. Le tracce ancora visibili della miniera risalgono a quel periodo, quando la sua conduzione era destinata all’estrazione della galena di piombo. Gli accessi alle gallerie sono ora praticamente crollati ed il tempo e la natura stanno inesorabilmente cancellando ogni traccia di storia. Sulla sommità della miniera, a livello del terreno, resta ben individuabile un catino scavato nell’arenaria, nel quale veniva lavato il minerale grezzo per separarlo dalle impurità che venivano ammassate poco più in là, sul margine a strapiombo sull’Ozola, e dove parte di tali residui sono ancora visibili.

Arrivare alla miniera è abbastanza agevole: salendo dal borgo di Casalino sul sentiero C AI 625, poco sopra al paese si attraversa il rio Samagna (1171 m) , superatolo, a destra, si imbocca una carraia, percorrendo la quale e facendo attenzione a seguire l’indicazione suggerita da due segnali “M” incisi sul tronco di due faggi si arriva, dopo una discreta salita all’interno della faggeta, sul bordo degli Schiocchi nella zona delle antiche miniere di Casalino

place 1270 m 608502E-4907383N (0.20-5.20)(coordinate ED50 / UTM Zone 32N EPSG:23032)
Coordinate convertite in formato Google Map compatibile WGS84 GD grazie allo strumento di UltraSoft3D

Una facile escursione alla ricerca di un frammento del nostro passato. Percorrendo il sentiero è inevitabile pensare al duro lavoro dei minatori che qui vi avevano lavorato, quotidianamente costretti in una attività rischiosa entro stretti cunicoli scavati a mano tra la roccia; quale grande fatica per un misero guadagno.

 

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Fuoco fatuo

Gli Strioni del Monte Urano

 

Gli “Strioni del Monte Urano” sono fenomeni luminosi che illuminano, o meglio iluminavano, interi versanti di alcune montagne della Val D’Asta soprattutto nelle notti estive.

 

Chi li ha visti li descrive come improvvisi lampi di un’ampia gamma di colori (rosa, blu o bianchi) che come ampi “mantelli di luce” ricoprivano le rupi dell’Urano (Monte Torricella, parete esposta verso Sud) e dell’Alpe di Vallestrina (parete denominata “Parigella” esposta verso Nord) o la rupe del Monte Penna (esposta verso Nord-Ovest).

 

Solitamente queste luci erano piuttosto estese, illuminando l’intera parete dell’Alpe di Vallestrina o del Monte Penna o percorrendo veloci dal basso verso l’alto l’intera esposizione della parete dell’Urano.

 

Io ricordo personalmente di aver visto gli “Strioni” a più riprese, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, nel periodo quindi che va dal 1980 al 1988 almeno.

 

Ricordo che la comparsa di queste luci non incuteva timore, ma meraviglia e stupore. Anche se i vecchi ci dicevano che si trattava degli “Strioni” (quindi spiriti  o maghi legati all’arcano e all’aldilà) per me rappresentavano invece una “presenza” buona e familiare, niente di più che la manifestazione di una forza naturale della nostra Val D’Asta. Vedere uno “Strione” mentre tornavo a casa di notte dopo una serata con gli amici o mentre eravamo in compagnia davanti al vecchio bar di Case Balocchi era una specie di “benedizione soprannaturale”.

 

Sul finire degli anni ’80 i fenomeni si erano decisamente diradati e io non posso dire di averli visti dopo il 1990-1992. Mi chiedo se siano gli Strioni ad essersene andati o io ad aver cambiato modo di vedere il mondo?

 

Non ho spiegazioni scientifiche da offrire in proposito, dal momento che né i fuochi fatui né lampi di calore mi sembrano poter spiegare gli “Strioni” in modo convincente, non dubito comunque che di fenomeno naturale si tratti seppure particolare e difficilmente spiegabile.

 

In Toscana, in alcune aree della Garfagnana, sembra ci fossero avvistamenti di Strioni ma che già negli anni ’80 gli Strioni “eran diventati lucciole” (da una intervista a una vecchietta di Giuncugnano), collegando così le luci sui monti alla presenza “magica” delle lucciole nelle notti estive.

 

Curiosità : ho dedicato un brano del mio gruppo Albireon agli Strioni dell’Urano, “La Spusa De Striun”, utilizzando il fenomeno come spunto per una “murder ballad” in cui lo “Strione dell’Urano” rapisce una giovane  ragazza della valle per farne la sua sposa, causando al contempo la pazzia nei suoi congiunti e trasformando il sentiero del fiume in “un posto dove ci si vede e ci si sente”, modo di dire che nel dialetto della val d’asta individua un luogo in cui si percepisce la presenza degli spiriti.

 

Non deve insospettire troppo il fatto che questi luoghi si trovassero spesso in prossimità delle osterie!

 

Per quanto riguarda i luoghi dai quali fotografare il Monte Urano, consiglio di cercare la migliore posizione dai paesi di Case Stantini o Castiglione (la pineta sulla destra della strada, appena entrati in Castiglione dovrebbe offrire dei punti di osservazione perfetti). La roccia può essere osservata da molto vicino appena entrati in Val D’Asta, circa 1 km dopo il ponte sul secchiello (La Gora), quando sulla destra salendo compare a poche centinaia di metri a volo d’uccello l’impressionante stratificazione flyschiode dell’Urano. Alcuni punti lungo la strada permettono la sosta e la fotografia, anche se soprattutto d’estate gli alberi possono essere d’ostacolo.

Prendendo poi il bivio per Case Stantini (sulla destra, 2 km dopo il ponte sul Secchiello), si incontra in una curva un sentiero che attraversando prima un bosco poi una pietraia di sfasciumi porta direttamente sotto la rupe dell’Urano, che può essere esplorata anche scendendo lungo il fiume Secchiello e risalendolo verso il Monte Cusna.

Per una visione più panoramica della valle e dei diversi luoghi in cui gli Strioni comparivano, posso invece consigliare lo spiazzo panoramico che si trova a ovest, poco fuori dell’abitato di Monteorsaro a circa 1300 metri, in direzione di Villa Minozzo, balcone panoramico che abbraccia tutta la valle, oppure la località Pian Del Monte, da Case Balocchi verso Civago (alt. m. 1070) dalla quale si ha un punto di vista privilegiato sulla valle.

L'albero è a casa

Le panche del bosco

Vi presento mio marito

Lorenzo

Le panche dal bosco
Lorenzo recupera un albero molto prezioso: un grosso castagno tagliato un anno fa, abbandonato

Ci sembrava un grosso peccato lasciare andare l’opportunità di avere due panche di vero legno massiccio, e  Lorenzo ha pensato di effettuare il recupero dell’albero abbandonato.

L'albero è a casa
L’albero è a casa


Dopo il difficile trasporto dal bosco, dalla Governara verso Asta, Lorenzo si è messo subito al lavoro insieme ai nostri figli

…e il sudato ed appassionato intaglio del legno vivo ha creato due panche

davanti al bar

Vi piace?

 

Al mulino di Rocco

AL MULINO DI ROCCO,

UNA NOTTE, AL TEMPO DEI PARTIGIANI

(a e’ mύlin d’ Ròc, una nót, a e’ temp di ribée)

Saranno state le nove, forse le nove/nove e trenta di sera, quando Rocco e i suoi due figli, che si stavano accingendo ad andare a letto, sentirono bussare molto forte alla porta d’ingresso.

Il mulino di Rocco, quel vecchio fabbricato che stava, e sta, tra gli abitati di Febbio e Roncopianigi, per intenderci, aveva tre macine in due edifici diversi, uno susseguente all’altro: nel primo, dove abitavano, c’era anche l’osteria, e due macine. La terza macina, di riserva, era nel secondo fabbricato più a valle.

Quella sera Rocco, un po’ sorpreso, sia per l’orario, che per l’energica bussata, andò con attenzione ad aprire la porta. Dopo averla aperta si trovò di fronte tre personaggi, armati dalla testa ai piedi,  che non aveva mai visto.

In quel tempo di guerra e di resistenza, iniziava a vagare sui nostri monti e nelle vicinanze dei nostri paesi, gente quasi tutta proveniente dalla bassa, che, dopo il famoso 8 settembre, aveva deciso di resistere all’occupazione di quei signori stranieri, che, fino a poco tempo prima, erano nostri alleati. Erano i partigiani, che i nostri montanari, un po’ sottovoce perché sgomenti, chiamavano i ‘ribelli’, “i ribée”  in dialetto nostrano.

I tre inaspettati avventori, entrarono, senza presentarsi, perché il loro biglietto da visita era, innanzitutto, il loro abbigliamento: vestiti in borghese, uno aveva infilato alla cintura delle bombe e una pistola a tamburo; un altro, che indossava dei calzoni alla zuava, era addirittura avvolto dal nastro della mitragliatrice come un rivoluzionario messicano al tempo di Zapata; il terzo, con dei pantaloni grigi armato di rivoltella e dal piglio deciso, senz’altro il capo dei tre. Con il loro modo di fare, senza fronzoli e con prepotenza, sbatterono le loro armi sul tavolo, e, autoritariamente si rivolsero al mugnaio nel dialetto della nostra pianura, ordinandogli:

”Munéř, ghiv d’la farina? Perché a’ vlóm dal pan!”
(
Mugnaio, avete della farina? Perché vogliamo del pane.)

Il mugnaio era vedovo e gli era rimasto da assistere, oltre che il mulino e l’osteria, anche due figli, uno maschio e una femmina, ambedue adolescenti, che, da un po’, avevano iniziato ad aiutarlo. Questi due giovani non ebbero subito paura, perché ormai erano abituati a vedere presso la loro casa, ogni tanto, gente non del posto, ma quella sera e poi così all’improvviso e ad un orario non proprio consueto per ricevere avventori, si avvertì immediatamente che i loro occhi erano intimoriti. Forse il mugnaio avrebbe voluto che i due giovani fossero andati a letto, ma, preoccupato da quei tre tipi sinistri, non ebbe il tempo di dir loro nulla, e andò subito nella dispensa a prendere la farina.

 

 

Nel frattempo, i tre partigiani avevano spostato le loro armi dalla tavola, dove le avevano messe appena arrivati dentro, scansandole a ridosso di una parete vicino alla porta d’ingresso, e, come se niente fosse, si tirarono su le maniche della camicia, pronti per impastare la farina. Arrivato il mugnaio con una paletta colma di farina, la rovesciò sul tavolo e, mentre uno dei ‘graditi’ ospiti era andato con un secchio a prendere l’acqua, gli altri iniziarono ad impastare, come credevano di sapere. Nel mentre il capo o quello che si riteneva tale, disse a Rocco di andare ad accendere il fuoco nel forno per scaldarlo perché il pane che stavano velocemente ed impasticciatamente amalgamando, lo avrebbero subito infornato. A tal proposito, timorosamente, il nostro mugnaio, nonché osteriante febbiese, disse loro che bisognava lasciar lievitare il pane impastato tutta la notte, o meglio almeno ciò che ne rimaneva, dato che, tra una cosa e l’altra, era già arrivata l’una dopo mezzanotte e che, al mattino avrebbero potuto infornarlo. Risposero, guardandosi le mani con appiccicato quella specie di impasto che stavano ‘cercando di preparare’, che non avevano tempo da perdere e quindi di sbrigarsi a scaldare il forno perché, prima che li raggiungesse l’alba volevano partire con il pane già cotto.

Sa ghîv da guardér?, te, putost, rivolgendosi al giovane maschio,
va aiutër to pedre, a scaldér al fóren,
(Cosa avete da guardare, tu, piuttosto, rivolgendosi al giovane maschio,
va ad aiutare tuo padre,  a scaldare il forno.)

I due giovani, nonostante l’ora molto tarda, non accennavano per niente d’aver sonno e quindi di coricarsi, ma stavano impalati in un angolo di quella stanza, sempre con gli occhi sgranati a guardare tutta la scena, come fossero a teatro. Guardavano in special modo uno dei tre, dato che aveva gli occhi spiritati, forse perché la fame era un po’ che lo seguiva, lui più degli altri due.

Finché i tre partigiani riuscirono ‘in un qualche modo’ a preparare, con le loro sporche manacce, delle grosse e mal formi palle  di pasta, che a fatica  riuscivano a staccare dalle loro dita. Con l’aiuto del padrone di casa, lo infornarono non appena la volta in pietra del vecchio forno che stava sotto il portico, raggiunse la gradazione di calore che secondo loro andava bene. Quindi aspettarono seduti su di un muretto, al buio e al freddo, di fronte al forno, che il pane fosse cotto.

Alla fine, “i tri ribée” ficcarono dentro a dei sacchi che si erano portati al seguito, quella sorta di pagnotte di pane non lievitato, che si erano mostrate quando l’anziano mugnaio spostò la chiusura in ferro dalla bocca del forno, e che estrasse con la paletta di legno dal lungo manico.

Ripartirono con quelle scarpe rotte che facevano acqua da tutte le parti e con le quali lì erano arrivati, lasciando in casa quella puzza di ‘caprone’ che si erano portata dietro, che l’alba, appena, appena, stava per sorgere in fondo alla valle, laggiù dalle parti di Deusi e del sovrastante Monte Penna.

Questo breve racconto, è stato a me raccontato,
da uno de protagonisti, e  poi, in parte 
rielaborato e modificato dall'immaginazione dell’autore.
Pertanto ogni allusione agli stessi è da ritenersi 
puramente casuale.

 

 

Mantova, città d'arte e d'acqua

Mantova – Città d’arte ed acqua

In occasione di una proiezione di un mio audiovisivo “Visti da vicino e da lontano” (disponibile anche su questo sito) e relativo al territorio dalla pianura al crinale reggiano, mi chiesero come mai non avevo considerato il territorio della bassa e del PO; risposi che, secondo me, si trattava di un ambiente tutto particolare da descrivere ed inserirlo in un audiovisivo che, di per se stesso deve essere di durata limitata, sarebbe stata una inutile forzatura.

La mia curiosità e il mio desiderio di documentare il nostro territorio mi hanno spinto ad  ascoltare questa osservazione e ho spostato la mia attenzione proprio verso la Pianura Padana, addirittura oltre il Po e per l’esattezza

Mantova

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Tra ciò che unisce il nostro territorio con questa bellissima cittadina vi è anche Lei, Matilde di Canossa.

Figlia di Bonifacio, signore di Canossa e marchese di Toscana, e di Beatrice di Lorena, nacque tra la seconda metà del 1045 e la prima del 1046 probabilmente a Mantova, dove Bonifacio aveva la sua residenza, benché ad onor del vero, altre città vorrebbero rivendicarne i natali.

Ecco, secondo me, alcuni motivi per andare a Mantova:
• e’ la culla del Rinascimento
• è stata la Corte dei Gonzaga
• è Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco dal 2008 (Assieme a Sabbioneta)
• è Capitale italiana della cultura 2016
• è immersa in un paesaggio sorprendente che la avvolge tra terra e acqua, tutto da scoprire
• vi è la maestosità naturalistica del Parco del Mincio e la straordinaria simbiosi tra la città dei Gonzaga, l’acqua e la natura tra cui La Riserva Naturale Valli del Mincio e i boschi planiziali del Bosco Fontana, un tempo riserva dei Gonzaga e dove vi fecero costruire una magnifica palazzina da caccia
• la presenza di chilometri di piste ciclabili tra Mantova e provincia, immerse nella campagna e nel Parco del Mincio, rendono uso esclusivo dei ciclisti le sue parti più intriganti, lontano dalle vie di traffico

I LAGHI DI MANTOVA

Lago Superiore

Lago di Mezzo

Lago Inferiore

Lago Paiolo (che fu però prosciugato alla metà del ‘700, così che la città di Mantova si trasformò in una penisola).

Questo sistema idraulico fu creato nel tra il 1188 e il 1199 ad opera dell’ingegnere bergamasco Alberto Pientino che circondava la città.
Tali opere idrauliche, sono un monumento di ingegneria idraulica, antiche di oltre otto secoli, regolano il corso del fiume intorno alla città anche se inducono a pensare che i laghi di Mantova siano “laghi naturali” anziché sbarramenti fluviali artificiali.

LA PRESENZA DEI FIORI DI LOTO

E’ grazie a Anna Maria Pellegreffi, che da giovane studentessa di Scienze naturali, nel 1921 portò a Mantova dall’università di Parma, dove studiava, alcuni rizomi di Nelumbio (Loto) ottenuti da missionari italiani in Cina, e li introdusse nel lago Superiore perché si pensava di sfruttare la farina ricavata dai rizomi per l’alimentazione.
In 90 anni i fiori di loto si sono sviluppati moltissimo, trovando nei laghi il loro habitat ideale, oggi gli Enti locali ed il Parco tengono sotto controllo l’estensione del fiore di loto che è in competizione con altre specie autoctone.

LA LAVORAZIONE DELLE CANNE PALUSTRI – LE ARELLE

Le chiamavano “arlunse”, tessitrici di canne e assieme ai “canaroi”, i raccoglitori di canne palustri, erano i motori dell’economia della palude. Ora di questi antichi mestieri resta vivo solo il ricordo.

 

Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Il fascio littorio

Un cimitero della nostra vallata, a poca distanza da Gazzano, mi ha colpito per un particolare scolpito su un pilastro in pietra dell’entrata.

Ingresso cimitero di Febbio
Ingresso cimitero di Febbio

Si tratta del cimitero di…. lascio a voi indovinare, se siete degli osservatori lo capirete subito.
La scultura rappresenta il fascio Littorio, un po’ rovinata dalle intemperie, ma perfettamente riconoscibile.

Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)
Particolare del Fascio Littorio (Cimitero di Febbio)

Le origini dei “fasces lictori” risalgono agli Etruschi e i Romani li avrebbero introdotti nell’antica Roma, facendo precedere i re, dai littori ( uomini addetti a questo compito) che recavano sulle spalle un fascio di bastoni di legno, legati con strisce di cuoio intorno ad una scure.

In seguito divennero simbolo di potere e assunsero la forma di fascio cilindrico, formato da verghe di betulla bianca, legate da nastri di cuoio (f asces in latino).
Vennero poi ripresi come simbolo nell’araldica da movimenti e ideologie politiche nel ventesimo secolo, come il fascismo.

Opera funeraria dei primi anni '40
Opera funeraria dei primi anni ’40

Durante il ventennio del governo fascista, molte costruzioni pubbliche ed opere d’arte, si ispirarono allo stile romano, senza però far mancare il fascio Littorio su muri, colonne ecc…
Questo simbolo è arrivato ai giorni nostri, quasi intatto , scolpito sulla colonna del piccolo cimitero , ai piedi del Cusna! Ormai avrete capito che si tratta del cimitero di Febbio.

Don Armido Carmana

C’era una volta …

…non è una favola ma è la storia vera di un sacerdote montanaro doc, nato a Gazzano di Villa Minozzo nel 1921

Don Armido Carmana

nato da una umile famiglia che coltivava la terra ed allevava animali per il proprio sostentamento, come del resto era a quei tempi.

Don Carmana con vecchietto
don Armido con il suo Sagrestano

Il papà Carlo, per arrotondare il magro guadagno dei campi, andava con suo fratello Ilario a suonare alle feste da ballo; il giovane Armido respirando questo clima musicale in famiglia imparò le basi della musica e perfezionò gli studi musicali al seminario di Marola con lo strumento del pianoforte.

I genitori erano molto propensi ad avviare il figlio Armido alla carriera ecclesiastica, perché , a quei tempi, il sacerdozio dava la possibilità insieme sia di studiare che garantire a tutta la famiglia la sopravvivenza.
Essere portati al sacerdozio, avere una vera vocazione, non era a quei tempi il requisito più importante per decidere la strada del seminario che lui cominciò a frequentare dopo le scuole elementari.

Ordinato sacerdote, passò qualche tempo nelle parrocchie della bassa e dal 1947 fu trasferito a Febbio diventandone parroco fino alla morte, avvenuta nel 1979.

Chiesa di Febbio , navata centrale

Chiesa di Febbio , l’altare

Chiesa di Febbio

Chiesa di Febbio

La sua missione si svolse in un ambiente ostile alla religione e in particolare alla Chiesa Cattolica. E’ proprio in questo ambiente che don Carmana riuscì ad avvicinare giovani e meno giovani riempiendo la chiesa come non accadeva da tanto tempo. Nonostante la dubbia vocazione religiosa, il don aveva dalla sua parte l’affabilità, la passione per la sua gente, il rispetto e la vicinanza con tutti.

 

 

A piedi o a cavallo ogni casa del paese era una sua meta fino a raggiungere i borghi più impervi come Roncopianigi, Monte Orsaro, Case Stantini.

Il suo carisma, la sua bontà d’animo e la sua generosità affascinavano chiunque, e anche i più miscredenti e “mangiapreti” facevano capolino alle sue messe la domenica.

Don Carmana all'Organo
Era innata una timidezza che non gli permetteva di essere un affabulatore e un predicatore carismatico, ma al pianoforte o al coro si trasformava dando il meglio di sé.

I primi rudimenti musicali offerti alla gioventù di allora furono il frutto del suo impegno e del suo insegnamento negli Istituti Professionali di Gazzano (l’Istituto femminile  di Maria e l’Istituto maschile di San Giuseppe, voluti da don Paolo Canovi, allora sacerdote di Gazzano) e nei cori delle varie parrocchie della montagna.

Nella foto scattata davanti al sagrato della chiesa di Gazzano con i ragazzi e le ragazze dell’Istituto di Maria e San Giuseppe. Don Carmana è alla sinistra mentre alla destra c’è don Paolo Canovi

A Gazzano la baracca del falegname, grazie a lui, divenne un cinema dove una volta alla settimana il don compariva con la sua topolino portando le bobine di film come Marcellino Pane e Vino, Roma Città aperta, Stanlio e Ollio, e altri film western.

Nelle feste patronali la sua presenza era essenziale perché suonava, preparava e dirigeva il coro di ciascuna parrocchia.

Chiesa di Febbio, l’organo

Per fare un esempio della sua bontà d’animo vogliamo ricordare la perpetua Giacomina, che lui portò nella canonica di Febbio: era una signora molto semplice che trovò rifugio e dignità servendo don Carmana.

Ci piace ricordare un aneddoto della Giacomina, dovendo fare le cose più semplici, le fu chiesto di nutrire due volte al giorno le galline. Durante questa operazione giunse don Armido che trovò la perpetua dare il riso come mangime. Al che il nostro parroco sbottò: “Giacomina, il riso costa tanto! Perché non hai preso il granturco?”.  La sua risposta tranquilla fu,  “La prima cosa che a iò truvé l’è ste’ el ris!” in un dialetto balugano (cioè della pianura).

Una breve e intensa malattia lo portò via ancora giovane nel dicembre del  1979, è sepolto nel vicino cimitero di Febbio.

 

La cascata del Lavacchiello

LE MIE MEMORIE OLTRE IL SENTIERO

 

Ad ognuno di noi alcuni luoghi possono apparire più significativi  di altri per vari motivi: per come si manifestano effettivamente o per come ci sono stati raccontati  e ne siamo venuti a conoscenza le prime volte; quest’ultimo è  per me il caso di Ligonchio e della Valle dell’Ozola.

Valle dell'Ozola (fonte Wikimedia)
Valle dell’Ozola (fonte Wikimedia)

Da bambino ascoltavo spesso le storie di vita vissuta che mio nonno mi raccontava e lui, in quanto persona accogliente, così facendo, mi invitava ad entrare nel suo mondo pieno di esperienze per me tutte da scoprire. Le sue non erano solo parole ma emozioni ed immagini, di quelle che ti restano dentro e che si riaffacciano alla memoria anche dopo molti anni, quando meno te lo aspetti. Storie di vita vera di fatiche, di rari successi e tante sconfitte, di gioie semplici, di amicizie di speranze ed illusioni. Storie raccontate lentamente, ascoltate con attenzione  e curiosità e che, come fiabe vere, racchiudevano sempre una verità morale, un insegnamento di saggezza. Ma cosa c’entra tutto questo con il mio percorso escursionistico e le mie poche foto?

Ebbene, ho  preso il discorso alla larga, ma il fatto è che tra le vicende raccontate vi erano quelle relative alle esperienze di mio nonno (classe 1907) presso la società Edison (quella che a Ligonchio fece realizzare le centrali elettriche), ed Enel poi. Circa dieci/quindici anni dopo l’ultimazione della centrale idroelettrica in poi, per diverse volte, gli capitò di recarsi da Parma, dalla  centrale di distribuzione di Vigheffio dove prevalentemente lavorava, a Ligonchio per consegnare materiali vari, attrezzature, denaro o altro, utilizzando, mi raccontava, un autocarro alimentato a gasogeno (Per chi interessa preciso che, non essendo a quei tempi di facile reperibilità i combustibili derivati dal petrolio, venivano installate delle caldaie sugli automezzi, nelle quali veniva fatta prevalentemente bruciare legna verde tagliata in piccoli pezzi, il gas prodotto dalla combustione, seppure con basso potere calorifico,  faceva comunque andare il motore (per saperne di più sul motore a gasogeno)

Autocarro a Gasogeno (fonte elretronauta)
Autocarro a Gasogeno (fonte elretronauta)

Anche se erano  passati  ormai vari anni dall’ultimazione dei lavori di costruzione delle centrali, parlando con altri operai,  apprese da loro del duro e faticoso lavoro  che fu necessario  per la realizzazione di un’opera indubbiamente considerevole per quei  tempi (i lavori durarono per circa un decennio sino alla fine degli anni Venti) e che ora vediamo perfettamente integrata nell’ambiente naturale ma che allora ne modificò in modo evidente gli aspetti  morfologici. Furono, infatti, realizzati  canali, gallerie tubazioni, per raccogliere le acque dei torrenti Rossendola e Ozola, dighe di sbarramento per realizzare tre bacini di raccolta idrica: Tarlanda, Ligonchio e Presa Alta, condotte forzate che portavano le acque alle turbine nelle centrali, linee elettriche ad alta tensione, senza dimenticare poi le infrastrutture necessarie a consentire gli spostamenti e i trasporti dei materiali quali strade carrozzabili, ponti, teleferiche, come pure edifici per accogliere il personale ecc…, insomma tutto ciò che sarebbe servito per realizzare uno tra i siti più importanti del Sistema Elettrico Italiano degli anni Venti.

Centrale Idroelettrica di Ligonchio (Fonte Wikimedia)
Centrale Idroelettrica di Ligonchio (Fonte Wikimedia)

Ecco allora perché, in considerazione  di quanto detto, un percorso a me particolarmente gradito è quello che da Ligonchio, fontana dello Scodellino,  conduce alle cascate del Lavachiello (sentiero CAI 635 – Dislivello m 403; lunghezza: km 5; tempo di percorrenza 2h30′ circa).

Cascate di LavacchielloCascate di Lavacchiello

Subito dopo la partenza ci si accorge che, anche se siamo a fine estate, numerosi zampilli d’acqua sgorgano dalle pareti e scendono a valle verso il torrente mentre un fitto bosco ci accompagna lungo il sentiero. Numerosi sono i punti panoramici sulla valle dell’Ozola e sugli Schiocchi, mentre  sulle rocce più scoscese si possono notare alcuni abeti bianchi, relitti di una lontanissima era glaciale.

Il sentiero é facile fino alla presa Bassa ma dalla Presa Alta si fa più impegnativo ed è valutato come “per escursionisti esperti”, data la presenza di tratti più esposti e pericolosi dove è indispensabile fare molta attenzione e reggersi alle funi di acciaio collocate nei punti più impegnativi. L’ultimo tratto é accompagnato dal fragore dell’acqua delle cascate. Benché i periodi migliori, secondo il mio parere,  siano la primavera per l’abbondanza di acqua e l’autunno per i colori delle foglie, in ogni stagione si può comunque godere dei panorami, dei silenzi e dei suoni della natura; da non tralasciare una lunga sosta rilassantissima e ritemprante ai piedi delle cascate. Buona divertimento a tutti.

 

Cascate di Lavacchiello Cascate di Lavacchiello

Cascate di Lavacchiello Cascate di Lavacchiello

Cascate di LavacchielloCascate di LavacchielloCascate di Lavacchiello

Quattro mani

Quattro sassi a quattro mani

I sentimenti e le emozioni di due poeti naïf dopo la demolizione dell’Istituto di Maria, storica scuola professionale di Gazzano

Istituto di Maria
All’edificazione di questa costruzione ha partecipato il papà di Giorgio Chiesi. E’ stato, questo istituto, il luogo di formazione di molte generazioni di ragazze. Ospitava una sala polivalente che all’occasione diventava una palestra, il cinema, il teatro. A fine anno scolastico le ragazze esponevano quì i loro lavori in una mostra.

Quattro sassi

Un paese di montagna,
povertà ed ignoranza
poi l’intuito di chi sa
e…sassi su sassi,
con l’aiuto di chi conta,
uno sull’altro,
su…fino al tetto,
dentro, tante stanze
con banchi e insegnanti,
ragazze come allieve,
tanta voglia di sapere
e il buio lentamente
si fa luce nelle menti.
Poi cambia il tempo,
cambiano le priorità,
la fucina non serve più
è vecchia…obsoleta
senza anima, decade.
E’ negata, l’antica scuola,
senza alcun rimpianto,
pensando a cos’è stata
non una lacrima,
solo sassi su sassi
restano sono solo sassi,
e forse qualche ricordo
di ormai vecchie ragazze.

Adriano Zambonini e Fulvia Massardo

Questa opera è stata ideata da Adriano Zambonini. Grazie all’uso delle reti sociali (Facebook) Adriano ha condiviso i suoi sentimenti e le sue emozioni a Fulvia Massardo facendo sì che la fusione delle anime poetiche si  palesi in questa bellissima poesia
(Valdasta.IT)

 

Self publishing

Fame d’arte

Self publishingQuante volte ho pensato…se avessi studiato!

Sembrava così inutile, così superfluo, quanto mi sbagliavo. La cultura elimina i nostri limiti, ci apre la finestra verso l’ignoto e il nostro percorso. Non lo avevo capito, non mi sembrava così importante poi quella strana smania, la voglia irrefrenabile di scrivere, la sensazione di far parte di un mondo a parte, scrivere poesie, racconti, favole e allora il vocabolario diventa il tuo migliore amico.

 

Scrivere per dire, per pensare, per fuggire e ora sono qui, ancora con la mia penna in mano a creare emozioni, a fuggire dalla normalità. Il mio pensiero va ai tanti sconosciuti come me che sentono questa fame, che ci credono ma che hanno poche possibilità perché subiscono i loro limiti anche se sono convinta che l’emozione non ha bisogno di lauree, preferisco scrivere col cuore che col vocabolario.

Il mondo editoriale una giungla che offre concorsi letterali, che offre pubblicazioni e a volte illusioni, di chi ci si deve fidare?

Ho pubblicato in diverse antologie e ogni volta mi sono sentita così grande, così soddisfatta di ciò che facevo.
Per noi poeti sconosciuti facile cadere in certe trappole illudendoci di essere artisti ma rimanendo sempre nel dubbio “Sono veramente così brava o sono solo un incremento” Di chi bisogna fidarsi?

Genova

Vecchi cassetti

Si nasce, si cresce, si sogna poi si viene risucchiati dalla vita, dal suo caos.

Vi è mai capitato camminando di osservare dei bambini giocare o dei ragazzi ridere per quelle, che noi adulti, intrappolati in questo meccanismo, chiamiamo “cavolate” quante volte ho sentito dire…. Beati loro, se tornassi indietro….e perchè non farlo!

Vecchi cassetti
Vecchi cassetti

Non serve avere vent’anni di meno, penso che sua giusto trovare il nostro spazio, solo per noi e magari chissà, spolverare un vecchio sogno.
A volte non si ha il coraggio, a volte manca il tempo oppure la voglia ma la vita è troppo dura per non dedicarsi un po di tempo.
Ricordo la mia passione per la fotografia, mi comprai una Canon AT1 accessoriata di zum, obiettivi vari, cavalletto. Mi piaceva l’idea di immortalare immagini, visi ma soprattutto i particolari che attraverso l’obbiettivo attiravano la mia attenzione.
Col passare del tempo, sempre alla ricerca di stimoli, cominciai a scrivere.
Quanti racconti, quante poesie che tenevo ben nascoste nel cassetto, per vergogna, per paura di far conoscere i miei pensieri.
Quel cassetto era un rifugio, il mio diario segreto ma la passione per la scrittura persisteva e cosi, a distanza di anni, mi sono detta…. Perché no!

Vecchi cassetti
Vecchi cassetti

Ho cominciato a far leggere ciò che scrivevo, a pubblicare e ora ne sono contenta, ho vinto la mia piccola battaglia e tutto è più stimolante.
Basta crederci..e voi avete aperto il vostro cassetto?

Carla Croce

Carla Croce

Buongiorno…mi presento, sono Carla Croce

Il mio nome e Carla, nata e cresciuta a Genova nel lontano 1958….oh come è lontano!

Carla Croce
Carla Croce

Non avrei mai pensato di trovarmi in rete e parlare con persone sconosciute (spero ancora per poco)

Ma come si fa a resistere alla chiamata di Fulvia Massardo, amica conosciuta attraverso uno schermo e in seguito di persona

Carla Croce passione letteratura

….pensare che potremmo essere vicine di casa…

Con lei divido la mia passione: la scrittura; già perché lei in Emilia e io a Genova riusciamo, grazie al computer a frequentarci e a divertirci.

Ora voi vi chiederete… Ma cosa ci fa una che viene dal mare in mezzo alle nostre montagne? Sperando di non inquinare la vostra quiete, spero di conoscervi e farmi conoscere e interagire con voi proponendo i miei pensieri e magari avere un vostro parere, conoscere le vostre emozioni .. un grosso saluto a voi tutti e un arrivederci a presto.

Luna notturna

Sul mare luccica…ma anche in montagna non è male!

Avevo iniziato col pubblicare una mia poesia dedicata all’astro d’argento che “sul mare luccica”, ma che qui in montagna assume una fisionomia…umana, tanto si avvicina, in alcuni periodi, alla terra, voglio continuare con un’altra poesia, riproponendo anche la prima e chiedendo a chi legge di provare a scriverne una…così…per gioco o per commentare ciò che altri scrivessero sull’argomento

Luna notturna

Chi di noi non ha visto nettamente, in una notte di luna piena, gli occhi, la bocca ed il naso del nostro satellite, ravvisandovi, talvolta, il volto d’una persona cara

Io, per esempio, trovo che la Luna somigli in maniera sorprendente a mia nonna Aurelia…tanto che quando è grande e piena, guardandola mi assale la nostalgia e sento la gola stretta da un doloroso magone che si scioglie al pensiero che lei sia lassù solo per me e che tra non molto ritornerà.

 

Quanto si è scritto e si scriverà ancora sulla Luna! da sempre la sua faccia tonda affascina e ispira poesie, canzoni, serenate, sonetti, storie fantastiche…Alle sue fasi è legata da tempo immemore la vita degli uomini, si pensi alla nascita d’un bimbo che arriverà” quando farà la luna nuova” e la vita delle campagne: l’aratura, la semina, gli auspici per un buon raccolto e per una vendemmia che dia certezza di qualità sono legate alla Luna. Alla luna si rivolgono gli innamorati e chi cerca conforto, chi desidera e chi spera: è l’astro della positività e dell’amore, mai si provano sentimenti negativi per la Luna e mai lei ne ispira, ci avete fatto caso?

 

NOTTURNO

D’arancia lo spicchio

ammicca nel buio,

vellutata e morbida,

la luna, stanotte,

pare…un dondolo.

Adagiata mollemente

sul fianco del mondo,

è un dondolo d’angeli

su cui dondolano

i miei pensieri.

i miei pensieri.

 

TRA I RAMI

Alzo il cuore, la scorgo,

evanescente e lontana,

tra i rami nascosta,

la sua luce emana.

Osserva, affettuosa

e si lascia guardare,

tendo l’orecchio e pare

ch’essa sussurri,

parlando in segreto:

“Son qui, non temere,

se l’animo avrai greve

chiamami…io ci sarò!”.

Ed io, da sempre, lo so

d’avere il guardo suo

carezzevole, su me,

così sincero e puro.

Immagine affascinante della luna

Emozioni in versi…La poesia naïf

Un nostro amico, Adriano Zambonini, che frequenta il sito, mi ha sollecitato a scrivere qualche mia poesia, la cosa mi ha lusingato molto anche se sono un po’ timorosa, non vorrei deluderlo!

Profumo
Da Agriturismi – l Blog per le vacanze in agriturismo

Io non sono certo una grande poetessa, scrivo di getto ciò che un profumo, un’emozione, un incontro o quello che mi capita intorno, mi stimola a raccontare…le mie “creature” nascono dentro di me e prendono vita scivolando dalla mente attraverso la penna fin sulla carta, dove si spandono liberamente…

Le mie emozioni sono però regali che faccio ad ogni lettore e mi piacerebbe tanto conoscere cosa provate leggendole

Aspetto i vostri commenti e le vostre reazioni ai miei pungoli (sono così acuminati?).

La luna poetica
Da La Capanna del Silenzio -Un po’ di me, un po’ di noi nel breve cammino su questa terra…

Ho scritto diverse poesie che hanno per protagonista la luna, ho un rapporto speciale con “l’astro d’argento”…

Sto preparando con una mia amica di Genova, una rubrica di poesia; mi auguro possa interessare e serva a “pungolare” talenti nascosti!

NOTTURNO
D’arancia lo spicchio
ammicca nel buio,
vellutata e morbida,
la luna, stanotte,
pare…un dondolo.
Adagiata mollemente
sul fianco del mondo,
è un dondolo d’angeli
su cui dondolano
i miei pensieri.

Fulvia Massardo

 

 

 

Facciamo Blabla insieme?

 

CORE Reggio Emilia

A proposito di solidarietà: 11 giugno 2016, una data da ricordare

La nostra montagna è certamente luogo di condivisione e la nostra gente sa cosa sia la solidarietà

Io ho constatato questa solidarietà per esperienza diretta e sarò grata per tutta la vita a quanti, e vi assicuro furono moltissimi, dimostrarono a me e alla mia bambina il grande cuore e la vicinanza nel momento più tragico della nostra vita.
Voglio oggi parlare di una realtà che ancora molti ignorano, una bellissima realtà tutta reggiana di cui andare fieri, si tratta del GR.A.DE., Gruppo Amici Dell’Ematologia, qui di seguito un brano che ho estrapolato dal profilo del GR.A.DE. per spiegare di cosa si tratta:

GRADE Onlus (Gruppo Amici dell’Ematologia) è un’associazione senza scopo di lucro, nata a Reggio Emilia nel 1989.
La sua mission è precisa e coerente: sostenere l’attività ospedaliera del Reparto di Ematologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova, finanziando progetti di ricerca e assistenza ai pazienti affetti da malattie del sangue.
Formata da medici, infermieri e personale del Reparto, ma anche da ex malati e famiglie, negli ultimi 20 anni GRADE Onlus è riuscita a devolvere all’Arcispedale Santa Maria Nuova risorse per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro. Grazie a un’intensa e vivace attività di raccolta fondi, e alla preziosa collaborazione di tutti i volontari e cittadini, oggi GRADE Onlus ha un obiettivo ancora più ambizioso: costruire e dare vita a “CO-RE”, il nuovo Centro Oncoematologico di Reggio Emilia, una struttura sanitaria d’eccellenza per vincere la partita più difficile”.

Ora quello che poteva sembrare un’idea troppo ambiziosa è divenuta realtà ed il nuovo Polo Onco-Ematologico è stato realizzato grazie anche alla solidarietà di tante persone che con il loro contributo e col loro lavoro hanno permesso che un sogno si realizzasse. Non so dirvi con precisione quante idee sono scaturite: dalle tortellate/gnoccate alle tombole, dalla vendita dei pini di Natale alle feste di paese, la più nota è sicuramente la Festa della birra di Reggiolo, che ogni anno contribuisce notevolmente, impegnando tanti volontari per diversi giorni…e poi bomboniere solidali…foulards del GR.A.DE…e libri, il cui ricavato è devoluto.

Mi piace citare un esempio per tutti : Mi farà male il grasso del prosciutto?, scritto dal fotografo Elis Bassi, che ci ha lasciati nel 2014, del quale libro è stato messo in scena anche uno spettacolo teatrale, chiaramente a favore del GR.A.DE.

Insomma, il grande cuore della nostra gente ha fatto ancora una volta centro

sabato 11 giugno 2016 ci sarà l’inaugurazione di CORE

io ci sarò e voi?

CORE Reggio Emilia
CORE Reggio Emilia
La bardana

La bardana

“Arctium Lappa” o nel nostro dialetto “tacadur”

La bardana viene anche chiamata Lappa o lappola. Noi la chiamiamo “tacadur ” per i suoi fiori, capolini tipicamente uncinati, che quando sono secchi, si impigliato nei velli delle pecore, nei peli degli animali e nei vestiti dell’uomo.

Da bambina , infatti, mi divertivo insieme alle mie coetanee, a lanciarli per farli aderire ai vestiti e a volte ci colpivamo anche sulle braccia e gambe nude, e non era piacevole, ma soprattutto nei capelli, che poi, per districarli erano dolori….

Questa proprietà di attaccarsi agevola il trasporto dei semi, anche a notevoli distanze.

È una pianta erbacea biennale o perenne, vigorosa e spontanea, soprattutto in pianura, ma anche in collina e montagna. Cresce lungo le strade, sulle macerie, nei terreni incolti.

La bardana
La bardana

Ha folti crespi e foglie molto ampie, che spuntano rapidamente in primavera ma soprattutto in estate, con steli floreali con capolini uncinati, tendenti al colore rosato.

La bardana è una pianta di notevole interesse per le proprietà terapeutiche ed anche cosmetiche.

Le foglie si raccolgono a primavera, prima della fioritura, seccandole all’ombra e si conservano in vasi di vetro.

Le radici si estirpano nell’autunno del primo anno o alla primavera successiva. Si conservano in sacchi di tela o carta, dopo averle lavate e seccante all’aria.

Si usa come depurativo del sangue, aiuta nelle forme reumatiche, è un tonico per le pelli impure contro l’acne ed è una buona lozione per rinforzare i capelli.

A proposito di capelli

Bollire 50 gr. di radici in 250 gr. di acqua e 250 gr. di aceto per 15 minuti a fuoco lento. Filtrare, spremere e aggiungere 10 gr. di peperoncino ed usare per frizioni alla sera prima di caricarsi.

Foglie di bardana
Foglie di bardana
Fulvia Massardo

Buon giorno…mi presento, sono Fulvia Massardo

Buon giorno…mi presento,

Fulvia Massardo
Fulvia Massardo

mi chiamo Fulvia Massardo, classe 1961 e genovese doc, ma trapiantata nella nostra bella montagna dal 1998 e cioè da quando l’amore mi ha trascinata via dal mare,il mio nome ai più non dirà nulla, ma quello di mio marito  a parecchi di voi risulterà famigliare. C’è qualcuno che ricorda il fabbro matto de La Svolta di Toano…”Tora”, al secolo Gianpietro Ori?

La Val d’Asta era la sua seconda casa…Io attualmente vivo a Cerredolo con nostra figlia Martina, mi sono trasferita dopo che lui è “andato avanti“…Da qualche tempo ho iniziato a scrivere poesie, partecipando a molti concorsi e qualche mia opera è stata pubblicata anche se non mi definisco certo una poetessa, intendiamoci…,io scrivo per il piacere di farlo e se ciò che scrivo piace a qualcuno, beh…sono felice e questo mi basta.

Mi piacciono le fiabe, sia scriverle che leggerle, amo le leggende ed i racconti di vita vissuta, sia attuali che riferiti al passato o storici. Mi intrigano i racconti degli anziani, da sempre, il loro modo di ricordare e tramandare notizie e tradizioni. Che altro dire di me.

Bene…ora veniamo a noi. Non nascondo che quando Alessandro Rodilosso mi ha proposto questa collaborazione mi sono un po spaventata, poi ho preso coraggio ed eccomi qui! La mia idea sarebbe quella di proporre degli argomenti che possano stimolare il dialogo e portarci ad interagire e a conoscerci meglio.

La montagna reggiana ha tanto in comune con la Liguria e in particolare con Genova, molti di voi avranno parenti nella mia città, trasferitisi a suo tempo per lavoro e poi rimasti là e che magari ritornano ogni anno per le vacanze.Vi sono esempi illustri, come quello del poeta e scrittore Umberto Monti, nato a Cervarolo nel 1882 che a Genova visse e studiò, ma non scordò mai le sue origini, altri meno famosi, certo, ma che col loro lavoro hanno contribuito a rendere Genova una grande città.

Come primo approccio credo possa bastare, non vorrei annoiare. Vi do appuntamento a presto e intendo salutarvi proprio con un sonetto di U. Monti,

 

L’ ADDIO DI UN POETA

Agli amici

 

“Quando non sarò più, non mi cercate

in quelle poche pagine che scrissi,

dove riconoscente benedissi

le creature buone che ho incontrate.

 

Cercatemi in Civago e in Cervarolo

lungo la strada che sognai bambino,

sopra le rocce del sonante Dolo.

 

E là mi troverete, pellegrino

senza bordone, col mio sogno solo:

in quella strada è tutto il mio destino”

 

 

Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia

pér San Lűrenz

“per San Lorenzo”
(“pér San Lűrenz”)

Era la fine del mese di luglio e un contadino di Case Stantini, tal Serafino della famiglia dei  Gemián, era di passaggio lungo la strada che passa in mezzo al paese di Febbio. Tornava da Roncopianigi, dove era stato a ritirare due paia di scarponi che aveva fatto risuolare e rimborchettare da Giuanélla e’ scarpulìn il calzolaio della zona.

Per caso, incontrò Giacomo (Jacmìn di Pinèe”), un pastore di Febbio, che da diverso tempo aspettava di incontrarlo per chiedergli una cosa. Voleva sapere cosa ne facesse dell’erba che aveva su quel campetto, in località Prà Goccia, di proprietà della moglie Olimpia (la Limpia), che la stessa aveva ricevuto in eredità dalla sua famiglia.

Prà Goccia è una località posta circa a metà strada tra gli abitati di Febbio e di Case Stantini. Serafino, passando nelle vicinanze, vi aveva notato una bella lupinella: un’erba lunga e vigorosa. Avrebbe voluto mandarci a pascolare le sue due mucche bruna alpine.

Interpellò cosi Jacmìn di Pinèe, che però categoricamente rispose: «No perché, quel’erba a la tégn pér San Lűrenz» : no perché, quell’erba la tengo per San Lorenzo.

I campi o i prati vicini al paese erano custoditi gelosamente dai pastori di Febbio. Perché durante il giorno della sagra del patrono di Febbio, San Lorenzo martire, avrebbero mandato lì a pascolare le proprie pecore o mucche, e non sui monti come erano ancora soliti fare in quella stagione.

Tutti i Febbiesi emigrati per amore o per lavoro che pér San Lűrenz non mancavano mai di ritornare al loro paesello natìo.

Confraternita SS. Sacramento - Ricevuta (Documento, dall’archivio di famiglia dell’autore)
Confraternita del SS. Sacramento – Ricevuta (Documento, dall’archivio di famiglia dell’autore)

Lurenz d’Burtél, di Febbio originario, da tempo abitava in Garfagnana. Colà si era sposato e sentendosi ancora febbiese e non garfagnino, manteneva l’iscrizione alla Confraternita del SS. Sacramento, congregazione religiosa della parrocchia di Febbio, come si evince dalla ricevuta, messa qui a fianco, fatta nel luglio del 1926.
Da Corfino nell’alta Garfagnana dove abitava, pér San Lurenz, con la sua miccia e la figlia più grande Andreina, raggiungeva sempre il paese natio. A Febbio aveva molti nipoti. Era sua consuetudine, portare a questi figli dei fratelli qualche piccolo regalo dalla Garfagnana, anche solo mezzo soldo, che avrebbero subito speso per San Lorenzo.

Anche la Catìra d’Mingùn accompagnata dal marito di Brica di Metello, paese dell’alta valle garfagnina di Soraggio, da poco sposata, o Masera di Mundìn con la sua bella ed abbiente moglie anch’essa garfagnina erano rientrati da alcuni giorni presso i loro parenti di Febbio per festeggiare il
Santo Patrono.

C’era poi chi, si era sposato più nelle vicinanze, come al Casalino nel Ligonchiese, ed a Coriano. Oppure chi si era sposato ancor più vicino: dai balocc, borgate della frazione di Asta. Anche questi, per quell’occasione, erano graditi ospiti di parenti e conoscenti.

Per esempio, Pêdre de Casalin aveva sposato una donna di Monteorsaro. Pighìn da Rumpianis conobbe la moglie Celsa andando a raccogliere le castagne dai balugán, (così venivano chiamati gli abitanti di Montefiorino e dintorni). Oppure Cesare d’Asta (Cesrún da Cà di Balocc) aveva sposato la Maria di Case Stantini la quale era nata a Marsiglia in Francia all’inizio del ventesimo secolo. Infine ricordiamo Delmo da Curiãn che aveva sposato l’Ida dei Gebennini di Monteorsaro. Tutti non vedevano l’ora di mettere i piedi sotto la tavola dei parenti duranti i festeggiamenti pér San Lűrenz.

Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia (dall’archivio di famiglia dell’autore)
Febbiese che è andata a fare la badante a Marsiglia in Francia (dall’archivio di famiglia dell’autore)

Vecchia foto di una febbiese che era andata a fare la serva e la balia in Francia a Marsiglia. Si presume nel quartiere di Montredon,frequentato appunto da gente emigrata dalla nostra montagna.
C’era chi, pér San Lűrenz, aveva anticipato, per abitudine e per necessità della famiglia, il ritorno a casa, già dai mesi di maggio e giugno, come le domestiche e le balie, dai più comuni luoghi di  lavoro che erano le città di Genova, Milano, Lucca e, qualche volta, ritornavano anche quelle che erano andate più lontano, come in Francia a Marsiglia.

Per tutte le donne, quel mitico giorno, era l’occasione per indossare il vestito e le scarpe più belle  che possedevano. Facevano attenzione a non rovinarle perché in quei tempi non vi erano a Febbio e neppure nei dintorni, strade asfaltate od acciottolate, ma solamente terra e sassi: polvere quando era caldo, e paciugo (pachiǚg) quando pioveva.

 

 

 In tutte le case degli abitanti e nella parrocchia, le donne, al’ rašdûri, preparavano  manicaretti locali, da mettere sulla tavola in casa, che per quell’occasione aveva anche la tovaglia. Pér San Lűrenz era abitudine mangiare tanto per quei tempi, oserei dire quasi sfamarsi. Tante erano anche quelle rašdûri che andavano ad aiutare la perpetua o la famiglia del parroco, per la preparazione di queste prelibate vivande, in canonica. Perché, abitualmente, tanti erano gli ospiti fatti venire dal parroco: dalle autorità comunali, ai carabinieri, a tutti i preti del circondario. A questi sacerdoti poi, non dispiaceva svolgere il loro ufficio in chiesa, tra la popolazione, ma anche con i piedi sotto la tavola.
Foto d’epoca, di una processione religiosa per la festività di San Lorenzo del 1947. Da notarsi i due carabinieri, che accompagnavano la statua del Santo, stando ai lati della stessa (dall’archivio di famiglia dell’autore)
Foto d’epoca, di una processione religiosa per la festività di San Lorenzo del 1947. Da notarsi i due carabinieri, che accompagnavano la statua del Santo, stando ai lati della stessa (dall’archivio di famiglia dell’autore)

Il pomeriggio del giorno precedente, i giovani del paese facevano a gara per pulire tutte le strade della borgata, in special modo la via di Margján, dove sarebbe passata, quasi alla fine della messa, la processione, con la statua del santo. Pulivano con cura anche l’Ažuria, il prato davanti alla chiesa nel quale, il mezzadro del prete, era solito falciare l’erba e quindi predisporlo per il suo attraversamento.

Quindi le donne o meglio le ragazze più giovani, procedevano lungo il percorso ripulito, con grossi cesti di vimini pieni di fiori di campo. Tutti belli, tutti coi petali aperti e con quei colori gialli, violacei, lillà, bianchi, vermigli, che trasmettevano gioia, fin dentro l’anima.

Questi fiori, boccioli e infiorescenze, venivano recisi nei prati, in ti saldùn o dietro ai fossi, in gran quantità.

Dal mattino arrivavano alla Parrocchia di Febbio, qui d’ Muntarsara, qui d’Rumpianïs e qui  d’Cadistantin.
Qui d’Fiéb invece, erano già lì ad aspettarli.
La festa del patrono di Febbio era diversa da quella degli altri paesi dove la loro festa patronale la trasformavano quasi come una fiera, invitando saltimbanchi, giocolieri rinomati, a volte anche teatranti e che durava dai tre ai quattro giorni.
La nostra sagra, era solamente una grossa festa, la più grossa di tutto l’anno, la più sentita ed anche la più desiderata da tutti e soprattutto dai bambini: l’era pér San Lűrenz.

Sul sagrato della chiesa si posizionavano, quasi a scacchiera, i vari venditori ambulanti con i loro banchetti e la loro mercanzia. Molti venivano dal civaghino e parte della loro mercanzia se la procuravano nella confinante Garfagnana. Come non ricordare quella vecchietta di una borgata di Civago, che con due o forse tre, grossi fagotti annodati, portava quei pochi giocattoli, assieme ai bottoni o pettini o specchietti, o anche nastri, ditali e ferri da maglia.
Altri da paesi più vicini, come dalle borgate stesse della parrocchia e da quelle di tutta la valle d’Asta, come quel vecchietto di Case Stantini che la sua mercanzia, molto similare a quella della sua collega civaghina, la portava dentro ad una cassetta e che trasportava in spalla, a mò di zaino.

C’era chi vendeva anche roba da mangiare, tipo dolciumi e quant’altro s’addiceva e s’addice tuttora, al minuto commercio in tali occasioni. C’era pure chi vendeva frutta in genere, in particolare cocomeri interi ed a fette. A tal proposito si potevano vedere, sempre sul sagrato, asini o muli con il loro carico di frutta e verdura, posto nei due cestoni, che ciondolavano ai lati del loro basto. In particolare viene tramandato il ricordo di una di quelle bestie da soma, era l’asino di Diego da Villa, che aveva una caratteristica riga bianca.

Gli ambulanti di una volta barattavano spesso la loro merce, anche con delle uova, che i parrocchiani febbiesi avevano opportunamente tenuto in serbo.

Infine c’era il carretto dei gelati, con il consueto assortimento : panna, limone e a volte anche cioccolata.

Le campane della chiesa di Febbio, come d’altronde tutte quelle delle parrocchiali della nostra montagna, all’epoca e, come ora, annunciavano le ore e primariamente il mezzodì utile ai contadini ed ai pastori per capire quando era pronto e’ sõvre, il pranzo di mezzogiorno. Ma la mattina di San Lorenzo le campane del campanile suonavano a distesa, e si potevano sentire per tutta la valle, subito con i dupi che preannunciavano l’ultima Messa (“La Mĕsa Granda”).
Suonavano anche per l’entrata in chiesa con le donne che entravano dalla porta principale e gli uomini da quella secondaria, posta a ovest, lato del campanile. I due chierichetti, più meritevoli, Manlio da Rumpianïs e Nani da Cà di Stantìn, i soliti due, quel mattino, erano contenti perché la perpetua gli preparava, tra la prima e l’ultima messa, una colazione che a casa loro se la sognavano. Infatti in un profumatissimo caffelatte, intingevano una ciambella che se la ricordavano, per mesi e mesi, da tanto che era buona. Durante la processione venivano ripetuti i rintocchi a festa, che si mescolavano ai canti dei preti officianti ed a quelli dei confratelli e delle consorelle. Questi, sia gli uomini che le donne, vestivano
con gli abiti che per quelle occasioni implicavano.

C’erano poi anche i più piccoli: ‘i luigini’ e le più piccole: ‘le luigine’, per dare più enfasi alla festa religiosa. I febbiesi erano particolarmente devoti anche a San Luigi Gonzaga, tra l’altro lo festeggiavano e tentano di festeggiarlo tuttora, il 21 del mese di Giugno.

Per finire, le campane di Febbio tornavano a risuonare nel pomeriggio per le cerimonie religiose del vespro, dove anche in quella liturgica occasione, tra le ampie mura ed alte volte della nuova chiesa, si risentivano i canti dei preti convenuti pér San Lűrenz, assieme ai parrocchiani che numerosi, all’epoca, facevano ritorno anche nel pomeriggio per il canto dei vespri.

Dopo il vespro, iniziava la sagra non più propriamente religiosa, ma quella cosiddetta ‘pagana’: chi ritornava alle proprie case e davanti a fiaschi di buon toscano maremmano continuava il canto, con stornelli e canti tradizionali, o chi andava a fare quattro salti, presso qualche osteria o in qualche aia, con i sunadür, i suonatori.

Tutto ciò succedeva nella parrocchia di Febbio, una volta, il 10 del mese di Agosto.

Per San Lorenzo (”pér San Lűrenz”).

 

 

Rami di biancospino

Il Biancospino

Il Biancospino o crataegus oxyacantha nel nostro dialetto perbucin è un arbusto cespuglioso e spinoso, con corteccia giallastra, che scurisce con l’età .

Biancospino
Biancospino
Frutti di Biancospino
Frutti di Biancospino
Rami di biancospino
Rami di biancospino

Le foglie  presentano in lobi più o meno marcati.

I fiori, riuniti in grappoli, compaiono in primavera e sono piccoli , bianchi o rosati e sono assai profumati.

I frutti sono piccole drupe rosse, dalla polpa farinosa, che persistono a lungo, fino ad autunno inoltrato.

Il biancospino è diffuso nelle regioni mediterranee, in Italia lo si trova dalla pianura alla montagna, nei boschi e nelle siepi, su terreni poveri, sassosi e aridi.
Si usano fiori, frutti e la corteccia
I fiori si raccolgono ancora in boccio. I frutti all’inizio dell’autunno quando sono ben maturi; si possono seccare anche in forno. La corteccia si raccoglie in autunno o in inverno e si fa seccare all’ombra.
Il biancospino è ricco di tannini e vitamina. È rilassante, ipotensivo, stringente, febbrifugo.

Cura della pressione alta

Due cucchiaini di fiori in un quarto di acqua calda; coprire e dopo 10 minuti filtrare. Berne una tazzina al mattino, a digiuno e una alla sera  prima di coricarsi.

Contro l’insonnia

Un cucchiaino di fiori  di biancospino ed uno di fiori d’arancio in una tazzina da caffè  di acqua calda. Coprire e filtrare dopo 5 minuti. Bere prima di coricarsi.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

Maggio, mese di Rogazioni

Nel mese di Maggio, nei tre giorni antecedenti la festa dell’Ascensione, si svolgevano le Rogazioni. E’ questo un rito molto antico, una processione volta ad ottenere la fertilità della terra.
Come è stato in tutta la nostra montagna, anche a Gazzano si sono tenute le Rogazioni. L’antico rito è così stato ripetuto fino al 2015; in questi ultimi anni si sono infatti le Rogazioni si sono via via abbreviate con un continuo impoverirsi di partecipanti grazie alla costanza di don Giuseppe e alla perseveranza di alcuni anziani fedeli del paese.
La processione ogni giorno percorreva un itinerario preciso, costeggiando strade e sentieri in mezzo ai campi, sostando davanti ad una Croce addobbata con fiori e ceri:  venivano recitate preghiere rituali , tratte dalle Litanie dei Santi in cui si chiedeva al Signore di preservare la terra e i campi dalla peste, dalla fame, dalla guerra, dalle tempeste, dai fulmini, in modo da ottenere frutti e sostentamento e poterlo così conservare.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)

A peste , fame et bello libera nos Domine

At fulgure et tempestato libera nos Domine

Ut fructus terrae dare et conservare diversi Te rogamus, exaudi nos Domine

Nei tempi passati tutti coltivavano la terra e per tutti la terra era Madre e sostegno. I tempi oggi sono cambiati: molti hanno abbandonato la campagna per rincorrere il mito del lavoro più  facile e meno faticoso, con il risultato che i nostri paesi sono ormai vuoti e gli abitanti rimasti sono sempre più anziani, i campi e i prati sono incolti e il rapporto con la Madre terra è venuto a cessare e insieme anche queste antiche liturgie hanno perso il loro antico valore.

Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
Rogazioni al Poggio (Foto di G.Stefani 2014)
 

Io ne ho un ricordo bellissimo fatto di lunghe processioni, con tanti bambini e tanti adulti che cantavano le litanie dei Santi in latino; durante la processione, ad ogni sosta, si aggiungeva sempre più  gente e si arrivava insieme in luoghi solitari dove esisteva una casa ed una stalla abitati ed animati da uomini, donne, bambini ed animali.

Quest’anno a Gazzano,  le rogazioni non saranno celebrate, e probabilmente, sarà l’inizio della fine di quest antichi rituali.

Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Croce delle rogazioni
Passato Presente in Appennino

Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima

Niente è così sfuggente come il tempo, così inafferrabile….

Sant’Agostino scriveva che:
«Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima.
Il passato non esiste in quanto non è più,
il futuro non esiste in quanto deve ancora essere,
e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro.»

Viviamo il presente, senza nemmeno accorgercene, ogni nostra azione non appena è compiuta è già relegata nel passato. L’impressione che si ha  quando si pensa al passato è di qualcosa di ineluttabilmente compiuto  ma è anche indubbio che il passato abbia un’importante influenza sul presente, come se passato e presente possano considerarsi un’unica cosa, o due entità non del tutto separate che si condizioniamo  continuamente a vicenda, a tal punto che il passato può diventare concretamente presente e reale potendolo facilmente distinguere attorno a noi .

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La memoria storica, che sia essa conservata in un testo, in un album fotografico, in un racconto, in un rudere  o altro, testimonia  sia dei fatti più significativi della nostra vita sia delle principali vicende umane. Distruggere la memoria storica equivale a distruggere i fondamenti  della propria identità e della propria continuità nel tempo.

Questa introduzione

Nell’audiovisivo “Passato presente in Appennino”, ho cercato di illustrare come questi luoghi siano  un vero e proprio forziere che custodisce memorie storiche giunte sino a noi da millenni passati, quali ad esempio le testimonianze di  vicende geologiche che hanno plasmato  l’orografia delle montagne, oppure testimonianze  provenienti  da tempi più recenti che ci raccontano di attività e modi di vita ormai del tutto scomparsi (ad esempio:  la coltivazione dei castagneti e gli antichi mulini importantissimi per la produzione di farine alimentari ottenute sia dalle castagne secche che dai  cereali localmente coltivati); ci raccontano di vita dura e difficile dalla quale appena se ne presentava  la possibilità si cercava di fuggire, abbandonando i vecchi borghi sperduti tra le montagne (come nel caso di Sant’Antonio di Frassinoro) per rincorrere i sogni di una esistenza  migliore apparentemente possibile solo trasferendosi  nelle città per lavorare nelle fabbriche; ci raccontano anche di una cultura ricca e spontanea che rivive nelle rievocazioni e rappresentazioni tradizionali come appunto è per il Maggio Cantato.

Arnica montana

L’Arnica Montana della famiglia delle asteracee, è un’erbacea perenne. Si trova in prati e

Arnica Montana
Arnica Montana

pascoli di montagna (da 800 a oltre 2000 metri); è presente sulle Alpi e sugli Appennini, difficilmente si trova più a sud dell’Emilia. Il suo fusto è alto circa 40 cm., nasce da una rosetta basale di foglie ovate, con nervature evidenti e leggermente pelose e porta due foglie opposte e presenta, nel periodo cha va tra luglio e agosto, un capolino di colore giallo-arancione simile a quello della calendula.

Nota fin dall’antichità come pianta vulneraria, calmante, analgesica e revulsiva di questa si usano foglie, radici e fiori fatti essiccare. In genere si raccolgono i soli fiori.
Per le contusioni e distorsioni si macerano o si fa un decotto con i fiori essiccati; una tintura per decongestionare infiammazioni e punture di insetti. Per i traumi si fa un cataplasma di fiori e foglie pestate.

In passato le foglie essiccate venivano utilizzate come tabacco da naso o da pipa.

Il suo forte odore è sgradito al bestiame e risulta velenosa a forti dosi o per uso interno.
Non si deve utilizzare su ferite sanguinanti, né deve essere posta vicino agli occhi, bocca o organi genitali.

Acetosa

Acetosa

L’erba Acetosa (Rumex Acetosa), è perenne spontanea e infestante, molto vigorosa,  rustica e  frugale , con foglie ampie, con apparato radicale ingrossato. Formano dei cespi folti e alti 30/40 centimetri. I fiori, bianchi o rosati,  sono riuniti  in infiorescenze a pannocchia, erette e alte fino a 80 centimetri.

Acetosa
Acetosa

È comune anche qui da noi, nei prati e nei pascoli, sia in pianura che in montagna. Volgarmente viene chiamata “erba puta“o “erba brusca” per il sapore asprigno delle foglie. Quante volte, quando ero bambina, andavo al pascolo con mia nonna e se chiedevo da bere e, nelle vicinanze, non c’era l’ acqua, la nonna mi raccoglieva le foglie di “erba puta” e me le faceva masticare. Il sapore un po’ acetato sembrava che togliesse la sete.

Bei ricordi e bei tempi…

Ancora oggi come allora, vengono mescolate ad insalata verde, sedano bianco e ravanelli.
Ottimo rimedio contro le punture di api o vespe: si pestano alcune foglie fresche e si applicano sulla puntura, dopo aver estratto  il pungiglione.
Come cura rinfrescante primaverile:  si mette un cucchiaio di foglie in 250 grammi di acqua calda, dopo 10 minuti si filtra e se ne beve una tazzina a digiuno al mattino e una alla sera prima di caricarsi, aggiungendo un cucchiaino di miele.
Non è  indicata per chi soffre di calcoli renali, perché  contiene acido ossalico.

Celidonia

La Celidonia

Celidonia
Celidonia

L’erba dei porri o erba delle verruche, come si dice dalle nostre parti, è una erba perenne e la si trova da noi già dalla primavera. Cresce soprattutto sui ruderi, sulle macerie, nelle fessure di vecchi muri. Ha foglie morbide e vellutato, coperte da una sottile peluria; i fiori sono di colore giallo vivo. Quando si spezzano le foglie o gli steli fuoriesce un lattice giallo che, strofinato sui porri o verruche, è efficace nel “bruciarli”.

Quante volte da bambina l’ho usato!…perché  una volta, e parlo di 55 anni fa, qualche verruca l’avevamo tutti.

 

 

La celidonia è una papaveracea e contiene alcaloidi e altre sostanze velenose, quindi, come erba medicinale va usata con cautela e nicamente per uso esterno.
Fiorisce da aprile a settembre

 

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Sono passati 72 anni

20 marzo 2016/20 marzo 1944

Stesso giorno ma 72 anni dopo si commemora la strage dell’ Aia di Cervarolo.

La banda musicale di Villa Minozzo ha accompagnato tutto lo svolgersi della cerimonia, con il Sindaco di Villa Minozzo ed i sindaci di altri paesi limitrofi, autorità militari e politiche.
Don Giuseppe Gobetti ha celebrato la S.Messa; i ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Villa Minozzo hanno ricordato in maniera significativa, con canti e gesti commoventi ed intensi, l’efferato martirio dei 24 civili, tra questi anche l’allora parroco Don Pigozzi, inermi ed innocenti, caduti per mano dei nazifascisti.

Ad assistere a questa mesta cerimonia tante persone e Associazioni partigiane e Istoreco; un esiguo numero di donne  nipoti, pronipoti e parenti dei caduti.

Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944
Cervarolo 20 marzo 2016/20 marzo 1944

Il Sindaco Luigi Fiocchi ha pronunciato parole semplici ma sentite e commoventi, esaltando l’operato delle donne anche in quei tragici momenti.
Ha parlato l’on. Antonella Incerti, ricordando la resistenza della nostra montagna e come i partigiani abbiano combattuto per riprendersi la dignità  di popolo unito e libero, allora allo sbando.

L’inno nazionale, eseguito dalla banda, ha concluso sull’Aia la commemorazione, non senza qualche lacrima tra i presenti.

Per tutti noi, ma soprattutto per le nuove generazioni, sia un ricordo da mai dimenticare.

 

Il 'Casun'

Perché a Pasqua si sciolgono le campane?

A Pasqua si sciolgono le Campane

Questo modo di dire deriva da antica tradizione religiosa. Le campane suonano tutto l’anno ogni giorno, però restano in silenzio solo il giorno in cui si ricorda la morte del Signore (venerdì santo).

Per l’occasione, una volta, le campane ( precisamente i battacchi) si legavano con corde l’una all’altra, perché non emettessero alcun suono.
Il giorno di Pasqua venivano sciolte e da qui il modo di dire “sciogliere le campane”. Il sabato Santo , a mezzanotte le campane suonano gioiosamente a distesa, per comunicare che Gesù è risorto.

Negli anni 50/60, quando ero bambina, si ovviava alla mancanza del suono delle campane, con uno strumento artigianale, fatto in legno, chiamato “ranela” , da noi a Gazzano; nel versante modenese “grasciula”, proprio per il suono gracidante, simile a quello delle rane.
Questo strumento consisteva di un telaio sormontato da una ruota dentata, a cui era attaccato un manico che veniva fatto girare velocemente su una lamella, propagando un suono sgraziato, secco e crepitante.

Il 'Casun'
Il ‘Casun’

I ragazzi più ingegnosi costruivano un altro attrezzo più grande con una cassa armonica ampia, in modo che il suono prodotto fosse più cupo e cavernoso. Era chiamato e’ casun.
Solo i maschi azionavano questi attrezzi ( le femmine sempre escluse) durante la funzione del venerdì santo, e in determinati momenti, segnalati da un adulto. Qualche volta succedeva che l’impazienza avesse il sopravvento, e si udisse qualche gr, gr estemporaneo, accompagnato da uno scappellotto….! A fine funzione si scatenava il putiferio dentro e fuori la chiesa. Si univano il sacro e il profano! In quanti eravamo, grandi e piccoli; era un momento di aggregazione, fatto di cose semplici e spontanee!

La Croce d'Oro

La Croce d’Oro

O verità o leggenda, mi viene riportato come segue.
Sono anche persuaso che l’ accadimento che sto per raccontare, sia avvenuto in Val d’Asta, più di cento anni fa: nella seconda metà o alla fine nel diciannovesimo secolo.

La Croce d'Oro
Il paese di Febbio (m. 1021s.l.m.) visto dal Monte Torricella (m.1262 s.l.m.) ai giorni nostri e con l’attuale chiesa costruita negli anni trenta dopo il famoso terremoto del ’20, nascosta dall’antistante pineta.- (Foto fatta un giorno di primavera dall’autore)

Il giorno dell’Ascensione, cade normalmente nel mese di Maggio o ai primi del mese successivo di Giugno.
In diversi paesi sia cattolici che protestanti, il giorno dell’Ascensione è considerato festivo anche per gli effetti civili. In Italia, invece, da alcuni anni, è ricompresa fra le festività soppresse.

Da Wikipedia

Durante il Concilio di Elvira (ca. 300-313) fu discussa la data in cui celebrare l’Ascensione, e fu deciso che non andasse commemorata né nel giorno di Pasqua, né in quello di Pentecoste.
Poiché infatti secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, l’ascensione di Gesù è avvenuta 40 giorni dopo la Pasqua, ogni anno i cristiani celebrano la festività dell’Ascensione generalmente in tale data.
Poiché la Pasqua è una festa mobile, nel senso che la sua data varia di anno in anno, di conseguenza anche la data della festività dell’Ascensione varia.

Era consuetudine, che in quel santo giorno, il parroco di Febbio con i suoi parrocchiani partissero dalla chiesa di Febbio, che non era quella di adesso, ma posta in posizione più vicina al paese: di fronte all’attuale Bar-Ristoro dove vi sono ora delle abitazioni e fino a poco tempo fa anche un negozio di macelleria, alla volta delle pendici del Monte Torricella, per fare una lunga processione religiosa.

Non mi si dice se prima o dopo la messa di quel giorno festivo. La gente tutta della parrocchia e pertanto oltre a Febbio anche delle borgate di Case Stantini, Roncopianigi e credo anche di Monteorsaro, partivano con il loro prete vestito con gli indumenti sacri per le grandi funzioni religiose e con una croce d’oro posta su di un bastone portacroce, che dicevano essere molto bella, tutta d’oro e ricca di un significato autenticamente religioso, per quella miserevole comunità di alta montagna.
Quindi tutti i fedeli, con il prete e la croce in testa, attraversata la borgata di Febbio, passavano poi davanti ai molini dei Bianchi: prima dinanzi a quello di Luigi (“Lùvisïola di Mundin”) quello che oggigiorno chiamiamo il mulino di Rocco e poco dopo dinanzi a quello della Domenica (“la Pirãgna di Mundin”), chiamata anche ‘Domenica del mulino’, e da quello dei Puglia (“qui d’Urland”) poco distante.
Questi mulini erano posti tutti in fila, in quanto, verosimilmente utilizzavano la stessa acqua derivata dal rio o fosso Grande. Subito dopo sorpassata una casa isolata (“Cà d’lesci”), veniva raggiunta ed attraversata, sempre tutti in fila, la borgata di Roncopianigi.

La Croce d'Oro
Il paese di Roncopianigi (m.1.090 s.l.m.) visto dal Monte Torricella (m.1262 s.l.m.) ai giorni nostri, con in primo piano la nuova pineta del Bosco Grande. (Foto fatta dall’autore in un giorno invernale senza neve)

La processione, continuamente con la croce d’oro in prima fila e portata a turno dai giovani che si prestavano con buona volontà per questa assunzione di fiera responsabilità. Ci si immagina che lo stesso corteo, fosse allietato anche da canti religiosi, in particolare da voci femminili, con inni alla Madonna ed al Signore.
Passato l’abitato di Roncopianigi si attraversava il fosso del Salattone prima e del Mandriale dopo. Il corteo proseguiva sempre sulla strada mulattiera che normalmente portava, secondo i costumi e le usanze del tempo, per l’uso agricolo, a quei campi posti alla località denominata Bosco Grande: grande area pascoliva e coltiva. Tanti erano i piccoli campi coltivati a frumento, ma in maggior parte anche a veccia, scandella e segale, e che si potevano vedere transitando in quella zona in buona parte anche di uso civico.
Attualmente tale territorio è in maggior parte rimboschito artificialmente con piante resinose oramai quasi tutte di alto fusto, nel suo abbandono naturale, si sono mescolate con essenze di piante autoctone, come si può evincere dalla foto riportata.
Il corteo guadagnava, sempre con questa strada di comunicazione il passo di Prà d’Ancino, che in quei tempi era anche quella di cui ci si serviva per raggiungere località anche più lontane come Coriano e poi Villa e Minozzo.
La posizione di Prà d’Ancino in discorso, non era l’attuale località dove è stata costruita, con l’avvento del traffico automobilistico, la nuova odierna rotabile e da poco asfaltata, ma era posta più a valle.
Era un piccolo varco di scollinamento sulla cresta che divide la Val d’Asta con la media valle del Secchiello molto più vicino al monte Torricella, dista di fatti circa 300 metri, in linea d’aria, la cui sommità nei tempi antichi reggeva forse una torre di avvistamento, da questo il nome Torricella.

La Croce d'Oro
Estratto di mappa catastale, quella all’impianto del catasto del 1893, dove si può ben evincere la vecchia strada mulattiera: Roncopianigi-Coriano. La mappa è posta con la parte iniziale in alto, rivolta verso Nord (Fotocopia di mappa, gentilmente concessa dallo studio GEBENNINI&CAMPI di Villa Minozzo)

Su questa località di Prà d’Ancino, si dice che esistesse allora una piccola edicola religiosa con un altarino, probabilmente dedicato alla Madonna, si pensa, a quella di Montenero, celebrato Santuario vicino a Livorno, come d’altronde erano dedicate la maggioranza delle edicole religiose della nostra montagna.

La Croce d'Oro
Foto della zona della vecchia località del Passo di Prà D’Ancino (m.1.207 s.l.m.)dove con ogni probabilità si trovava la Maestà con l’altarino, come si presenta ai giorni d’oggi, della Maestà però, non è stato possibile ritrovare nessun reperto in loco (Foto fatta dall’autore sempre in un giorno invernale senza neve, ma con la brina, ripercorrendo o meglio cercando di ripercorrere la vecchia strada che i Febbiesi facevano ‘una volta’.)

Altrettanto e nello stesso tempo, forse anche qualche minuto dopo, in quanto la distanza tra Coriano e Prà d’Ancino è un pò più corta, rispetto a quella tra Febbio e la medesima località, partiva un’altra processione dalla chiesa di Coriano e non da quella di Tapignola in quanto ancora non esisteva, ma dalla Chiesa che era posta all’estremità inferiore della borgata di Coriano, con il cimitero attiguo a valle che guardava Villa. Il loro prete vestito con i paramenti d’uso e di ‘tutto punto’, anche questo per quell’occasione, partiva con i parrocchiani e la loro croce, che non era d’oro, posta davanti a tutti.

La Croce d'Oro
Il paese di Coriano (m. 1.008 s.l.m.) in primo piano e quindi la Chiesa della frazione di Coriano a Tapignola (m. 866 s.l.m.) nell’attuale posizione, e sullo sfondo l’abitato di Villa Minozzo (m.680 s.l.m.), il tutto visto dal Monte Torricella (m.1.262 s.l.m.) ai giorni nostri. (Sempre foto fatta in periodo invernale e senza neve dall’autore)

La processione con in testa la croce, come anzidetto, il prete, e senz’altro con anche a fianco dei chierichetti con i loro vestiti che che venivano indossati all’uopo e tutto il seguito, iniziava attraversando le case del paese di Coriano e poco dopo le case di Cà Fontana, fino a raggiungere anche loro, in contemporanea, si pensa o quasi, la località di Prà d’Ancino e con essa la maestà a mò di edicola – piccola cappella, dedicata alla Madonna e con il piccolo altare prima citato.
Prà d’Ancino con tutta la cresta-crinale, che dal monte Prampa scende al monte Torricella per finire in fondo all’alveo del Rio Grande, era ed è il confine fra i territori di competenza delle due frazioni e contestualmente tra le giurisdizioni delle due parrocchie: di Febbio e Coriano.
Qui le due comunità religiose si incontravano, e quasi certamente i due preti officiavano assieme la sacra funzione che era d’ uso. Dopo, con ogni presumibilità, le due collettività confinanti, si fermavano nei prati attigui e facevano festa, riposando stanchi dalla lunga marcia compiuta, e frugalmente consumavano quanto da casa si erano portati appresso, facevano anche festa con balli e canti, come conveniva in quel giorno dell’anno devoto all’Ascensione al Cielo di Nostro Signore Gesù Cristo.
Fu nell’ultima processione, l’anno preciso non mi è dato di saperlo, ma penso in quello spazio di tempo che ho avuto modo di dire alla premessa, quelli di Coriano con un atto di prevaricazione, si impossessarono della Croce d’Oro dei parrocchiani di Febbio e se la tennero fino alla loro chiesa di Coriano. Penso in essa custodita, forse anche adesso, ma in quella di Tapignola.
Di conseguenza ai fedeli di Febbio, forse ci sarà stata anche un inizio di diverbio tra i due gruppi di persone, ma forse il buon senso e la ragionevolezza di quelli di Febbio, non rimase che prendersi la Croce della chiesa di Coriano, che anche se bella, ma non d’oro, e mestamente portarsela in custodia presso la loro chiesa al loro paese. Suppongo che tale croce sia quella che normalmente, anche oggi, viene portata in qualsiasi processione di carattere religioso.
Da reminescenze di mia madre (“La Mäighe”), avute a sua volta da mia nonna Giovanna (“la Giana d’Masmun”), ed anche da altre persone anziane di Febbio che si ricordavano, per voci ovviamente tramandate, non si è mai potuto venire a conoscenza se a quell’ultima processione, ne fossero seguite altre con le croci ‘benevolmente scambiate’.
Suppongo di no.

 

Renato Luciano Fornaciari “Slim” e la Resistenza in montagna

L’appennino reggiano è pieno di lapidi, monumenti, edicole, che ricordano caduti ed eventi legati alla Resistenza, uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà che li accomunava. Noi li vediamo tutti i giorni, ma ormai non ci facciamo più caso. Silenziosi testimoni delle atrocità commesse dagli uomini, aspettano un fiore, un ricordo, una preghiera.
Febbio, chiesa di San Lorenzo. Un’edicola sotto un albero è lì da tempo a ricordare un uomo, uno dei tanti sacrifici che hanno caratterizzato la nostra penisola durante la guerra di liberazione.
Avviciniamoci e leggiamo: “RENATO LUCIANO FORNACIARI PATRIOTA “SLIM” – Reggio 5 aprile 1925 – Febbio 31 luglio 1944”.
Ma chi era “Slim”? Cosa faceva? Da dove veniva?

 

Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Fonte: Resistenza Mappe)Renato Luciano Fornaciari “Slim”
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Renato Luciano Fornaciari nacque a Reggio Emilia il 5 aprile 1925 (alcune fonti riportano il 4 aprile).
Giovane studente, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana arruolandosi il 22 giugno 1944 nella 26ma Brigata Garibaldi. Durante il rastrellamento che, nell’estate del 1944, investì la Repubblica di Montefiorino, “Slim” (questo il suo nome di battaglia), si offrì di raggiungere, per rifornirla di munizioni, una formazione partigiana rimasta isolata. Catturato dai nazifascisti, “Slim” fu seviziato e passato per le armi il 31 luglio 1944. Con il suo nome fu poi chiamata la 26ma Brigata Garibaldi. Fu decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria. L’edicola in sua memoria sorge nel luogo dove fu ritrovato il suo cadavere.

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

 

Quali furono gli eventi che portarono alla sua cattura?
Facciamo un passo indietro, precisamente fino alla notte del 19 maggio 1944, quando gli eserciti alleati effettuarono il primo aviolancio di armi, materiali, viveri e abbigliamento a favore dei Partigiani accampati presso il centro di addestramento della vicina Lama Golese (la Magulesa).

La settimana successiva, il 24 maggio, venne attaccato da parte dei partigiani il presidio fascista di Villa Minozzo, ma non riuscendo a sopraffare il nemico furono costretti a ripiegare. Il giorno seguente, i fascisti insieme ai rinforzi tedeschi, tentarono di raggiungere la Val d’Asta, ma furono fermati al Ponte della Governara subendo gravi perdite.

 

 

 

Ponte della Governara (Fonte: Resistenza Mappe)Ponte della Governara
(Fonte: Resistenza Mappe)

 

Successivamente, il 9 giugno tentarono inutilmente di riprendere il controllo del presidio di Villa Minozzo e, dal 17 giugno, anche il territorio di Villa Minozzo divenne parte della “Repubblica Partigiana di Montefiorino”, dove si concentrarono circa 5000 partigiani, in maggioranza giovani che si sottrassero al bando di leva decretato dalla Repubblica Sociale Italiana fascista .
Ben presto però scattarono i pesanti rastrellamenti noti come “Operazione Wallenstein”, che interessarono prima l’area a est della Cisa (30 giugno-7 luglio), poi quella a ovest (18-29 luglio), quindi la zona modenese (30 luglio-3 agosto), ponendo brutalmente fine all’esperienza della zona libera della Repubblica di Montefiorino (1 agosto).

 

Abitazione a Villa Minozzo distrutta dai bombardamenti nazi-fascisti.Villa Minozzo in fiamme
(Fonte: Istoreco)

“O tu che peregrino vai per l’erto colle
Sosta su quest’umile sasso
Piega il ginocchio e riverente lo sguardo volgi
Qui un sacrificio avvenne,
Qui un giovane eroe immolò la sua vita
E sacre rese queste pietre del suo sangue intrise
Dal barbaro alemanno fu colpita la carne
Non il suo spirito che eterno aleggierà per queste valli
E quando scenderà dolce la sera
Su questi monti udrai l’eco
Di quei giorni tempestosi
Nei quali il nostro popolo
Per la sua libertà sacrificava i figli migliori”.

(Dalla lapide dedicata a “Slim”)

 

Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)Febbio, chiesa di San Lorenzo. L’edicola in memoria di Renato Luciano Fornaciari “Slim” (Foto di Rosa Palumbo)

APPROFONDIMENTI:
LA REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_partigiana_di_Montefiorino

RESISTENZA MAPPE
http://resistenzamappe.it/

Il Fuoco del Camino

Una storia intorno al fuoco

Una storia ascoltata nelle serate d’inverno attorno al fuoco a casa di mio nonno; come tutte le storie raccontate attorno al fuoco durante l’inverno è sicuramente ingigantita dalla fantasia ma un poco di verità forse c’era.

E’ la storia di Landìn, un fabbro di Casa Batti e delle paure o spiriti o presunti tali che si vedevano o sentivano in alcune zone.

Il Fuoco del Camino
Il Fuoco del Camino

Una sera al ritorno dal mercato di Villa Minozzo, questo signore si era fermato a Castiglione in osteria e, come tutti in quel tempo, ci si fermava per bere vino, si beveva vino e si raccontavano storie, anche storie di paure, come sicuramente era successo quella sera, così tra una storia e un bicchiere era giunta mezzanotte, e Landìn doveva rientrare a Case Bagatti, e la strada passava proprio di fianco al cimitero, dove dicevano che si sentivano gli spiriti. Facendosi coraggio si incamminò verso casa, naturalmente a piedi e in spalla gli acquisti del mercato.

Giunto nelle vicinanze del cimitero senti qualcosa che gli batteva nei polpacci, si girò ma non c’era nessuno, allungò il passo ma chi gli batteva nei polpacci lo faceva di nuovo, e non bastò camminare di corsa, sentì che lo battevano fino a che non oltrepassò la chiesa. Certo non erano vere e proprie botte ma sicuramente qualcosa lo toccava.

Rientrò a casa se non spaventato sicuramente intimorito e convinto di aver vissuto una storia soprannaturale.

Raccontò tutto alla moglie che lo aspettava ancora alzata, la quale un po’ si impressionò, ma poi andarono a dormire, Landìn mentre si spogliava cominciò a ridere fino a far indispettire la moglie e alla fine svelò il mistero: non erano gli spiriti a battere i suoi polpacci, ma la cinghia dei pantaloni che non si sa come si era slacciata e prima di sfilarsi tutta batteva nelle sue gambe.

Raccontata così non è una grande storia, ma per un bambino piccolo ascoltata in una sera di veglia attorno al fuoco che era anche l’unica fonte di luce, faceva molto effetto.

 

I giorni della settimana

I giorni della settimana

Amarcord

LUNDI’ l’ha pers la ruca
MARTEDI’ e l’ha cercada
MERCURDI’ e l’ha truvada
I giorni della settimana, da "Didattica Digitale" il blog dell'Istituto Comprensivo F.Sacchetti San Miniato (Pisa)
I giorni della settimana, da “Didattica Digitale” il blog dell’Istituto Comprensivo F.Sacchetti San Miniato (Pisa)
GIOVEDI’ l’ha peutna la stupa
VERNARDI’ e l’ha mi sa in tal ruca
SABD e s’è lava la testa
DMEUNGA l’è festa
Maggio a Gazzano 2015

Il Maggio Cantato. Impressioni di uno spettatore esordiente

Il mio primo Maggio, o meglio, la prima rappresentazione del maggio cantato alla quale ho assistito, si è tenuta  a Gazzano lo scorso 26 luglio, dove la compagnia maggistica “Le due Valli” ha messo in scena “il Sentiero degli inganni” di Miriam Aravecchia. Come al solito, prima e con largo anticipo, ho cercato di approfondire, almeno in modo minimamente sufficiente, le mie conoscenze al riguardo, rendendomi conto che attorno alla rappresentazione vera e propria, vi è una struttura complessa che non è del tutto percepibile, apparendo il maggio stesso come uno spettacolo esteriormente semplice che si volge sul cosiddetto Campo de Majo.

Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015

Quest’ultimo, ha forma circolare e può essere allestito su un prato, una piazza, una radura. Tale forma consente un forte coinvolgimento del pubblico, il quale diventa esso stesso parte integrante della rappresentazione. Gli interpreti sono, oltre agli attori, tutti coloro che si adoperano per realizzare la messa in scena dello spettacolo stesso: il regista, capo maggio o campione che organizza tutto lo svolgimento dello spettacolo e funge da suggeritore di quartine operando alle spalle dei cantanti che si alternano  in scena; i suonatori che arricchiscono lo spettacolo con il loro accompagnamento musicale; gli assistenti di scena e i cantinieri, questi ultimi hanno l’importante ruolo di ristorare gli attori con qualche goccetto di vino (ma a volte anche acqua!!!)  durante lo svolgimento delle rappresentazioni. Gli attori sono dotati di bella voce e accentuano la drammaticità delle loro interpretazioni con una spiccata gestualità ed espressioni del viso.  In ultima analisi, quindi, la rappresentazione del Maggio è la parte finale di un lavoro che inizia molto prima.  Volendo apprendere  qualcosa di più sono andato al campo e Majo alla mattina della rappresentazione al fine di scambiare qualche parola con coloro che erano impegnati ad allestire la scenografia e che, con grande cordialità e disponibilità, mi hanno illustrato il loro lavoro e lo spettacolo in programma.

Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015

Il Maggio cantato, credo di poter affermare, che continua ad esistere esclusivamente grazie proprio all’impegno, silenzioso e volontario, di coloro che nel nostro Appennino operano con dedizione per questa genuina forma di spettacolo popolare.

Maggio a Gazzano 2015, Adelmo Tagliatini verso il vino a Giordano Zambonini
Maggio a Gazzano 2015, Adelmo Tagliatini verso il vino a Giordano Zambonini
Maggio a Gazzano 2015, l'orchestra
Maggio a Gazzano 2015, l’orchestra
Maggio a Gazzano 2015, Giordano suggerisce le quartine
Maggio a Gazzano 2015, Giordano suggerisce le quartine
Maggio a Gazzano 2015, il pubblico
Maggio a Gazzano 2015, il pubblico
Maggio a Gazzano 2015, i magiarini Raniero Zambonini e Giacopelli
Maggio a Gazzano 2015, i magiarini Raniero Zambonini e Giacopelli

E’ bello vedere come ad esso partecipano e collaborano sia anziani sia giovani, il che vuole essere di buon auspicio per gli anni futuri. Il pubblico, molto eterogeneo, vive questa spettacolo anche come una bella occasione per incontrarsi, per stare assieme in compagnia, per divertirsi e perché no… anche per scambiarsi un qualche bicchier di vino, il che, ovviamente,  aiuta a rendere il tutto assai più coinvolgente.

Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015, Laura Verdi
Maggio a Gazzano 2015, Laura Verdi
Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015
Maggio a Gazzano 2015, Marzia Verdi e due baldi giovani magiarini
Maggio a Gazzano 2015, Marzia Verdi e due baldi giovani magiarini

Partendo con l’ambizione di raccogliere in immagini  gli aspetti sopra descritti mi sono così apprestato ad assistere al mio “primo Maggio cantato”. Questi che seguono sono un estratto dei miei scatti, sperando almeno di poter minimamente contribuire ad essere di stimolo a qualche nuovo spettatore.

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920

Quando la terra tremò in Asta

7 Settembre 1920, ore 7:56

Un boato. Le urla. Il fuggi fuggi generale. 20 secondi di terrore. Poi, il silenzio assordante della fine di un incubo, rotto dalle urla dei sopravvissuti.

Neanche il tempo di rendersi conto dell’accaduto ed ecco che alle 9:12 sopraggiunse un’altra scossa a dare il colpo di grazia a quello che fino a poche ore prima erano paesi e persone, squassando con violenza le macerie mortali.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).
La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia

Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia

Campanile della Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Disastri sismici in Italia
Campanile della Chiesa di San Lorenzo, Febbio Terremoto 1920, Disastri sismici in Italia

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

Sono passati 95 anni da quel triste giorno. Ormai è un solo un ricordo di chi è ancora tra i sopravvissuti. Qualche discendente conserva la storia vissuta o tramandata conservando anche foto, ritagli di giornale, o magari qualche cartolina d’epoca.

Inviateci il materiale che conservate oppure raccontateci i vostri ricordi, ci piacerebbe fare memoria e condividerla con il mondo intero.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio (anno 2015).

Il terremoto del 1920

7 Settembre 1920, ore 7:56

Epicentro a Fivizzano (Garfagnana), magnitudo 6.4 gradi Richter (IX-X scala Mercalli), 171 vittime ufficiali, 650 feriti, qualche migliaio i senzatetto. L’area dei danni fu molto vasta e comprese la Riviera Ligure di levante, la Versilia, le zone montane del Parmense, del Reggiano, del Modenese, del Pistoiese e la provincia di Pisa. Sisma avvertito dalla Costa Azzurra al Friuli e, a sud, in tutta la Toscana, Umbria e Marche, e registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei. Alla scossa principale seguirono numerose repliche nelle ore e nei giorni successivi, che cessarono del tutto l’1 agosto 1921. Questi sono i numeri di una catastrofe preannunciata poche ore prima da una scossa più leggera avvertita da tutti e a seguito della quale molta gente dormì all’aperto, limitando il numero delle vittime.

La Garfagnana era in ginocchio. I villaggi di Capraia, Montecurto, Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente. Una settantina di paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi a gran parte del patrimonio edilizio. In altri 160 paesi ci furono numerosi crolli e gravi danni e un centinaio di altre località subirono danni di media entità.

I giornalisti de “La Nazione” furono tra i primi a giungere nelle zone colpite e a descrivere la gravità delle conseguenze della scossa, che in un primo momento furono sottovalutate: “A mano a mano che ci inoltriamo nella regione colpita, tutto conferma, purtroppo, la fondatezza delle prime notizie. I paesi che sono successivamente attraversati dalla nostra macchina, mostrano sempre più gravi gli effetti della formidabile scossa, che ha scrollato tutto il sistema montuoso che corona le valli del Serchio e dei suoi affluenti. E’ una triste teoria di rovine che mette sgomento nell’animo; un seguirsi di scene di dolore e di disperazione che ci procura una pena infinita per l’impossibilità di portare un soccorso e un aiuto, che possa lenire in parte il danno irreparabile dell’immensa rovina.” (La Nazione, 8 settembre 1920).

In provincia di Reggio Emilia il comune più danneggiato fu Villa Minozzo, dove numerose frazioni subirono danni ingenti, con crolli ed estese distruzioni. Le frazioni più colpite furono Asta, Coriano e Civago, dove quasi tutte le case crollarono o furono dichiarate inabitabili. Complessivamente, nel territorio di Villa Minozzo un centinaio di case crollarono totalmente, un’ottantina crollarono parzialmente, e un altro centinaio furono gravemente danneggiate o dichiarate inagibili. Oltre 2000 i senzatetto.

La Chiesa di San Lorenzo a Febbio dopo il terremoto del 1920
Febbio, la chiesa di San Lorenzo e il campanile dopo il terremoto. Le due foto a sinistra provengono dalla Fototeca Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; la foto del campanile è estratta dallo studio “Disastri sismici in Italia”.

Nell’autunno del 1920 il genio civile montò una tendopoli nella parte bassa della valle, a Castiglione, in modo che le famiglie senza tetto trovassero rifugio. Nel frattempo per affrontare l’inverno furono montate baracche di legno nei paesi più colpiti dal sisma. A Riparotonda alcune famiglie ricostruirono una baracca che avevano preso al Masareto e che era stata abbandonata dai prigionieri austriaci che avevano tagliato legname nella guerra 15-18.

In numerose località le acque si intorbidarono e variarono di portata; nei pressi di Secchio si aprì una profonda spaccatura nel terreno. Dal versante nord orientale del Monte Cusna si staccò una grande frana che investì gli abitati di Asta, Case Stantini, Febbio, Roncopianigi e Riparotonda, aggravando i danni causati dal terremoto, e estendendosi in seguito per una larghezza di oltre 6 km. Nell’ottobre successivo in un avvallamento del terreno prodotto dalla frana si formò un lago.

La chiesa di San Lorenzo a Febbio, dal passato già travagliato, fu distrutta.

Dagli scritti antichi, la chiesa di “Feblum” risulta esistente già nel 1240. Nel 1426 compare ancora unita ad Asta e nel 1478 a Coriano. Nel 1664 circa fu ricostruita ex novo, ma nel 1852 una slavina la danneggiò gravemente. Nel settembre del 1856 si procedette alla ricostruzione di una nuova chiesa con il concorso pecuniario del Vescovo e dello stesso duca Francesco V.
L’attuale chiesa venne ricostruita nel 1933 in cento giorni. L’edificio si mostra eclettico, con elementi provenienti da repertori stilistici diversi. Nella sommità il fronte presenta infatti un timpano triangolare formato da uno sporto marcapiano di base sormontato da una cornice di coronamento cuspidata e sorretta da capitelli; tale modulo contraddistingue molti edifici religiosi d’epoca rinascimentale e barocca in questa area appenninica. Il rosone rappresenta invece una citazione medioevaleggiante, tema ripreso anche nel campanile, tozzo e massiccio, con una cella a trifore sormontata da una guglia a falde molto inclinate.

Sulla porta maggiore è leggibile l’iscrizione “VETUSTATIS ERGO HABENTE – ABIMO RESTAURATA IV NONAS SEPTEMBRIS- AB ORBE REDEMPTO MDCCCLVI “, in ricordo della ricostruzione della chiesa nel 1856.
L’interno è a pianta rettangolare e, come la precedente, ha tre altari.

Il battesimo

Il Battesimo e le Nozze

Cari amici, amarcord circa 25/30 anni fa, durante i pranzi di nozze o battesimi, si usava comporre versi in rima dialettale, per ringraziare gli sposi e mettere in evidenza le loro qualità o per celebrare il bambino che entrava nella comunità cristiana.
Queste Rime venivano declamate a tavola quando , dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, l’atmosfera si faceva molto “briosa”.
Se fra i presenti si trovava qualche “maggerino”  il sonetto o la quartina non mancavano mai.

E’ un’usanza quasi del tutto perduta, che ricordo con tanta simpatia.

Durante la festa del battesimo nella canonica adiacente la chiesa

Aiabiom fat  un Cristian
Un fiulin ed qui da “ranocch
Pan e vin tourte e  biscocch
E ghin sra’ anch pur sagreustan!

Il battesimo
Il battesimo

In italiano

Abbiamo fatto un cristiano
Un bambino della casata di quelli dei “Ranocchi”
Pane vino torte e biscotti
Ce ne saranno anche per il sacrestano

Durante la festa di matrimonio (il nozz)

A scioma  chi’ present
Con i spusch e ben cuntent
Bun  l’aroscht  e anc i tourtlin
Evviva  Ilario un secund  “Paganin”

Festa matrimonio
Festa matrimonio

In italiano

Siamo qui presenti
Con gli sposi e anche i parenti
Buon l’arrosto e  buoni i vini
Evviva Ilario secondo Paganini

Ilario , lo sposo, era un suonatore di violino

Nonna racconta

Preghiera alla Madonna

Cari amici, amarcord una preghiera corta che me la faceva recitare mia nonna quando avrò  avuto sei anni. La scrivo in dialetto e poi in italiano.

Madunina bela bela, che la ven d’in cel in tera. L’ha purta’ un bel bambin, bianc e russ  e riciulin. La Maduna la e portava e San Giuann e badgiava, e  badgiava pien d’amour, scia luda’ Nostr Signour.

Nonna racconta
Nonna racconta

In italiano

Madonnina bella bella, che viene dal cielo alla terra.  Ha portato un bel  bel bambino, bianco rosso e ricciolino. La Madonna lo portava e San Giovanni  lo battezzava,  lo battezzava  pieno d’amore, sia lodato Nostro Signore.

Boletus Pinophilis

Porcini (Boletus)

Qual’è il porcino migliore e più prelibato?

Nella famiglia dei boletus (porcini) ne esistono diverse qualità, ma si individuano 4 specie principali:

Boletus aestivalis

chiamato reticolato o porcino d’estate, con cuticola vellutata, spesso screpolata, con il cappello color caffè-latte nocciola.
Solitamente si trova in boschi caldi di latifoglie, tra l’erba, spesso associato a faggio o castagno, talvolta anche sotto conifera.
L’aestivalis è il più prelibato.
Boletus aestivalis

Boletus aereus

chiamato porcino nero, molto conosciuto ed apprezzato, cresce in estate in boschi molto caldi di latifoglie, castagni e querce.
Il colore del cappello è molto scuro, bruno nerastro con cuticola fine vellutata.
A parere mio, come qualità,  quasi eguaglia l’aestivalis.
Boletus aereus

 

Boletus edulis

il colore del cappello è nocciola o bruno scuro, la cuticola liscia e viscida.
Dall’estate all’autunno si trova nei boschi di faggio (ma anche nel pino, betulla, castagno….). Si trovano esemplari di dimensioni notevoli ed è di buona commestibilità.

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Boletus pinophilus

detto anche porcino rosso, si raccoglie in primavera e in autunno sia sotto conifera che latifoglie, è di colore rosso rame, con il cappello bruno vinoso. Come qualità è il più scadente.

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Casati

Casati della Val d’Asta

Elenco dei casati della Val d’Asta
Roncopianigi
Denominazione Rappresentanti
Mascambran Puglia
Bgot Pigozzi
Catalin Zambonini
Nando Zambonini
Celsa Marchiò Sante
Biscia Vecchio Oste
Topo
Batera Marchò Evaristo
Balarin Marchiò Linto
Giuanela Calzolaio
Febbio
Denominazione Rappresentanti
Gendarmi Gebenini Armido
Brigader Baroni Fenelia
Gargulin Gebenini Gregorio
Mundin Bianchi
Dei Michele Baroni (Formaggiai)
Pinot Baroni
Fuggi Padre della moglie di Togninelli Gino
Mingun Bertucelli
Rosalba Baroni Lino
Masmun Bertucelli
Bista Zambonini Sabatino
Burtel Baroni del Merlo
Muletta Fornai Gebenini
Peluno Bgun Pigozzi
Minghet Zambonini Giacomo
Frasca Togninelli Gino
Governara
Denominazione Rappresentanti
Bailonne/Taccone Montelli Pasquino
Carcina Masini Giuseppe
Lazzarini Pieroni Lindo/Erminio
Duca Montelli Natale
Bazega *
Palastra *
Madel Montelli Vito
Michelaccio *
Pompilia Calvelli Emidio/Delfino
Lolo *
Barufera *
Lili *
Olivetta Calvelli Bonfiglio
Demetrio Zelinda/Lina/Giovanni
Santina Ferrari Adolfo/Adelmo
Lorenzo ?
* La casata è estinta, ? non si hanno ulteriori notizie
Castiglione
Denominazione Rappresentanti
Chunciun Sillari
Case Stantini
Denominazione Rappresentanti
Rossi Pensieri Sabatino
Gambetta Ugolotti Giovanni
Sillari Bertucci Guido
Rüdela Alberti Pietro
Manghel Ugolotti Giuseppe
Bista Zambonini Domenico
Pighet Castagnetti Sante
Tadè Bianchi Sante
Datin Baroni Luigi/Agostino
Buta Bianchi Battista
Gan Bianchi Domenico
Bugia Ugolotti Salvatore
Chila Serafini Lorenzo
Gemian Ugolotti Cesare
Monte Orsaro
Denominazione Rappresentanti
Martinom Togninelli Lorenzo
Pigan Togninelli Pierino
Giamartin *
Martoch *
Marture *
Pistare Bertini Liliana
Sciabil *
Gabe Bertini Giacoma
Chi Puglia Lorenzo
Mucchia Zambonini Duilio
Ghitt *
Gambacia *
* La casata è estinta
Case Bagatti
Denominazione Rappresentanti
Lisador Castellini Guido
Catiott Castellini Vincenzo/Luigi

Casati
Casati
Case Balocchi
Denominazione Rappresentanti
Bancün Zambonini Dario
Areda Zambonini Armido
Frar Zambonini Felice
Rudin Cecchini Mauro
Giaï Pieroni Domenico/Antonio
Rossi Rossi Camillo/Luigi
Stella Paini
Minghin Liseo Rosa
Cialeia Zambonini Celeste
Scani Scalini Mauro
Riparotonda
Denominazione Rappresentanti
Ost. Caldera Pensieri
Bianca Pigozzi
Martin Alberti
Rusalia Riotti
Ranza Riotti
Bunin Riotti
Biasun Riotti
Tiodor Riotti
Bacilun Riotti
Vergai Riotti
Clumbara Pugucci
Pigarin Marchi
Candina Zanini
Lunga Zanini
Smuna Zanini
Freda Alberti
Sugarin Piguzzi
Narda Piguzzi
Giromi o Leonide Piguzzi
Custant ex Narda Piguzzi
Gianuncin Paini
Gianun Zanini
Tunin Cecchini
Camill Alberti
Plunia Alberti
Secchia Alberti
Ferdinand Castellini
Fêmia Giustin Dla Femio
Giana Rossi
Mnucina Alberti
Ermelin *
Pacific Alberti
* La casata è estinta
Compagnia Maggio Gazzano_x

La tradizione del Maggio (seconda parte)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Compagnia Maggio Gazzano
Compagnia Maggio Gazzano

Oggi il Maggio è un vero e proprio spettacolo che consiste in una rappresentazione in versi con accompagnamento strumentale, il cui argomento del copione è affidato a trame fantastiche che a volte si ispirano anche a fatti storici. Gli attori e gli autori di questa forma di teatro popolare, chiamati “maggianti” in Toscana e “maggerini” o “maggiarini” in Emilia, sono gli abitanti (contadini, pastori, operai, artigiani) dei paesi dell’Appennino tosco-emiliano dove gli stessi maggi vengono rappresentati. In questi paesi un tempo il Maggio costituiva l’unico divertimento, l’unica forma di spettacolo, che teneva legato l’intero paese durante tutto l’anno.

In Emilia ogni attore ha il suo costume che usa in ogni rappresentazione e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua carriera di attore del Maggio. I costumi sono di proprietà degli attori o delle compagnie che raggruppano i maggerini dei paesi dove ancora oggi continua la tradizione del Maggio (Compagnia Maggistica Monte Cusna di Asta, Società del Maggio Costabonese, Compagnia Maggistica delle Due Valli, ecc.) . Sono di velluto nero su cui spiccano stemmi e disegni dai colori vivaci: una giubba con una corta mantellina, pantaloni alla cavallerizza, lunghi gambali, completati da un elmo con pennacchio, una spada di ferro e uno scudo.

 

 

Il Maggio, fino a qualche anno fa, iniziava con la parata degli attori a cavallo che salutavano il pubblico entrando nel campo di azione; durante il loro incedere inventavano piccole battaglie tra di loro. Le donne che partecipavano al maggio vestivano gli abiti della festa o della domenica in quanto non c’erano i soldi per preparare anche per loro l’abito di velluto. Il Maggio era l’avvenimento del paese, durava parecchie ore ed era sempre sponsorizzato da un oste o da un ristoratore; questi offriva il vino e  assicurava lo spazio per la rappresentazione delle scene. L’uscita di scena, dopo la rappresentazione, era svolta da tutti i maggiarini che, incolonnati ed a passo di marcia, salutavano il pubblico.  L’avvenimento del Maggio era molto sentito dalle giovani del luogo: dopo la rappresentazione  i maggiarini tornavano a scegliere la ragazza che gli facesse da compagna al ballo serale del Maggio.

Oggi la lunghezza dei copioni varia dalle due ore e mezza alle tre ore e mezza, durante le quali vengono combattuti duelli con urti degli scudi ad ogni assalto e sonetti e ottave si alternano a polka e mazurca.

Il Maggio “è tutta la comunità dei piccoli centri montanari che si raccoglie per far festa. Una festa di sole, di colori, di profumi, di luce e in mezzo a tutto questo un gioco serio e impegnato che riflette la propria vita nelle sue più profonde aspirazioni” (Walter Cecchelani, Tesi di Laurea, 1966-67).

OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI

L’Osservatorio Astronomico Pierino Zambonini

Vivere la montagna in modo diverso si può.

Lo sanno bene gli appassionati di astronomia, che hanno scelto l’alto appennino reggiano come una delle mete preferite per le loro osservazioni notturne.  Grazie infatti all’altitudine, all’atmosfera limpida, e alla lontananza dai centri abitati e dall’inquinamento luminoso, il nostro Appennino rappresenta uno dei migliori siti astronomici in Italia.

In Val d’Asta,  da oltre 10 anni è in funzione l’osservatorio astronomico Pierino Zambonini, dedicato al noto astrofilo valdastrino fondatore dell’osservatorio, che è parte integrante, insieme alla stazione meteorologica, del Centro di Documentazione “Il Tempo e le Stelle” del Parco del Gigante.

La Cooperativa Futuralpe, che gestisce l’osservatorio, organizza serate di osservazioni astronomiche, guidate dagli esperti dell’Associazione Reggiana d’Astronomia (A.R.A.) di Castelnovo di Sotto, che con spiegazioni adatte ad un pubblico variegato, dai bambini ai curiosi e ai più esperti del settore, regaleranno un modo unico ed appassionante di vivere la natura e di apprendere i segreti del nostro universo.

La cupola motorizzata di 3,5 mt. di diametro è

OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI
OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIERINO ZAMBONINI

posta a 1110 metri di quota s.l.m. in località Rescadore, vicino al “Centro Meteo-Febbio”, agli impianti di risalita di Febbio 2000, alla scuola sci, al maneggio “La Sprella Ranch”, e al Camping Febbio 2000, ed ospita un telescopio catadiottrico di 32 cm, automatizzato nei suoi moti di ascensione retta e declinazione, con un rapporto focale 1/10 che rende lo strumento adatto per diversi tipi di osservazioni e per l´uso fotografico. Annessa all´osservatorio vi è una foresteria dotata di attrezzature informatiche collegate al telescopio.

In Val d’Asta non ci si annoia mai! Se cercate un’alternativa alle solite serate, provate per una volta a stare con il naso all’insù…

Osservatorio Astronomico Pierino Zambonini
42030 Località Rescadore  – Febbio di Villa Minozzo – (RE)
0522 800323 – info@futuralpe.it

 

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

La tradizione del Maggio (Prima Parte)

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Le manifestazioni di benvenuto alla primavera, i riti di fertilità, particolari canzoni dedicate al mese di maggio e alla primavera si trovano nelle tradizioni popolari in diverse parti d’Italia: dalla Sardegna alla Sicilia, alla Calabria e, seguendo un itinerario segnato dalla dorsale appenninica, fino al Piemonte, nelle zone del Monferrato e nel Canavese. La Toscana, nell’epoca di Lorenzo il Magnifico, fu la terra dove il “maio” pose le sue radici più profonde, risalendo lungo i crinali dell’Appennino tosco-Emiliano toccando il Modenese, il Reggiano, il Parmense.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Sebbene ridotte ormai a piccole isole in seno alla cultura popolare dei nostri tempi, le rappresentazioni del Maggio ancora sopravvivono in alcuni luoghi dell’Appennino reggiano e modenese. Alcune di queste manifestazioni rituali di benvenuto alla primavera si svolgono nel mese di maggio e rappresentano il ritorno della bella stagione con la celebrazione del rifiorire dell’albero, e raggiungono il loro culmine con le rappresentazioni estive, in particolare con i Maggi lirici dell’Emilia Romagna e della Toscana e le rappresentazioni teatrali all’aperto, come i Maggi drammatici dell’Appennino tosco-emiliano, anche se questi hanno progressivamente perduto nel corso degli anni gli elementi rituali per acquisire sempre maggiori caratteristiche di spettacolo.

 

 

La canzone di Maggio che si identifica nel Maggio lirico, si presenta in due versioni, a seconda del giorno e delle finalità per cui si canta, che danno origine al Maggio sacro e a quello profano.

Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del  Maggio di Riolunato)
Maggio drammatico, Foto d’epoca (Museo del Maggio di Riolunato)

Il Maggio sacro, detto anche delle “Anime”, si canta la prima domenica di maggio e ha lo scopo di raccogliere offerte per una messa in suffragio dei defunti. Infatti, alcuni cantanti accompagnati da suonatori di fisarmonica, chitarra e violino vanno per le strade del paese cantando e questuando. Il Maggio profano, invece, detto anche delle “Ragazze”, si svolge nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio e ha lo scopo di propiziare la venuta della buona stagione. Anche qui, un gruppo di cantori con accompagnamento di fisarmonica, violino e chitarra percorre le strade del paese cantando una serenata in onore della primavera: “Ecco il ridente maggio / ecco quel nobil mese, / che sprona ad alte imprese / i nostri cuori”. Alcune strofe particolari vengono cantate sotto le finestre delle ragazze: si tratta dell’ “Ambasciata”.

Da queste due forme di canzoni di maggio, che trovano la loro origine nell’antica matrice dei riti di fertilità, è derivato il Maggio drammatico o epico, influenzato sicuramente anche da altre forme drammatiche come le Sacre rappresentazioni.

Bibliografia

Video

Il Maggio emiliano, ricordi, riflessioni, brani

La tradizione del Maggio, i Malandrini a Costabona

Maggio epico cavalleresco, “Rinaldo appassionato”

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Notte)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Mattino)

Il Maggio delle Ragazze di Riolunato (Pomeriggio)

Museo del Maggio di Riolunato

Il Maggio – La Compagnia di Gorfigliano

Il Canto del Maggio

 

Russule

Russula

Le russule sono una varietà di funghi di colore variabile, la maggior parte è commestibile.

Russula Vesca

Di buona commestibilità è di colore bruno vinoso sulla parte superiore della cuticola (cappello) la carne bianca e gambo bianchi, maturando si macchia sul gambo di giallo bruno.Le zone di raccolta sono sempre sotto latifoglia e conifera.Sin dalla tarda primavera,all’estate e autunno .

Vesca
Russula Vesca
Vesca
Russula Vesca

Russula Cyanoxantha

Di ottima commestibilità ha il colore della cuticola violaceo, il colore del gambo e della carne bianche.Abbastanza comune in boschi di conifera e di latifoglie dall’estate sino all’autunno inoltrato.

Cyanoxantha
Russula Cyanoxantha

 

 

Russula aurea

Di buona commestibilità , il colore della cuticola può variare da arancio vivo a rosso fuoco con gambo abbastanza bianco e tendente al giallino sotto cappello a maturazione. In boschi di latifoglie e conifera dall’estate sino all’autunno.

 

Aurea
Russula Aurea
Febbio Seggiovia 2000

Febbio c’è

Buongiorno a tutti gli amici della Val d’Asta.

Oggi condivido la mia gita sul Cusna utilizzando gli impianti di risalita di Febbio.

 

 

Come dice il titolo Febbio c’è! Non perdetevi anche la galleria fotografica che ho preparato per l’occasione.

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A proposito! Per chi vuole fare una esperienza fresca e frizzante come la mia ricordo che gli orari della seggiovia sono dalle 9.00 alle 17.30 (l’ultima discesa è alle 17.30), mentre gli orari del Rifugio del Crinale sono dalle 9,00 alle 17.30 fino al 30/08

Alla prossima su questo blog!

La Buca di Susano

La Buca di Susano

“Era l’alba del 18 marzo 1944 quando le truppe nazifasciste iniziarono a bombardare dalla rocca di Montefiorino….poco più tardi ….partirono con le camionette e carri armati per circondare i paesi colpiti….La buca di Susano fu uno dei primi abitati raggiunto.” I tedeschi diedero fuoco ad ogni cosa e gli abitanti 6 persone tra cui due figli di 8 e 10 anni e un trovatello di 3 furono buttati fuori e raggiunti dai proiettili. (Tratto da “Viaggio nei Borghi abbandonati dell’appenino dal Cusna al Cimone” di L. Bardelli).

 

La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano
La Buca di Susano

 

 

 

 

 

 

Anche questo è Appennino!!

 

Visti da vicino e da lntano

Visti da vicino e da lontano

La seconda puntata dei contributi video di Fabrizio Franceschi. Il territorio dalla pianura al crinale reggiano, in un ipotetico viaggio in mongolfiera attraverso le quattro stagioni.

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Breve viaggio dalla montagna alla pianura alla scoperta della biodiversità fra ambienti, storia e natura.

Orchidea maggiore

Le orchidee spontanee in Val d’Asta (Seconda Parte)

Le orchidee spontanee (Prima parte)

Le orchidee spontanee si possono trovare lungo i margini stradali, i tratturi brecciati e non, nei prati e pascoli incolti, nelle pinete e nei boschi di querce, in ambienti ruderali, in ambienti umidi, stagni e paludi.

Per approfondire lo studio delle orchidee andate a vedere il sito del Gruppo Italiano per la Ricerca sulle Orchidee Spontanee – G.I.R.O.S.  E’ possibile inoltre partecipare alle loro uscite in cerca di questi fiori preziosi

ORCHIDEA MAGGIORE (Orchis Purpurea)

Orchidea maggiore
Orchidea maggiore, vive nei prati e pascoli, radure, cespugli, boscaglie, bordi dei sentieri, argini dei corsi d’acqua da 0 a 1300 metri di quota. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA SAMBUCINA (Dactylorhiza Sambucina)

 

Orchidea Sambucina
Vive nelle praterie d’altitudine, prati, cespuglieti, boschi luminosi e radure su suolo basico o debolmente acido, tra 500 a 2000 metri. Raramente scende fino a 300 metri e sale sino ai 2300. E’ presente in tutta Italia compresa la Sicilia e anche in Corsica mentre risulta assente in Sardegna. Fiorisce da aprile fino ai primi di luglio.

ORCHIDEA MASCHIA (Orchis Mascula)

Orchidea Maschia
Vive nei prati, margini dei boschi, boschi radi, macchie, cespuglieti da 0 a 2400 metri. Nel meridione d’Italia fino a 3000 metri. Predilige soprattutto i terreni calcarei ed è presente un po’ in tutta l’Italia risultando però rara nelle zone pianeggianti. E’ comunque l‘orchidea più comune nel nostro paese. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA OMICIATTOLO (Orchis Simia)

Orchidea Omiciattolo
Vive nei prati, macchie, bordi delle strade, boschi radi, cespuglieti, radure su suolo per lo più calcareo da 0 a 1200 metri di quota. Presente in tutta Italia tranne in Valle d’Aosta, Puglia, Sicilia e Sardegna; nonostante questo è pianta nel complesso rara. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA MACCHIATA (Dactylorhiza Maculata)

Orchidea Macchiata
Vive nei prati umidi, boschi di latifoglie, radure sia in ombra che in pieno sole da 0 a 2200 metri. E’ una delle orchidee più comuni in montagna e in Italia è presente in tutte le regioni isole comprese. Fiorisce da maggio a luglio.

OFRIDE DI BERTOLONI (Ophrys Bertolonii Moretti)

Ofride di Bertoloni
Vive nelle praterie aride, pascoli sassosi, cespuglietti, garighe, bordi dei boschi radi e asciutti su suolo calcareo da 0 a 1000 metri. In Italia è presente al centro sud, in Sicilia e in Emilia Romagna, nonostante questo resta nel complesso rara. Fiorisce da marzo a giugno.

PLATANTERA VERDASTRA (Platanthera Chlorantha)

Platantera Verdastra
Vive in boschi luminosi, cespuglieti, pascoli, radure da 0 a 1800 metri su suolo indifferentemente acido o basico, asciutto o umido. E’ presente in tutta Italia tranne in Sardegna. Al meridione è più rara rispetto al nord. Fiorisce da aprile a giugno.

ORCHIDEA PIRAMIDALE (Anacamptis Pyramidalis)

Orchidea Piramidale
Vive nei prati collinari, bordi delle strade, cespuglieti, più raramente nei margini luminosi dei boschi da 0 a 1400 metri di quota. Abbastanza comune in tutta Italia, isole comprese. Fiorisce a maggio e giugno. Anche a marzo nella fascia mediterranea e talvolta fino a luglio nelle zone montuose.

BARLIA DI ROBERT (Barlia Robertiana)

Barlia di Robert
Vive in cespugli, prati, garighe, boschi termofili, scarpate, bordi delle strade da 0 a 1000 metri. Presente in Italia in tutte le regioni tranne Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Nonostante l’ampio areale presenta stazioni sempre molto localizzate spesso con pochissimi esemplari. Appare comunque più frequente al sud, sulle isole, nella Liguria Occidentale e in Toscana. Fiorisce da dicembre ad aprile. E’ una delle orchidee più precoci: nelle aree mediterranee può fiorire già a dicembre.

NIDO D’UCCELLO (Neottia Nidus Avis)

Nido d'uccello
Vive in boschi freschi e ombrosi di latifoglie, soprattutto faggete, su suoli basici o neutri e ricchi di humus da 0 a 1600 metri di quota. In Italia è presente in tutte le regioni. Fiorisce da maggio a luglio.

 

 

San Pelelgrino in Alpe

Tornar su vecchi passi

Uno splendido video realizzato nel 2014 da Fabrizio Franceschi, la fotografia di copertina di San Pellegrino in Alpe è di Rosa Palumbo.

“Nella Provincia di Reggio Emilia, a Sud della via Emilia, vi erano delle strade che valicando il crinale appenninico, mettevano in comunicazione il versante reggiano con quello Toscano. Si trattava di semplici tracciati percorsi dai viandanti e dai carri, il cui transito nei tratti di montani era reso difficile dall’asperità del terreno od addirittura impossibile dal rigore delle stagioni e dalle nevicate improvvise.

Commercianti, eserciti, Viandanti e anche pellegrini erano i fruitori delle antiche Vie. Nel Medio Evo migliaia di pellegrini affrontarono, per terra o per mare, percorsi lunghi, difficoltosi ed insidiosi per raggiungere i luoghi della fede, in quanto i cosiddetti “cammini del cielo” costituivano il massimo fine esistenziale dell’individuo. Oltre alla famosa Via Francigena, un reticolo di percorsi minori si intrecciavano tra di loro; uno di questi passava da Canossa e proseguiva in direzione di Carpineti, Toano ed il passo San Pellegrino in Alpe.” (dalla didascalia su youtube)

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Anche loro

Una poesia dedicata a tutti quei borghi dove la storia è rimasta l’unica testimonianza di un passato che non torna più, borghi abbandonati dell’Appennino Reggiano

Anche loro

Il gracchiare della gazza di giorno,
Il lamento del gufo di notte
Le mura cadenti si ergono verso il cielo
e il sole allunga sinistre ombre sul terreno.
Eppure un tempo questo era un paese,
I ragazzi, poi vecchi erano vita,
Ora anche l’ultimo vecchio è andato lontano
e non potrà più tornare.
Ora le mura sono li, vecchie e…
La gazza di giorno, il gufo di notte,
urlano la loro solitudine.
Adriano Zambonini

Fabrizio Franceschi, Mulino Santa Lucia di Sotto a Villa Minozzo

Quanti borghi abbandonati conosciamo? Vuoi aiutare tutti noi a conoscere quali sono? Inviaci foto e notizie anche utilizzando il form dei contatti

Orchidea

Orchidea

Il termine “orchidea” (dal greco latinizzato in orchis = testicolo) allude alla forma dei rizotuberi di molti generi che ricorda quella degli organi maschili. La leggenda narra, infatti, che Orchis, figlio di una ninfa dalla quale aveva ereditato la bellezza, e di un satiro che gli aveva trasmesso la lussuria sfrenata, invitato ad una festa del dio Bacco tentò di violentare una sacerdotessa, commettendo un grave sacrilegio che pagò con la morte, sbranato dalle fiere del nume. Intervennero però gli dei che, inteneriti dal destino crudele, con un atto di pietà verso lo sfortunato giovane trasformarono i suoi resti mortali in una leggiadra pianta che conservava tuttavia sotto terra il ricordo di ciò che lo aveva portato alla sciagura: il simbolo stesso della lussuria sotto forma di due testicoli.

Le orchidee o orchidacee è una delle famiglie con il più alto numero di specie nel mondo vegetale, circa 25.000-32.000, distribuite in circa 800 generi . Si riproducono mediante seme, hanno il fiore con ovario chiuso e appartengono alla classe delle monocotiledoni (pianta i cui semi hanno una sola foglia embrionale). Possono vegetare dal livello del mare fino al limite superiore della vegetazione alpina, ma perché ciò possa avvenire è necessario che si verifichino delle condizioni particolari quali, ad esempio, la presenza di un fungo del genere “Rhizoctonia”, base nutrice del semino nella prima fase di germinazione.

Orchidea
Orchidea

Purtroppo, l’uso sempre più indiscriminato di insetticidi, i continui sconvolgimenti del terreno da parte dell’uomo ed altri fattori, fanno sì che sempre più vengono a mancare, per molti di questi fiori, le possibilità di potersi riprodurre agevolmente sul nostro territorio. Ecco perché spesso si sente parlare di specie rare, in via di estinzione o estinte. Le specie presenti in Italia sono circa 200. Sono piante perenni, cioè che vivono più anni, che alternano un periodo vegetativo, generalmente di breve durata, in cui sono visibili le parti aeree (fusto, foglie, fiori), a uno di riposo, in cui permangono esclusivamente gli organi ipogei (rizomi, rizotuberi e radici).

Le Orchidee spontanee sono protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell’Allegato I della Convenzione di Washington del 1973, denominata CITES, che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le Orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. In Emilia Romagna la Legge Regionale 24 gennaio 1977, n. 2, art. 4, stabilisce quali sono le specie protette della regione.

La flora protetta secondo l’Emilia Romagna

Rosa Palumbo

Orchidea maggiore

Le orchidee spontanee in Val d’Asta (Prima Parte)

Il cartello “Benvenuti in Val d’Asta” accoglie chi percorre in auto la strada che da Villa Minozzo conduce verso il mio Paradiso.

Spesso viaggio in auto verso la Val d’Asta, percorro la strada sul secchiello trasognando la natura, la neve, le montagne, e subito porgo lo sguardo al di fuori del finestrino in cerca di tutto ciò; i miei occhi vagano al di là del finestrino cercando di scorgere il profilo del Gigante addormentato, la vetta del Monte Penna e lo spettacolare Flysch del Monte Torricella. Ma questo “guardare in aria” spesso distoglie l’attenzione da alcuni piccoli particolari che sono molto vicini a noi: quelle piccole macchie di colore che in primavera fanno capolino nell’erba e che, all’occhio dei più, passano totalmente inosservate. Ma sì, direte voi. Sono solo fiorellini di montagna.

Orchidea Maschia
Orchidea Maschia

Soffermiamoci un attimo ad osservare questi fiorellini di montagna. Quando andiamo in giro per i monti, che sia per un giro in automobile o per un’escursione, possiamo rendere sacro il nostro tempo: l’interesse per i particolari. Impariamo a guardare con occhi diversi l’ambiente che ci circonda, perché fare un giro in macchina o un’escursione non significa soltanto arrivare da qualche parte o raggiungere una vetta. Lasciamoci guidare dalla curiosità, come fanno i bambini. Scopriremo che alcuni di quei fiorellini di montagna non sono semplici fiori, ma orchidee spontanee dalle forme più varie e strane e dall’architettura straordinaria e, a volte, misteriosa. Rimarremo stupiti da questa parte del mondo vegetale tanto bella quanto vasta nelle sue varietà.

Orchidee, quei bellissimi fiori esposti nelle vetrine dei fiorai ma di provenienza equatoriale, di notevoli dimensioni e colori vistosi, ma ben diverse dalle orchidee europee di dimensioni più ridotte, dalle forme più diverse e con colori ugualmente paragonabili alle loro cugine esotiche.

Le Orchidee spontanee sono protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell’Allegato I della Convenzione di Washington del 1973, denominata CITES, che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le Orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. In Emilia Romagna la Legge Regionale 24 gennaio 1977, n. 2, art. 4, stabilisce quali sono le specie protette della regione.

Orchidea Sambucina
Orchidea Sambucina

Ma dove possiamo trovare le orchidee in Val d’Asta? Lungo i margini stradali, i tratturi brecciati e non, nei prati e pascoli incolti, nelle pinete e nei boschi di querce, in ambienti ruderali, in ambienti umidi, stagni e paludi.

Orchidea Sambucina
Orchidea Sambucina

In attesa della prossima puntata vi invito a cercare esemplari di orchidee spontanee lungo i vostri tragitti.

Il Cusna in autunno

Il Monte Cusna

“Gigante addormentato o bianco destriero par esser quel monte ai confini del cielo”. Così il poeta Emo Boni descrive il Cusna nella sua poesia “Quel monte”, e così appare agli occhi degli escursionisti e dei gitanti della domenica, da qualsiasi parte lo si guardi. Maestoso visto dal basso, arcigno e inaccessibile se guardato dal Sasso del Morto, il Gigante è una meta ambita in tutte le stagioni dai frequentatori della montagna. Diversi sono i sentieri di accesso. Ecco per voi una breve descrizione.

Il Cusna visto dal Sasso Morto
Il Cusna visto dal Sasso Morto

Dal rifugio Peschiera Zamboni occorre seguire il sentiero Cai n. 609 e poi il 617, abbastanza ripido, che dopo un bel tratto nel bosco aggira il Monte Contessa per ricongiungersi al sentiero 619 (proveniente anch’esso da Peschiera Zamboni, ma più lungo) che porta in vetta.

Il ponticello nei pressi della Peschiera Zamboni
Il ponticello nei pressi della Peschiera Zamboni

Dal rifugio Monte Orsaro si può decidere di seguire i sentieri n. 623A-623-625, oppure i n. 609-619. Il primo percorso segue per un bel tratto la strada forestale per poi infilarsi nel bosco, ed uscire allo scoperto poco prima dell’incrocio con il sentiero per i Prati di Sara. Il secondo invece, passa per il Ricovero Rio Grande, guada il torrente omonimo e giunge in vetta incrociando il sentiero n. 617 proveniente da Peschiera Zamboni.

Se entrate nel piccolo rifugio di Rio Grande, rimarrete sorpresi dall’enorme rana dipinta su una parete. Se poi alzate gli occhi verso il soffitto e lo illuminate con una torcia, potreste vedere la famigliola di ghiri che scorrazza sulle travi. Entrambi i percorsi offrono degli scenari da fiaba in autunno, con la natura che cambia colore e regala emozioni indimenticabili. In ogni caso potete fare il giro ad anello.

Il Cusna in autunno
Il Cusna in autunno

Dal Passone le alternative sono due: il sentiero di crinale n. 607, panoramico e di ampio respiro a quota 2000 metri e oltre (tocca le cime Monte La Piella mt. 2077, e Sasso del Morto mt. 2076), con vista a 360°, oppure il n. 623 per la Costa delle Veline, che nei pressi del laghetto di Cusna si inerpica fino in cima.
Da dove arrivare al Passone decidetelo voi.

Il crinale dal Sasso del Morto al Monte Piella
Il crinale dal Sasso del Morto al Monte Piella
Il Sasso del Morto e il Cusna
Il Sasso del Morto e il Cusna

Dal Lago di Presa Alta (Ligonchio), è necessario seguire per un breve tratto la strada forestale che porta ai rifugi Battisti e Bargetana, poi deviare a sinistra per il ripido sentiero 627. Al lago di Cusna incrocia il sentiero della Costa delle Veline. Proseguire in salita verso la vetta.

Da Casalino (Ligonchio), seguire il sentiero 625 per i Prati di Sara. Rimarrete estasiati dalla vista del Gigante che si specchia nel piccolo lago del Caricatore! Qui potete decidere di proseguire il sentiero 625 fino in vetta o deviare il percorso con il 635A che si ricongiunge con il n. 623 e propone due alternative: la prima devia a sinistra verso il rifugio Monte Orsaro, ma dopo poche centinaia di metri prosegue a destra fino in cima riprendendo il sentiero n. 625; la seconda alternativa, più lunga e ripida, segue a destra il n. 623 fino al lago di Cusna e da lì in cima.

Il Cusna dai Prati di Sara si specchia nel piccolo Lago del Caricatore
Il Cusna dai Prati di Sara si specchia nel piccolo Lago del Caricatore

Se invece siete troppo pigri per affrontare ardue salite, niente paura! L’alternativa esiste.

Raggiungete Febbio e lasciate l’auto a Rescadore, dove c’è un grande parcheggio. Poi recatevi al ristorante-pizzeria La Contessa, fate il biglietto della seggiovia e salite fino al crinale con le due seggiovie Mardonda e Fortino. Giunti sul crinale potete rilassarvi con un buon caffè sul terrazzo panoramico del rifugio Il Crinale, dopodiché proseguite fino al Monte Cusna aggirando la vetta. Il dislivello si fa sentire solo nell’ultimo tratto.

Potete anche salire in seggiovia e scendere a piedi. Se invece salite sul crinale a piedi, potete tranquillamente scendere con la seggiovia senza fare il biglietto. La seggiovia e il rifugio Il Crinale al momento sono aperti solo nel weekend, mentre dal 18 luglio l’apertura è giornaliera fino al 31 agosto. Nel mese di settembre riapriranno solo nel weekend.

Allora, cosa aspettate? Zaino in spalla e buon Cusna a tutti!

L’arrivo della seggiovia e il Rifugio Il Crinale
L’arrivo della seggiovia e il Rifugio Il Crinale

 

La vetta del Monte Cusna, mt. 2121
La vetta del Monte Cusna, mt. 2121
Franco Chiarabini

I funghi in Val d’Asta

Franco Chiarabini
Franco Chiarabini

Ciao amici della Val d’Asta, è ora di spolverare il cesto e di lucidare la zanetta. Gironzolando di quà e di là arriviamo in Pian del Monte, ma se ci troviamo al lagaccio ne troviamo sicuramente…Sono un po povero di suggerimenti? Rimedio subito. Ecco un elenco non esaustivo di dove trovare i funghi da queste parti: dicevo lagaccio e poi le prese, lama grassa, orneto, bardella, lago dei cavagnini, bodeccio, pradaccio, i Ronchi e Pian Vallese.

I funghi che si trovano quì intorno sono prugnoli, galletti, aereus della quercia, pinophilus del pino, aestivalis, e il re porcino.

Vi invito a procurarvi i tesserini per la raccolta funghi e di leggervi il regolamento che ho messo a disposizione sul mio blog.

A presto su queste montagne.

 

Franco Chiarabini

Prugnoli

I prugnoli e nonna Lavinia

Caro amico della Val d’Asta io questa sera ti parlo del Prugnolo, e il Prugnolo vale tutta l’attenzione possibile, ma partiamo dall’inizio. Ho trovato una donna di Po un paese vicino a Fivizzano che ama andare per funghi, e trova anche i Prugnoli; questo mi ha riportato a quando ero giovane e nei nostri boschi si raccoglieva di tutto.

Prugnoli
Prugnoli

Il Prugnolo era il primo raccolto del sottobosco e da poco si era sciolto la neve, andare per funghi era una liberazione, un assaggio di libertà dal freddo e dal disagio della neve, era anche una fonte di guadagno, i Prugnoli trovati si portavano all’osteria “dalla Rosa” la quale alla Domenica li rivendeva ai suoi commensali che arrivavano dalla bassa, così eravamo tutti soddisfatti e si poteva alleggerire anche il conto della spesa, perché devi sapere che di lire ne giravano veramente poche e tutti o quasi facevano gli acquisti facendo segnare l’importo di spesa pagando poi appena era possibile.

Anche questo nel mio girovagare me lo ero dimenticato e solo grazie a una donnetta minuta che mi ricorda molto mia nonna Lavinia, morta molto vecchia o così mi sembrava, mi ha fatto ricordare questi particolari, e associato ai primi Prugnoli mi viene da ricordare la tradizione delle uova colorate per Pasqua, uova quasi sempre colorate di rosso, e trovare l’uovo più duro era la soddisfazione di chi lo possedeva.

 

Adriano

 

 

Monte Orsaro

Santìn d’Montarsara

Non è una fola, ma un episodio realmente accaduto, raccontato, come trasportato alle orecchie dell’autore.

FATTO ASSURDO PER OGGI GIORNO, MA  ALL’EPOCA, PURTROPPO, ACCADEVANO SUL SERIO. IL TUTTO POSTO IN UN QUADRO DI VITA FAMILIAR, DELL’INIZIO DEL SECOLO SCORSO:

“Santìn d’Montarsara

“Santìn” di Monteorsaro, faceva parte di una di quelle poche famiglie di Monteorsaro, che non vivevano di sola pastorizia, ma di quel poco che la terra, a quell’altezza, poteva dare, e cioè: patate, segale e pochissimo altro. In più, facevano i taglialegna, i carbonai ed erano maestri artigiani nella costruzione di oggetti per il lavoro e per la casa in legno di faggio.

Monte Orsaro
Scorcio dell’abitato di Monteorsaro di molti anni fa, forse di quell’epoca in cui si svolse quest’episodio.-(La foto è tratta da una pubblicazione: “ARCHITETTURE SPONTANEE NEL REGGIANO” DI Giambattista Iotti ed edito da Coop. Operai Tipografi di Reggio Emilia del 1979, per conto della Banca di Credito Popolare e Cooperativo di Reggio Emilia)

Le poche pale di legno per splare la neve che si trovano ancora in Val d’Asta, la maggior parte di esse, assieme a ‘vassure’ o ‘pistarelle’ per la battitura del grasso di maiale, tutti oggetti di casalinga dimestichezza, non più di uso nelle nostre case e cucine, sono state eseguite da “Santin da Muntarsara” e da altri taglialegna anch’essi sempre del paese il più alto della Val d’Asta.

 

“Santìn” viene ricordato per la sua irascibilità ed anche per l’ubriachezza, che ‘erano di moda’ in quegli anni. Parliamo degli anni 1925/26 circa. Quasi cento anni fa.
Il nostro capofamiglia di Monteorsaro, aveva fatto fare a sua figlia “Minghina”, che all’epoca era una giovinetta di 15/16 anni, un paio di scarpe nuove al calzolaio di Roncopianigi, tale “Giovannella”.-
Allora le scarpe non si compravano ancora nei negozi, ammesso che in zona ci fossero stati, ma si facevano fare a bravi artigiani calzolai che, se non in tutti i paesi, ma in molti paesi si trovavano.- Questi creatori, quasi artisti, con tenacia e fantasia inventiva, portavano avanti le loro attività piene di dignità, dentro a quelle piccole, a volte piccolissime botteghe. Erano, quasi sempre buie ed affumicate dai fumi del cuoio “e’ cûram” abbrustolito per ingentilirlo o dagli spaghi scaldati sopra a piccoli lumicini accesi di stoppia, alimentati a “canfìn”, al fianco dei loro banchetti di lavoro.

 

Monte Orsaro
Altro scorcio dell’abitato di Monteorsaro di molti anni fa, forse di quell’epoca in cui si svolse quest’episodio.-(Foto presa dal libro:”Il recupero dell’insediamento storico montano di Maria Cristina Costa e G. Gaetani – Multigrafica Ed. Srl Roma 1984)

La ”Minghina” una domenica chiese al padre se poteva andare a messa a Febbio, con le amiche della borgata di Monteorsaro, e di poter calzare le nuove scarpe. Quelle che lui, aveva fatto fare al calzolaio di Roncopianigi e che la sera prima, ritornando dall’Abetina Reale, dove era stato assieme a compaesani a spezzare legna tutto il giorno, per conto di una grossa ditta di Modena che aveva acquistato quei boschi da tagliare, aveva portato a casa, riempiendo di gioia la figlia più grande.
“Santìn” gli dette il permesso, con l’osservanza però di non sciuparle. O più precisamente di non sciuparle ulteriormente al normale consumo, per lui. Cioè di cavarsele dopo la fine della messa, all’uscita dalla chiesa a Febbio e di ritornare a casa a Monteorsaro a piedi nudi, circa due chilometri, lungo una stradina mulattiera in forte pendenza, e su terra sconnessa e pietraie.- Purtroppo, la ”Minghina” se le scordò, o se le ‘volle scordare’, ai piedi tutto il giorno.
Alla sera della domenica, il padre ritornò a casa dall’osteria di Monteorsaro o di qualche altro paese prossimo, non lo abbiamo saputo con precisione, un po’ alticcio. Così arrivavano a casa quasi tutti ed in quasi tutti i paesi, chi più chi meno, nei giorni di festa, dopo aver alzato il gomito un pò più del solito.
E “Santìn” vedendo che la sua“Minghina” non aveva rispettato quanto da lui consegnato al mattino, come fece ad accorgersi non ci è dato di saperlo, visto che le scarpe erano nuove e che lo sciupio di un viaggio a Febbio, senza quello di ritorno, era molto difficile da notarsi. Forse, lo seppe da una qualche amica della ragazza, invidiosa di aver visto la “Minghina” con le scarpe nuove. Non la picchiò, come faceva spesso, ma prese le scarpe e con l’accetta che teneva sempre in casa a portata di mano, fece, le scarpe, a pezzi e a striscie, rovinandole completamente.-
L’indomani, stemperate sia la sbornia, che l’irritazione, finite nella rabbia per la mancata ubbidienza da parte della figlia, con la conseguente distruzione delle nuove scarpe, che la povera “Minghina” con tanta felicità aveva calzato ed altrettanto contentezza aveva fatto vedere alle amiche, riprese la strada, in discesa, per Roncopianigi.
“Santìn” ritornò alla bottega di “Giovannella” e allo stesso, si pensa, spiegasse quanto era successo, richiedendogli, dietro nuovo compenso, ovviamente, di rifare le scarpe per sua figlia.- Poi come molte giovinette del paese e della vallata, la “Minghina” , fu mandata a ’servizio’ presso famiglie facoltose, in quel di Genova.

Gianpaolo Gebennini

IN CORSIVO SCRITTE IN DIALETTO FEBBIESE

Questo racconto, l’autore l’ha attinto dalle sue memorie e da quanto gli è stato raccontato, e poi ‘mischiato’ dalla sua fantasia. Pertanto eventuali allusioni a fatti o persone realmente esistite, sono da ritenersi puramente casuali

La Minestra Della Fretta

La minestra della fretta

La nostra valle adagiata ai piedi del Cusna circondata completamente dalla cerchia appenninica nel periodo prebellico senza strade carrozzabili, senza acquedotto, senza luce elettrica, aveva una popolazione numerosa nella bella stagione ed esigua nel lungo inverno, perchè il suolo non offriva di che sfamarsi per tutto l’anno.

A quel tempo una minestra particolare era la minestra della fretta, cioè le “pappardelle”: quando la donna, nel pieno dei lavori dei campi arrivava tardi a casa, stirava la sfoglia, metteva su la pentola col latte e le patate, pronte le patate prendeva la sfoglia e la strappava con le mani, buttandone i pezzi nella pentola bollente. Cuoceva così in fretta la minestra, in quanto non attendeva che si asciugasse la sfoglia per poi poterle tagliare.

Olimpia Fioravanti

Franco Chiarabini

Franco Chiarabini

Persone della montagna. E’ questa una iniziativa che vuole fare conoscere la montagna reggiana attraverso il racconto della vita e delle passioni di chi vive quì da sempre o da chi invece ha incontrato quì l’amore della sua vita o da chi ha deciso di venirci ad abitare o lavorare. Il racconto più autentico delle persone che vivono quì.

Franco Chiarabini

Buongiorno a tutti,

mi chiamo Franco Chiarabini

Franco campione del mondo
Franco campione del mondo

Per chi non mi conosce, sono il campione in carica di raccolta funghi; per chi mi conosce sono quel “matto”che potete incontrare nel bosco a tutte le ore del giorno e della notte per raccogliere funghi.

Vivo a Reggio Emilia da quando mi sono sposato circa 15 anni fa.

Prima ho vissuto in una piccola frazione di Villa Minozzo: Montefelecchio.

Tutti i giorni torno tra i monti: faccio il pendolare che scappa dalla città per andare a lavorare in montagna. Da qui nasce una riflessione: un montanaro può andare dove vuole, ma sempre montanaro rimane!!

Il mio cordone ombelicale è ancora saldamente attaccato al nostro meraviglioso Appennino.

Ecco perché da giugno a settembre mi trasferisco con la mia famiglia nei miei amati monti: mi divido tra la mia Montefelecchio, ai piedi del Monte Prampa, e Case Balocchi, borgo della Val d’Asta, ai piedi del Monte Cusna e del Monte Penna, da dove ha origina mia moglie.
 

 
La Val d’Asta è una valle incantata con tanti piccoli paesi che la rendono unica, dove vivono  persone umili ma autentiche, di poche parole ma sempre disponibili in caso di necessità. Da tutti quì è possibile imparare quei valori che le generazioni della montragna si tramandano da sempre.

Durante l’inverno la popolazione è scarsa, ma dalla primavera molte persone “scappano” dalla città per tornare alla tranquillità e alla calma e questa valle si riempe!

Qui ci si può gustare una serena passeggiata lungo i sentieri, tra i monti, respiare aria sana, chiacchierare con tanti amici e ritrovarsi al tavolino del bar raccontandosi vecchi aneddoti.

Mi piace ricordare tutti gli sforzi che vengono fatti per cercare di vivacizzare la vallata: dalle iniziative proposte dalla pro loco locale con manifestazioni, cene, balli per favorire l’aggregazione e la giovialità, al ripristino della seggiovia di Febbio che, anche grazie alla neve copiosa di questi giorni, sta risorgendo.

 

La Val d’Asta è unica, così come i suoi abitanti e sono orgoglioso di farne parte anche solo come “figlio adottivo”!

Franco Chiarabini

Poiane

Dove volano le Poiane

Ci sono posti in Val d’Asta dove mi piacerebbe tornare. Angoli di natura meravigliosa e selvaggia dove il tempo sembra non esistere, dove le cime dei monti si stagliano nel cielo come giganti di pietra e impongono il silenzio a chi le guarda.

C’è un posto in Val d’Asta dove vivono le poiane. Le vedi volteggiare maestose e fiere, sfiorando le chiome degli alberi. Il loro stridio accompagna il batter d’ali e riecheggia forte nella valle. Splendide creature che dominano tutto da lassù, come sentinelle a difesa di un forte pronte alla battaglia. Ogni tanto scompaiono fra gli alberi, poi riprendono il loro volo come instancabili acrobati del cielo.

Poiana
Poiana

Che sensazione di pace e di libertà… Le guardi estasiato. Per un attimo pensi che sarebbe bello essere al loro posto, librarsi nel vento e respirarlo forte per sentirsi vivi. Ma è solo un attimo, perché la realtà ti riporta presto con i piedi per terra, e ti rendi conto che per gli esseri umani niente è semplice, che la vita è una continua lotta per non soccombere ai prepotenti, ma che in fin dei conti sognare non costa niente.

Ecco, lì vorrei tornare, dove volano le poiane. Per sentirmi viva, per sperare, per sognare.

 

Rosa Palumbo

Monte Penna

Il Monte Penna

Il Monte Penna, o Monte di Asta, ma conosciuto anche come Penna di Novellano, è il simbolo della Val d’Asta per la sua forma inconfondibile e la sua formazione stratificata calcarenitico-marnosa del Flysch del Monte Caio. Pur non vantando una altitudine significativa (solo 1261 metri slm), dalla sua sommità si gode di uno spettacolare panorama a 360 gradi che spazia tutt’intorno dalla Pietra di Bismantova alla Val d’Asta e ai monti Torricella, Prampa e Cisa, alla catena del Monte Cusna e al Monte Ravino, fino ad incontrare più lontano la piramide del Monte Cimone, riconoscibile dalle costruzioni militari sulla vetta.

Nella notte fra il 4 e il 5 gennaio 2014, una consistente frana sul versante orientale del Monte Penna provocò il distacco da quota 1200 metri di giganteschi massi che raggiunsero la strada comunale La Sorba-Novellano, causandone l’interruzione per diversi mesi.

Monte Penna
Monte Penna

Fra i diversi percorsi per arrivare in cima, ho scelto quello meno conosciuto in quanto non segnato dal Cai, ma sicuramente molto appagante e non troppo impegnativo. D’inverno, con la neve, addirittura vi sorprenderà.

Punto di partenza: Castiglione, parcheggio dell’ufficio postale, coordinate 44.306023° N, 10.461109° E.

Altitudine minima: mt. 899.

Altitudine massima: mt. 1261.

Dislivello: mt. 362.

Difficoltà: facile fino alla parete, poi circa 10 metri di tratto difficoltoso, poi ripido fino alla cresta sommitale.

Lunghezza: circa 2400 mt. (4800 mt. a/r).

Passiamo davanti al Bar Ristorante “La Penna” per portarci in corrispondenza del civico 11, dove uno stradello asfaltato passa dietro le case e ci porta rapidamente in quota, diventando sterrato. Dopo 400 metri troviamo un bivio, ma una freccia in legno di colore giallo-nero ci indica di proseguire a sinistra per il Monte Penna. Questa è davvero una bella sorpresa, in quanto non essendo un sentiero “ufficiale” è comunque ben segnalato con segnavia di colore giallo-nero su tutto il percorso.

Ora il sentiero diventa un po’ ripido. Fra gli alberi spunta maestosa la Pietra di Bismantova. Raggiungiamo presto un altro bivio e seguiamo a sinistra il segnavia. Il percorso in questo punto è piacevolmente ondulato con qualche saliscendi e ci porta ad un altro bivio a 990 metri dalla partenza, ma questa volta ignoriamo il sentiero che scende a sinistra e proseguiamo invece in salita (coordinate 44,3048° N, 10,4717° E).

Troviamo altri bivi. Al primo seguiamo la freccia giallo-nera che ci indica a destra, al secondo ci dirigiamo a sinistra (troveremo il segnavia poco più avanti), al terzo andiamo ancora a sinistra, infine al quarto saliamo a destra (coordinate 44,3059° N, 10,4754° E). Ora siamo a 1500 metri dalla partenza e a quota 1077 e il sentiero si fa più ripido.

Dopo 250 metri incrociamo il sentiero Cai n. 611 che sale da Pian del Monte, e il nostro percorso d’ora in poi diventa quello “ufficiale” del Cai. Procediamo e seguiamo quindi senza indugio i segnavia bianco-rossi.

Da questo versante, il Monte Penna fa un po’ impressione; la stratificazione del Flysch da qui si vede vicinissima. Non vi nascondo che più mi avvicino e più mi dico che sono pazza a salire lassù, ma dissi la stessa frase mentre mi preparavo a salire sul Gran Sasso…

Su un albero a sinistra sono presenti sia il segnavia Cai sia quello giallo-nero e la scritta “Segui bianco-rosso”, ma ormai non c’è più pericolo di sbagliare e finalmente arriviamo ad una freccia del Cai che ci indica di andare a destra lungo il sentiero 611. Siamo a 100 metri dalla parete del Monte Penna.

Finora il percorso è stato piacevole, ora invece dobbiamo stare molto attenti. Raggiungiamo rapidamente la parete; il sentiero passa su facili roccette dove è necessario usare anche le mani. La roccia marnosa si sgretola facilmente, ma per fortuna si tratta di pochi metri e poi si riprende a salire abbastanza tranquillamente.

Curviamo a destra, il sentiero passa proprio sul bordo ed è necessario passo fermo. Ormai ci siamo quasi. I segnavia bianco-rossi sono sugli alberi alla nostra destra, ma ben presto gli alberi lasciano il posto alla testa pelata del Penna e saliamo quasi a vista in direzione di un paletto di legno del Cai.

Siamo finalmente in cresta a quota 1246. Il panorama è magnifico! Il Monte Cusna è davanti a noi. Cisa e Prampa fanno da sentinelle al Monte Torricella con la sua formazione a strati. La Pietra di Bismantova si staglia in lontananza.

Che dire… Ne è valsa la pena!

Ma la nostra escursione non è ancora finita, non siamo ancora sul punto più alto. Proseguendo sulla cresta in leggera salita, ammiriamo il panorama dalla parte opposta su Novellano e la vallata circostante. Riprendiamo ancora per qualche decina di metri fra gli alberi fino alla fine del crestone (il punto più alto è qui) e arriviamo ai resti di una baracca. C’è chi dice che era un ricovero di pastori, altre fonti affermano che si trattava di un rifugio utilizzato dai partigiani russi durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che invece salta all’occhio, è che siamo proprio sulla sommità della frana… il terreno è notevolmente spaccato in più punti e lo scivolamento verso il basso è evidente, e se proseguiamo per pochi metri lungo il sentiero 611 passiamo proprio sul ciglio da dove possiamo osservare la frana dall’alto. Sembra come se la terra dovesse mancarci da sotto ai piedi da un momento all’altro. Impressionante!

Monte Penna
Monte Penna

Sinceramente preferisco osservare l’altro panorama, quello splendido delle creste appenniniche reggiane over 2000, che come una barriera delimitano l’orizzonte e nascondono il sole al tramonto. Quindi facciamo dietro-front per un’ultima occhiata ai monti prima di scendere e poi si ritorna per lo stesso sentiero.

Leggende della Val d'Asta

Piano dell’Urano, una leggenda della Val d’Asta

Monte Urano e il Gigante
Monte Urano e il Gigante

A circa metà strada fra il Monte Cusna e Villa Minozzo si eleva il Monte Prampa. Alla metà di questo monte vi è un piano detto Piano dell’Urano. Anticamente vi fu scoperta una grossa pietra fatta a forma di cane, sulla quale era scritto:

“Nel Piano dell’Urano c’è una pietra fatta a cane. Colui che la volterà, felice si troverà.”

Molti si provarono a voltar la pietra, ma nessuno ci riusciva da solo, perchè era troppo pesante. Un giorno un uomo, che sembrava un gigante, ci si mise con tutta la sua forza e, finalmente, riuscì a voltarla. Ma invece di un tesoro trovò scritto:

 

“Ora sto meglio”

Il gigante, ripensando alla fatica fatta, si infuriò talmente che, presa al mazza, spaccò la grande pietra. Meraviglia! La pietra era piena di monete d’oro. Da quel momento il gigante scomparve e della leggenda rimane solamente il Piano dell’Urano con la famosa pietra spezzata.

Questa leggenda è tratta da un vecchio scritto che ho trovato in un cassetto che non aprivo da tempo.

Gianpaolo Gebennini

 

Cascata del Golfarone

Cascata del Golfarone

“Appennino Reggiano” è sinonimo di montagna, e “montagna” vuol dire sentieri da percorrere.

Ma chi potrebbe immaginare che dopo quella curva stretta sulla strada per Civago c’è un sentiero che conduce in pochi minuti in uno dei posti più suggestivi della Val d’Asta?

Cascata del Golfarone
Cascata del Golfarone

La cascata del Golfarone è un angolo nascosto che non ti aspetti, una piccola perla incastonata fra le rocce. Un luogo che, se non ti spiegano come arrivarci, non puoi inventarti di raggiungere.

Si trova lungo il torrente Secchiello. Dei bei saltelli caratterizzano il corso d’acqua a valle della cascata, che nel corso dei millenni ha scavato la roccia, formando piccole piscine cristalline poco profonde, ma che possono diventare pericolose in caso di scivolata.

Non pensate che sia un posto solitario. Tuttaltro. D’estate, molta gente trova refrigerio nei suoi pressi. Addirittura, qualcuno si cimenta in tuffi pericolosi dall’alto dei suoi 15 metri, o semplicemente si immerge nella piscina naturale alla sua base per fare il bagno. Anche i pescatori non disdegnano di calare le canne da pesca per catturare le trote fario.

 

 

Uno splendido scenario. Se volete raggiungerla, non cercatela su internet. Al massimo troverete tante fotografie e qualche cenno, e qualche scarsa indicazione per arrivarci. Il sentiero non è segnalato. Scordatevi di usare scarpe da trekking e abbigliamento tecnico: d’estate, un paio di scarpette da ginnastica e calzoni corti vanno più che bene, visto che per arrivare alla base della cascata è necessario guadare il torrente. Se volete cimentarvi d’inverno, usate gli stivali di gomma.

In totale sono circa 500 metri dall’inizio del sentiero alla cascata.

Cascata del Golfarone
Cascata del Golfarone

Accesso da Villa Minozzo: seguite le indicazioni per Civago. Oltrepassato Calizzo, ma prima del ponte di Governara, all’incirca al km. 19.700, subito dopo una curva troverete a sinistra un po’ di spazio per parcheggiare. Lasciate quindi l’auto alle coordinate 44,321937° N – 10,461611° E.

Tornate qualche metro indietro verso la curva e troverete un sentiero che scende. D’estate sarà sicuramente seminascosto dalla vegetazione, ma rimarrete sorpresi scoprendo che dopo pochi metri si trasforma in un bel sentiero largo e comodo.

Ignorate la carrareccia che si stacca sul lato sinistro e continuate sul sentiero con qualche piccolo saliscendi.  Le chiome degli alberi sono un bel toccasana per contrastare la calura estiva, e lo scroscio del torrente accompagnerà i vostri passi sulla terra battuta. Dovete arrivare sul bordo del torrente, più o meno alle coordinate 44,3209°N – 10,4629°E.

Guadate nel punto dove l’acqua è più bassa, poi dovrete passare sulle roccette, ma niente di pericoloso. Tuttavia prestate attenzione a non scivolare. Poi ancora un breve tratto su sentiero, poi ancora rocce fino alla base della cascata. I più arditi possono salire fra gli alberi a sinistra fino alla sommità della cascata.

Cosa aggiungere? Buona passeggiata, e godetevi questo angolo di paradiso. Sicuramente ne rimarrete entusiasti.

 

 

Rosa Palumbo

Monte Torricella

Monte Torricella

Monte Torricella
Monte Torricella

Basso o alto che sia, ogni monte ha il suo fascino. E il Monte Torricella, anche se dal lato escursionistico non presenta particolari attrattiv e, è sicuramente affascinante dal punto di vista geologico, rappresentando uno spettacolare esempio di flysch, roccia formata da una regolare alternanza di strati calcarei e strati marnosi.

Imponente e maestoso, e apparentemente inaccessibile, con la sua parete a strapiombo obliqua, ben visibile dalla strada della Val d’Asta, è invece una vetta facilmente raggiungibile, sia per la sua altezza di soli 1262 mt. slm, che per il sentiero, sconosciuto ai più, ma non ai locali, non segnalato, ma ben segnato sulla mappa dell’alto appennino reggiano. Il Monte Torricella può essere considerato uno dei luoghi meno frequentati della Val d’Asta.

Questo itinerario, facile e adatto a tutti, è percorribile in tutte le stagioni dell’anno, ma è sconsigliabile con il ghiaccio.

Accesso da Villa Minozzo: seguire le indicazioni per Ligonchio, ma dopo poche centinaia di metri svoltare a sinistra per Santonio – Coriano – Monteorsaro. Superati gli abitati di Coriano e Ca’ di Fontana, poco prima di un tornante parcheggiare l’auto alle coordinate 44,3227°N – 10,435°E.

Accesso da Febbio: proseguire verso Monteorsaro, oltrepassare il paese e ignorare la strada che sale a sinistra verso il Rifugio Monteorsaro (indicazioni), proseguendo diritto verso Coriano. Subito dopo un tornante qualche centinaio di metri prima di Ca’ di Fontana, parcheggiare l’auto alle coordinate 44,3227°N – 10,435°E.

Lunghezza percorso: km. 1,130

Tempo di percorrenza: 30 min. in salita, 20 min. in discesa.

Dislivello: mt. 175.

Difficoltà: facile.

Monte Torricella
Monte Torricella

Nei pressi del parcheggio, prendere lo stradello in discesa. Dopo circa 80 metri c’è un piccolo guado e il percorso inizia a salire. Ignorare il sentiero a destra che si incontra dopo altri 80 metri.

A 200 metri dalla partenza, alle coordinate 44,3212°N – 10,4351°E, c’è un altro incrocio ma noi proseguiamo diritto sul percorso principale, dove una freccia in legno indica “Monteorsaro”. Ora il sentiero si fa più ripido. Dopo altri 100 metri (300 m. dalla partenza) proseguire sulla destra a un altro bivio. Tutto si svolge in bosco di faggi.

Alle coordinate 44,3192°N – 10,436°E, il sentiero si biforca ancora. I due stradelli si incrociano poco più avanti, ma quello a destra è meno difficoltoso. Quindi prendiamo a destra, e dopo poche decine di metri curviamo a sinistra, proseguendo fino a incrociare l’altro sentiero.

Ancora altri 2 incroci, e a entrambi proseguiamo a sinistra. Continuiamo fino alle coordinate 44,3171°N – 10,4365°E, dove il sentiero si divide in tre. Ora siamo a 300 metri dalla vetta.

Prendiamo a sinistra, dove troveremo dei segnavia blu, prima su un sasso, poi su un albero, poi su alcuni paletti.

Ora dobbiamo prestare attenzione: dopo 160 metri (coordinate 44,3173°N – 10,4385°E, a 140 m. dalla vetta), troveremo dei paletti che salgono verso sinistra e il sentiero che invece scende diritto. Ignoriamo il sentiero e prendiamo la debole traccia a sinistra che sale fra gli alberi. Il percorso è agevole e lo seguiamo per 120 metri, finché non ci troveremo davanti al cocuzzolo del Monte Torricella. Qui dobbiamo salire a vista, ci sono delle tracce che portano in cima, ma sono solo 20 metri. Una croce in legno ci indica la vetta.

Se gli alberi non avessero conquistato la montagna, dal Monte Torricella si godrebbe un bellissimo panorama a 360 gradi. Invece, nonostante la vetta spoglia e brulla, si vedono bene il Monte Cimone, Monte Cisa e Monte Prampa, mentre la catena del Monte Cusna è coperta dagli alberi. Dal lato opposto, fra i rami si intravvedono la Pietra di Bismantova e la pianura.

Se volete mangiare un panino in santa pace, questo è il luogo ideale…

 

Rosa Palumbo

Fontana del mio Paese

Una bellissima poesia scritta da chi è nato in Val d’Asta ed ha conosciuto quei luoghi e quelle persone di cui fa memoria con la poesia. Questa poesia è dedicata alla antica fontana dI Case Balocchi.

Fontana del mio Paese
di Adriano Zambonini

Scorri limpida o acqua che arrivi dai monti,
sei qui per dissetare uomini e animali,
sei qui dove le donne lavano i panni,
sei qui dove il paese si ritrova.
Fontana del mio paese,
dove i bambini giocano con i vecchi,
dove la vita prende forma e arriva a compimento
dove la tua acqua serve a tutti come il pane.
Fontana del mio paese dove sei?
non porti più acqua nemmeno per il viandante,
sei asciutta e secca, arida come noi,
noi che non leggiamo più nel sorriso dell’uomo,
noi che siamo soli e lo sappiamo,
noi che possiamo bere senza la fonte del paese
senza l’aiuto del vicino ,
noi che siamo autosufficienti in tutto,
noi che comunque senza il tuo esserci siamo soli.

Febbio di Gianpaolo Gebennini

FEBBIO di Gianpaolo Gebennini

FEBBIO Rescadore, Alpe di Cusna o Febbio 2000 ma sempre FEBBIO

“Era il 10 gennaio 2012. Da una decina di giorni ero in pensione “totale”…era una bella giornata invernale, fresca e senza neve. Presi la macchina per fare un giretto a Febbio, più precisamente al Rescadore. Sapevo che gli impianti, per diverse vicissitudini, erano chiusi, tra l’altro con pochissime speranze che venissero aperti, nonostante sui giornali online – da tempo non compro più quelli cartacei – avevo letto qualcosa in merito alla possibilità della benedizione della Madonna della Neve…”

Febbio di Gianpaolo Gebennini
Febbio di Gianpaolo Gebennini

Questo testo è tratto da una delle migliori novità bibliografiche, a nostro giudizio, per poter comprendere la storia e riabbracciare il passato della vita di Febbio. Un passato che è ancora sulla bocca di ogni abitante della Val d’Asta e che, sfogliando le bellissime fotografie, fa riemergere l’orgoglio e le emozioni di una terra che era fiorente e che può ritornare ad esserlo.

A Gianpaolo Gebennini i nostri complimenti e un caloroso grazie per questa importante testimonianza di vita vissuta e di grande contributo alla nostra storia locale.

FEBBIO Rescadore, Alpe di Cusna o Febbio 2000 ma sempre FEBBIO
di Gianpaol0 Gebennini, anno 2014, Edizioni Terra marique – Roteglia di Castellarano (RE)

Per contattare l’editore

Edizioni Terra marique
Via Nazario Sauro, 13 – 42014 Roteglia di Castellarano (RE)
Tel. 338/2738333
http://www.edizioniterramarique.com

La Croce d'Oro

La Croce delle Rogazioni

Giglio ricorda che da bambino, in occasione delle Rogazioni, accompagnato dalla mamma e dalla nonna, partecipava alle funzioni. In tale occasione era usanza che le genti della Val d’Asta e Febbio si incontrassero con gli abitanti di Coriano al Passo Pradancina. La gente di Coriano arrivava al luogo d’incontro portando una Croce d’oro in stile, incastonata di moltissime pietre preziose.

La Croce d'Oro
La Croce d’Oro

La nonna narrava che tale Croce era stata portata in Italia da un guerriero-predicatore rientrato da una Crociata. Al suo rientro era sbarcato in Puglia e da San Michele Arcangelo aveva percorso a piedi l’intera penisola, in cerca di un luogo idoneo per predicare la legge della Chiesa. Si era ripromesso che, trovato il luogo adatto, vi avrebbe eretto una chiesetta per accogliere la Croce Santa.

In guerra ne aveva viste di tutti i colori e gli sembrava giusto predicare  la fratellanza, la bontà e divulgare gli insegnamenti di Gesù. Vagò a lungo e, approdato nella nostra montagna, decise che Coriano fosse il luogo più adatto alla missione. Coriano era un piccolo villaggio di capanne, abitato da uomini rozzi e primitivi che lavoravano i miseri fazzoletti di terra e allevavano sopratutto pecore.

Inizialmente fu accolto da quella popolazione con un po’ di diffidenza, ma, colpiti da quella preziosa Croce, aprirono i loro cuori e le loro capanne al nuovo arrivato. L’uomo predicava e la gente lo ascoltava con interesse, ma con il passare degli anni, la “cosa” diventò pesante e gli abitanti si stancarono di quelle parole, ormai vecchio, ripetitivo e non sempre lucido di mente venne collocato in una capanna ai limiti del villaggio. Quì visse per poco tempo, accudito, comunque, dal buon cuore montanaro degli abitanti, fino alla fine dei suoi giorni.

Ai Corianesi rimase la preziosa Croce, pensarono di costruire una chiesetta che ospitasse e custodisse quell’oggetto tanto caro sia spiritualmente sia materialmente.

Gli abitanti di Febbio erano un po’ invidiosi e gelosi del bene posseduto da quelli di Coriano e pretendevano di entrare in possesso, ma i vicini, non volendosi separare dal loro “tesoro”, decisero di cedere ai “valdastrini” il bastone che sorregeva la Croce e ogni volta che si rincontravano, appunto per le Rogazioni, veniva ricomposta.

Con il terremoto del 1920 la chiesetta andò distrutta e gli abitanti ne eressero un’altra a Tapignola, e  la Croce venne trasferita nella nuova dimora.

Il bastone rimase, però, nella Chiesa di Febbio. In seguito il “tesoro” fu portato in custodia a Reggio Emilia e tornava sui monti solamente per alcune funzioni.

L’ultima volta non venne riportata in città, ma venne nascosta dal parroco, che purtroppo è deceduto senza rivelare a nessuno il nascondiglio, pertanto se ne sono perse le tracce.

Il monte penna

Case Balocchi

E’ forse dalla Gallia Belgica che, tornando i Romani, portarono qualche “Bellovaco” (Abitante della Gallia Belgica). Questi, giunto fino a Castiglione, forse avrà messo dimora a pochi passi dall’accampamento; e così: Case-Bellovaci, Casebellocci, Case Balocchi.
Il paese è stato in prevalenza dedito alla pastorizia. Molt eerano le case e capanne coperte a paglia di segale; infatti il segale e il grano marzuolo erano in prevalenza le seminagioni che davano più frutti. La paglia del segale serviva per la copertura dei fabbricati, per cprisedie, per far basti per asini, muli e cavalli. Questo paese ha dato i natali a generazioni di fabbri ferrai. L’artista con un occhio al piede della bestia ed uno all’incudine tirava fuori il ferro che, di primo acchito, calzava alla perfezione a cavalli, muli, asini, buoi. Rimane ancora un segno di questo lavoro: un mantice che, poggiato ad un muro, attende la fine portata dagli elementi. Anni adietro vi era un esperto del legno che lavorava anche al tornio (tornio ad arco). Resta un pezzettino di terra che si chiama “Tornio”.
E’ giusto ricordare un buon conoscitore del legno e del pennello, dalle sue mani escono ancora pezzi che parlano della nostra vita agreste e delle macchiette del paese.


Il borgo di “Case Balocchi” aveva anche buoni conoscitori dell’arenaria. Lo testimoniano due bei portali al centro del paese. Una maestà, bella opera d’arte, giace metà sulla strada e metà sulla fontana pubblica. Pure un trogolo abilmente rifinito è già diviso in due parti. Non è questo esempio di opere irripetibili? Ecco un paese nel quale non vedi più: le donne al fosso a lavare il bucato, le bestie venir giù dalla macchia appaiate, con le narici gonfie per il trascinare il fieno e il grano, il pastore con l’ombrello in spalla e con un occhio alla mandria e uno al cielo comandare al cane. Non senti più odor di stalla, di carbone od altri odori che la natura ha in serbo. In queste cose che abbiamo buttato là in disparte aspettando che gli elementi le rendano irriconoscibili per farle poi del tutto scomparire, c’è ancora un pochino del vecchio paese e anche di noi. Non so fino a che punto noi abbiamo il desiderio di farle scomparire o vogliamo veramente cancellare ogni ricordo.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Storia, costumi e territorio

Val d’Asta: Lo Stemma

 

Torre del castello (Torraccia) con la guardia che ivi fu sempre presente.

Stemma Asta
Stemma Asta

La Rocca delle Scalelle

Il Castello della Penna di Novellano voluto dall’abate di Frassinoro a salvaguardia dei confini occidentali ha ispirato lo stemma che è tuttora il simbolo della Val d’Asta.
Tale stemma fu inciso su un macigno quadrato che dalla parte opposta aveva il contrassegno della comunità di Gazzano:le Scalelle. Poichè la comunità di Gazzano e di Asta si lamentavano con la podesteria di Minozzo perchè non venivano rispettati i confini, il Podestà pensò di far mettere alla bocchetta di Novellano, che segna i confini tra le due comunità, questo macigno.
Con il passare del tempo le lamentele sono finite e la comunità di Asta pensò di portare il macigno davanti alla chiesa di Asta. Lì fu tolto il simbolo delle Scalelle.

Val d’Asta: Storia

Correva l’anno 1164 quando l’imperatore Federico assegnava definitivamente i possedimenti del montis Aste alla Abbazia di Frassinoro.
Val d’Asta è una terra di storia che visitare un volta non basta. Ma ecco l’occasione per cominciare il nostro viaggio in questo periodo estivo dove insieme alle camminate che possiamo fare tra Castiglione e Febbio fino a Monteorsaro passando da Case Stantini, Case Bagatti e Case Balocchi arriviamo su in cima al Pian del Monte.
La natura e la tradizione nel teatro popolare del Maggio si fondono: una canzone sacra e profana che ha origini negli antichi inni al periodo di Maggio, l’Appennino Tosco-Emiliano è la sua terra originale.
Conosciamo così gli uomini che portano nel loro cuore questa tradizione e l’amore per la loro Terra e ridiamo e piangiamo assistendo alle storie che ci raccontano i dialettali indigeni.

Questo spazio nella rete è la nostra occasione per approfondire ciò che già amiamo, per incontrare gli uomini e le storie di questa terra, per registrare la vita della Val d’Asta.

Il monte penna

Castiglione

Qualche centinaio di metri a sud di Governara troviamo l’ultimo borgo della valle. Castrum – Castione – Castiglione. Da quì partì Fabius, Coriolanus e il Bellocius e vi restò Astilius. Così lo lasciò scritto “Hic Astilius fuit habitator primus”. Quì Astilio fu primo abitante. Avrà insegnato a questi pastori le prime leggi, il lavoro della terra, e tante altre cose che un militare impara girando il mondo. Per molti anni gli abitanti di Castione vennero consiti con quelli di Governara poichè fino al XIX secolo erano solo 3 famiglie.
Aveva una concia per canapa e ostica; del resto se mancava qualcosa, poteva sempre commerciarlo poichè le vie della valle passavano di qua.
Della vecchia strada di origine roana ne restano pochi metri a nord del borgo. Le case più vecchie del borgo sono scomparse conl’ultimo evento bellico, erano site sul lato sud dello “stretto” protette così dal vento del sud che qua si fa sentire. Salnedo su questo stretto si può vedere quanto sia ben messa strategicamente questa posizione: infatti da quì si può dominare tutta la valle.
Le tre famiglie (11 persone) si salvarono dall apeste del 1632? Fu “bandito” Governara e per salvare Castiglione fu forse fatta transitare la gente a est del paese su una via in disuso che permetteva di evitare il paese.
Gli interventi edilizi e la vegetazione stanno facendo scomparire del tutto queste caratteristiche costruzioini che, ancora una volta, ci fanno comprendere quanto eravamo vicini alla Toscana, poichè lo stile murario richiama quallo toscano.


Sono attribuibili al 1400 le più vecchie costruzioni, come quella nella parte più bassa. Quì troviamo un bel portale architravato e di fronte vi è una finestra architravata con rosa celtica su un muro diroccante. Questa costruzione ha visto l’ultima scorreria dei lupi nella nostra valle. Più in alto due bei portali in arenaria zigrinata con sulla chiave di una volta l’arma dei famiglia.
Se nel borgo qualche casa come queste è coperta a coppi è perchè loro fecero la fornace; inotlre costruirono nel paese un mulino azionato ad acqua e una segheria a vapore. Del 1700 è pure la parte più alta del paese coi suoi edifici coperti a lastre.
Nel 1615 il paese contava 144 abitanti in 28 famiglie. Nel 1632 subì il flagello della peste, rimanendo in quarantena per ben 2 anni, col divieto anche per la valle di transumare con gli armenti. Durante ilc ontagio i morti venivano portati a qualche centinaio di metri a nord-est del paese in un punto detto ancor oggi “fossa dei morti”. Si narra che dopo il contagio essendosi inselvatichito il bestiame lasciato libero, faticarono a riportarlo alle stalle.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Governara

Scendendo dal monte Penna verso sud seguendo la strada comunale, eccoci nel borgo di Governara, alle propaggini occidentali del Penna.
E’ il borgo che riesce a parlarci deil passato più di tutti i borghi della valle. Forse è anche il paese che non è stato interessato a slavamenti e frane come tanti altri, perciò, eccetto fatto per il terremoto del 1920, gli edifici sono rimasti intatti.
Gli interventi edilizi e la vegetazione stanno facendo scomparire del tutto queste caratteristiche costruzioini che, ancora una volta, ci fanno comprendere quanto eravamo vicini alla Toscana, poichè lo stile murario richiama quallo toscano.
Sono attribuibili al 1400 le più vecchie costruzioni, come quella nella parte più bassa. Quì troviamo un bel portale architravato e di fronte vi è una finestra architravata con rosa celtica su un muro diroccante. Questa costruzione ha visto l’ultima scorreria dei lupi nella nostra valle. Più in alto due bei portali in arenaria zigrinata con sulla chiave di una volta l’arma dei famiglia.


Se nel borgo qualche casa come queste è coperta a coppi è perchè loro fecero la fornace; inotlre costruirono nel paese un mulino azionato ad acqua e una segheria a vapore. Del 1700 è pure la parte più alta del paese coi suoi edifici coperti a lastre.
Nel 1615 il paese contava 144 abitanti in 28 famiglie. Nel 1632 subì il flagello della peste, rimanendo in quarantena per ben 2 anni, col divieto anche per la valle di transumare con gli armenti. Durante ilc ontagio i morti venivano portati a qualche centinaio di metri a nord-est del paese in un punto detto ancor oggi “fossa dei morti”. Si narra che dopo il contagio essendosi inselvatichito il bestiame lasciato libero, faticarono a riportarlo alle stalle.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Deusi

Scendendo lungo il Secchiello fino a località Gora e poi risalendo una vecchia strada che in tornanti sale sulla sponda ponente del p Penna, ci troviamo di fronte il primo paese, venendo d a nord nella vallata : Deusi.
Ma che anche questo sia un nome latino? Devexus (posto in untraverso; su una sponda) e da Devexus, Devesus, Devesi, Duesi?
Questo borgo agricolo si è costruito poichè forse il terreno più allettante prometteva buoni pascoli e buon raccolto. Basandoci su di un racconto le prime famiglie transumavano verso la toscana. Tornando però una primavera nulla ritrovarono del loro nucleo di case. Una enorme slavina staccatasi dal Penna aveva trascinato con sè il borgo ed era andata ad ostruire il secchiello. Si era formato un lago, lì vicino al paese, tuttora il luogo si chiama lago. Aveva formato un’immensa gora anche giù al secchiello, tutt’ora anche lì esiste il nome “La Gora”. Questa povera gente provata dalle fatiche di tuttoun inverno si fece coraggio e ricominciò da capo.


Ben poco possiamo dire storicamente di Deusi: in un prospetto del 1615 aveva 13 famiglie con 65 abitanti, nel 1788 ne ha 57.
Se tante volte queste cifre oscillano quassù era perchè qualche annata scarsa, denutrimento e quindi alta mortalità arrivano a decimare anche un terzo il già piccolo borgo.
Nella parte bassa del paese un bel portale in arenaria con stemma di famiglia. Più in alto un edificio a pianta rettangolare con balchio ottocentesco sorretto da colonnine in pietra, di recente rimaneggiato. Anche questo borgo è stato patria di calzolai, muratori e falegnami, oltre che qualche opera in paese si possono trovare le estrose attrezzature.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Case Stantini

Da Monteorsaro scendendo giù lungo la costa del mandriolo, in mezzo a pezzi di verde, circondati da muri di sasso, sui quali si ergono grandi ciliegi, lasciando a dritta Febbio, si entra in Casestantini. Paese anche questo che come altri non è stato risparmiato dagli elementi.
In mezzo a due fossi, Rio Grande e Rio Taglione, vede spesso da ogni lato le frane che gli tolgono qualche metro di terra.
Si allontanarono i primi abitanti dall’alpe forse perchè forse perchè sarà interessato il terreno volto a mezzodì e abbastanza fertile. Forse il nome deriva dal latino “Stantes” coloro che restano.
Nel 1600 Casestantini aveva 112 persone divise in 20 famiglie e poco più di dieci riconosciuti soldati. Si dice che la maggioranza del bestiame in questo borgo fossero capre; non poteva poi essere diversamente data la conformazione del suolo. Solo le capre potevano difendersi e sopravvivere fuori dei campi (senz’altro a regola d’arte rinchiusi), lungo i torrenti e sotto la grande Grotta di Urano.


Raccontano in proposito i vecchi che questi branchi, spinti in inverno sotto la grotta in cerca di germogli e ciuffi d’erba, nel loro salire e scendere cominciarono a crear seniteri lungo la riva. Sali e sali, arrivarono fino a Urano facendo così per molti anni usò anche l’uomo.
Quando ancor oggi si vuol dire un sentiero nel precipizio si dice “un sentiero da capre”. Chi poi non aveva abbastanza terra da vivere andava lontano in cerca di lavoro. Anche questo borgo ha avuto i picchiapietre, falegnami e fabbri, e qualcuno con questa polivalenza è giunto fino a noi.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Monte Orsaro

E’ il borgo più alto del comune. E’ in posizione strategica, infatti controlla: Villa dal Torricella, Ligonchio dalla Sella del Prampa; dal passo delle prese la Toscana. Per un cacciatore di orsi era questa una ottima posizione. Anche questo borgo ha provato fame e terremoti; però resta ancora qualche casa del 1600-1700 murata ancora con la calce che si faceva nelle fornaci in loco.
Prevalentemente la vita era nomade; quasi tutti pastori. Chi restava era un artigiano un pò particolare; era un artigiano che, conpochi attrezzi, nei giorni di inverno trasformava il faggio in pale da neve., vassoi per cereali, palette, mescoli, cucchiai, forchette e quanto altro era allora nella parca attrezzatura della massaia.
Era in inverno che si tagliavano su alla macchia, in larghe fette, gli enormi tronchi di faggio; poichè una volta lavorati sotto i trucioli di legno si stagionavano senza far crepe.


E’ degno di menzione un costume dei palai di Monte Orsaro. Certo è che quei bei tronchi lisci e dritti di faggio non sempre si potevano trovare nel proprio terreno. Chi lo possedeva non era giusto che ricattasse chi doveva con questo mestiere procacciar pane per la famiglia. La costumanza allora fu questa: si dava il faggio in cambio di una cassa da morto per uno dei proprietari del faggio.
Finirono i “Palai” di Monteorsaro perchè finirono anche i faggi. Forse in un qualche cassetto o appeso a qualche chiodo si può ancora trovare qualche testimonianza degli attrezzi o dell’opera di questi antichi artigiani.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Roncopianigi

E’ questo il borgo più addossato al Cusna di tutti i borghi della valle. Fu collocato quì per due motivi: più vicini agli alpeggi per i pastori, in posizione pianeggiante per sfruttare quel po’ di terra assoluta per chi era dedito all’agricoltura.
E’ il paese in una conca 500 metri a ponente di Febbio sulla via per Monteorsaro. Si può notare quì un buon patrimonio di architettura rurale. Sono da notare 2 case di bella pianta quadrata nei cui muri, chiuse in nicchie, si trovano 2 figure zoomorfe. Erano messe in modo da non poter dare possibilità di entrare agli spiriti maligni. Sono datate 1857.
Una bella Madonna in marmo datata 1793 è stata messa pietra d’angolo.


Tutte le stradine del paese sono delimitate ancora da pezzi di muro a secco che contano centinaia di anni e sono anocra intatti. Anche l’Amorotto venne a far visita a Roncopianigi ma desistette poichè aveva trovato gente “dal grugno duro”.
“Roncopianisio” nel 1600 aveva 151 persone in 27 famiglie. A sud-ovest del borgo si denotano, ancora bene, striscie di terra, che coltivavano a segale e patate. Le coltivazioni a terrazzo della vicina Toscana erano anche quì ben sfruttate.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il campo sportivo di Febbio

Febbio


Il Fosso della Piella e il Fosso degli Arati si uniscono poco sotto il Rescadore formando il Rio delle Tagliole. E’ questo il famoso fosso che per motivi politici ha tenito diviso per parecchio tempo la valle. Noi ora passando incontreremo il primo paese sulla via che va a Monteorsaro: Febbio.
Fu chiamato Febium, Feblum, Febius. E’ stato costruito vicino a un lago originato da ghiacciai. Una slavina nel 1852 tormentò il paese. Ricostruito fu poi squassato l’8 settembre 1920 da un’altra frana e terremoto che ancora lo rovinò in gran parte. Resta così ben poco ad un paese tanto provato da raccontrarci con cose antiche.


All’ingresso del paese c’è un orologio in arenaria incastonato in un muro nuovo. Nei primi del 1600 aveva 137 anime conn 30 famiglie, che diventarono 337 nel 1788, 413 nel 1849, 719 nel 1921 (negli ultimi tre computi forse è pure compresa tutta la parrocchia).
E’ stato sede di comune all’epoca napoleonica che, rimaneggiato varie volte, risultava: Asta col comune di Febbio o Asta col comune di Gazzano. L’ultimo comune di Febbio (1805) con Asta, Deusi, Riparotonda, che contava 1418 anime. La popolazione era dedita alla pastorizia ed è, forse questo mestiere che gli ha trasmesso la tenacia di ricostruire per più di una volta, il loro borgo.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

 


Accoglienza turistica: Pro Loco Febbio

Il monte penna

Riparotonda

Sulla carrozzabile Case Balocchi-Monte Orsaro, a 1500 mt da Case Balocchi, lambito dal rio omonimo troviamo il borgo di Riparotonda. Questo borgo il cui nome senz’altro deriva dalla sua posizione geografica (Riva Rotonda), non ha molti riscontri di interesse essendo stato anche devastato dal terremoto del 1920. Ci risulta da un carteggio del XVii sec. che era il paese più popolato di Asta avento 35 famiglie con 160 abitanti. “Asta aveva allora in totale 115 famiglie con 556 abitanti.” E’ nella prima metà del Settecento che venne infeudata ai Cimicelli, poi ai Greco fino alla soppressione dei feudi. Risultavano allora 71 abili al servizio militare in tutta Asta, di questi 19 li aveva Riparotonda. Forse dei soldati ve ne erano di più, ma tanti dalla valle partivano per sbarcar lunario. Le leggi di allora erano dure per chi partiva senza permesso e stava via più di una stagione, perchè gli veniva sequestrato il campicello. A queste leggi non erano soggetti i pastori; ma tanti si accodavano a loro fino alla Toscana, poi si dirigevano alle saline di Volterra o all’Elba per far scassi per le viti. Era certo che se si riusciva, si portava in qua anche un po’di sale poichè quassù si pagava “salato” ed era tesserato 8Kg. all’anno a testa.


Torniamo ora al nostro Riparotonda. Era prevalentemente un borgo dedito allapastorizia; qualcuno ancora oggi esiste. Come tutti i paesi addossati all’Alpe si coltivava segale e grano marzuolo; giunsero anche le patate dalla vicina Toscana. Si falciava erba in tutte le praterie fin su a Vallestrina. Arrivavano in pese quelle “Bercie” tutte fasciate di frasche poichè essendo il fieno molto fine sia per i sobbalzi che per gli sterpi che le sfregavano durante il tragitto, si poteva arrivare a casa con metà fieno. Vi è infatti un tratturo che partendo dal paese va su fino alla “via maremmana”, dando così servizio a tutte le praterie di interesse del paese.
Del vecchio borgo c’è ben poco a parlarci del passato. A nord-est del borgo v’era un portico e una scalinata in granito (ora rimaneggiati) di epoca medioevale. Un po’ più in alto della stessa epoca è un basso porticato sostenuto da colonna e travi in legno e copertura a lastre. Nel centro è una casa a pianta quadrata. In arenaria il portale e il terrazzo di buona fattura ma in degrado. All’interno una scalinata in arenaria con un bel semicerchio che ci porta al piano superiore. Una bella “madonnina col bambino” è ancora ben visibile nel sottotetto.
Non è Riparotonda paese senza estro. Si è lavorata la pietra, il legno ed anche si fondeva il bronzo per realizzare campane.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti

Il monte penna

Case Bagatti

Seguendo la strada che scende a Nord-Ovest di Case Balocchi sopra un crinale di roccia friabile e creta troviamo il borgo di Case Bagatti. Questo nome deriva dal casatodi una antica famiglia ora estinta. Arrivati forse nella valle come primi venditori di filo, aghi, pettini e altre cose da poco (bagatelle) si stabilirono quì dando il nome al paese.* Il primo scritto del paese risale al 1781 ed è su una lapide in arenaria. Una casa di pianta quadrata a quattro acque ha un bel portale con arco a tutto sesto e dà su una delle più belle aie lastronate. Nella parte più vecchia del borgo, due degli edifici balconati in arenaria si potevano ammirare sino a poche decine di anni fa. Nella parte più alta vi era anche una torre, fu depolita per far la casa mezzadrile del prete (chiamata ancora : canonica).
A nord del borgo vi era la fucina del fabbro. Non v’è contadino di questa valle che non possieda ancora qualche attrezzo forgiato dall’operosità di questo fabbro che costruiva tutto ciò che non era possibile ottenere dal legno e dalla pietra.


Un po più in alto era la bottega del falegname. Questa persona aveva una inventiva degna di nota. Se una donna voleva un filatoio, un cardatoio, una culla o altri attrezzi per la casa, spiegava a questo falegname ciò che le serviva poi tranquila attendeva – era necessario un po di tempo per pensare come realizzare ciò che gli era stato chiesto; iniziava col cercare il legno giusto e metteva mano all’opera. Il tempo impiegato nel lavoro da questi artisti del ferro e del legno era molto, ma in compenso si accontentavano di poco. Ciò che li rendeva felici era la soddisfazione di aver realizzato un’opera che rimaneva unica e che era uscita dalla loro paziente inventiva e con i mezzi e i materiali a loro disposizione. Soddisfazione che non avrà riempito il portafoglio, ma che avrà appagato il loro animo. Ancora oggi troviamo quà a là qualche loro lavoro; opera di rara ingegnosità. Questa attività è ora proseguita dal figlio.
* Altra ipotesi potrebbe essere che avendo qualcuno messo in circolo nella valle il “bagattino” (moneta di non grande valore coniata nel 1477 a Reggio Emilia) li abbiano affidato il nome che poi è andato anche la paese. Vicino a Case Bagatti vi è un luogo detto “il bagattino”: che fosse luogo di commercio per i valligiani e i mercanti venuti da fuori?

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti