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Case Balocchi

 

Case Balocchi

Case Balocchi

Case Balocchi dopo la Pioggia (A.Boschi)

Case Balocchi dopo la Pioggia (A.Boschi)

E’ forse dalla Gallia Belgica che, tornando i Romani, portarono qualche “Bellovaco” (Abitante della Gallia Belgica). Questi, giunto fino a Castiglione, forse avrà messo dimora a pochi passi dall’accampamento; e così: Case-Bellovaci, Casebellocci, Case Balocchi.
Il paese è stato in prevalenza dedito alla pastorizia. Molte erano le case e capanne coperte a paglia di segale; infatti il segale e il grano marzuolo erano in prevalenza le seminagioni che davano più frutti. La paglia del segale serviva per la copertura dei fabbricati, per coprisedie, per far basti per asini, muli e cavalli. Questo paese ha dato i natali a generazioni di fabbri ferrai. L’artista con un occhio al piede della bestia ed uno all’incudine tirava fuori il ferro che, di primo acchito, calzava alla perfezione a cavalli, muli, asini, buoi. Rimane ancora un segno di questo lavoro: un mantice che, poggiato ad un muro, attende la fine portata dagli elementi. Anni addietro vi era un esperto del legno che lavorava anche al tornio (tornio ad arco). Resta un pezzettino di terra che si chiama “Tornio”.
E’ giusto ricordare un buon conoscitore del legno e del pennello, dalle sue mani escono ancora pezzi che parlano della nostra vita agreste e delle macchiette del paese.

Le tegge di Case Balocchi

Le tegge di Case Balocchi

Il borgo di “Case Balocchi” aveva anche buoni conoscitori dell’arenaria. Lo testimoniano due bei portali al centro del paese. Una maestà, bella opera d’arte, giace metà sulla strada e metà sulla fontana pubblica. Pure un trogolo abilmente rifinito è già diviso in due parti. Non è questo esempio di opere irripetibili? Ecco un paese nel quale non vedi più: le donne al fosso a lavare il bucato, le bestie venir giù dalla macchia appaiate, con le narici gonfie per il trascinare il fieno e il grano, il pastore con l’ombrello in spalla e con un occhio alla mandria e uno al cielo comandare al cane. Non senti più odor di stalla, di carbone od altri odori che la natura ha in serbo. In queste cose che abbiamo buttato là in disparte aspettando che gli elementi le rendano irriconoscibili per farle poi del tutto scomparire, c’è ancora un pochino del vecchio paese e anche di noi. Non so fino a che punto noi abbiamo il desiderio di farle scomparire o vogliamo veramente cancellare ogni ricordo.

Tratto dal testo “Alla scoperta di una valle, Val d’Asta”
di Giglio Fioroni e Olimpia Fioravanti